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I rom e la «cultura dello sgombero»

Rocco Luigi Mangiavillano
www.confronti.net

Sgomberi, schedature, concentramento di molte famiglie in luoghi marginali e degradati della città… queste le uniche «soluzioni» adottate dal Piano emergenza nomadi. L’appello per il riconoscimento della cittadinanza italiana rivolto al presidente della Repubblica da ragazze e ragazzi nati in Italia, di seconda e terza generazione, da genitori apolidi o residenti irregolarmente nel nostro Paese.

«Il diritto all’alloggio non si sgombera». Questo lo slogan della campagna lanciata dall’associazione «21 Luglio» lo scorso marzo e che ha visto l’adesione di numerosi esponenti della società civile e del mondo della cultura tra cui Dario Fo, Franca Rame, Erri De Luca, Moni Ovadia, Ascanio Celestini , Margherita Hack, Alex Zanotelli, Piero Colacicchi, Leonardo Piasere, Nando Sigona.

I trasferimenti forzati di molte famiglie rom dagli insediamenti informali, presenti in particolare nelle grandi città, sono stati considerati illegali. Una denuncia di fatto a tutto l’impianto delle azioni pianificate e messe in atto dal 2008 ad oggi, in seguito all’approvazione dei piani di emergenza rom adottati dall’ex ministro dell’Interno Maroni che, accolti con il plauso di molti sindaci, improvvisati paladini della nostra sicurezza, avrebbero dovuto rappresentare la soluzione definitiva atta a contrastare il pericolo che in quegli anni stava minacciando il nostro Paese: i rom. Ricordiamo l’escalation dell’odio contro gli «zingari» e i «diversi» di ogni risma.

La drammatica uccisione di Giovanna Reggiani, a parer mio strumentalizzata, ne diventa l’innesco. Ancora i roghi di Ponticelli a Napoli, le irruzioni notturne delle forze di polizia nel campo di Salone a Roma, i fatti di Milano. Così inizia (continua) la «persecuzione». Ruspe, anche mediatiche, e ronde, diventano gli strumenti per bonificare le nostre città e tranquillizzare la popolazione dal minaccioso male. Si ricorre così ai rituali collettivi di «purificazione» ben noti alla storia.

Si mettono in atto quindi false politiche sociali, che usano linguaggi e metodi diretti purtroppo solo ed esclusivamente al controllo e alla separazione dal resto del tessuto urbano e umano, più che alla costruzione di percorsi di accoglienza e inclusione sociale delle comunità rom e sinti. Lo stesso approccio è adottato anche verso altri gruppi presenti nel nostro Paese. Basti pensare ai giovani nati in Italia da genitori stranieri che attendono la maggiore età con l’angoscia di non essere più cittadini. Incombe anche su di loro lo spettro dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) e dei rimpatri forzati nei luoghi da cui sono fuggiti, spesso da crudeltà ancora più feroci.

Sgomberi, schedature, concentramento di molte famiglie in luoghi marginali e degradati della città hanno rappresentato le uniche direttrici su cui si sono mosse le azioni di un Piano emergenza nomadi già costato alla collettività un ingente quantitativo di denaro pubblico. Il fallimento delle politiche di emergenza è risultato così evidente che il Consiglio di Stato, con la sentenza 6050 del 16 novembre 2011, ha determinato l’illegittimità dello stato d’emergenza. «È una vittoria per i diritti umani», commentava il presidente dell’associazione «21 Luglio» Carlo Stasolla, auspicando una nuova stagione di politiche sociali non più segnate da misure discriminatorie e lesive dei diritti delle comunità rom e sinte.

Purtroppo questo non è accaduto. Gli sgomberi continuano: solo a Roma più di 400 negli ultimi due anni. Centinaia di famiglie in totale assenza di soluzioni alternative adeguate e, per la maggior parte di esse, sono state ignorate le procedure di garanzia dei diritti. Le osservazioni del Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni Unite (Cerd) hanno rilevato nel marzo scorso la mancanza di adozione di misure correttive da parte dell’Italia, così come indicato dal Consiglio di Stato con l’annullamento del Decreto emergenza nomadi.

Oggi l’associazione «21 Luglio» rinnova la sua battaglia insieme ad Asgi, Amnesty international, Human rights watch e Open society justice iniziative, appellandosi al governo affinché non venga annullata la sentenza 6050 del novembre 2011, poiché il Consiglio di Stato il 9 maggio 2012 ne ha sospeso gli effetti in attesa del giudizio di Cassazione.

Allo stesso tempo anche il popolo rom sta reagendo. Sono proprio i giovani i veri protagonisti di questa nuova battaglia pacifica per l’affermazione dei diritti di cittadinanza: ragazze e ragazzi nati in Italia, di seconda e terza generazione, da genitori apolidi o residenti irregolarmente nel nostro Paese, si sentono parte integrante della nostra società. Sono loro che si «ribellano» all’umiliazione della reclusione nei Cie; sono i giovani che rivendicano centralità e attenzione chiedendo, con un forte appello al presidente della Repubblica, il riconoscimento della cittadinanza italiana come presupposto di base su cui fondare percorsi di inserimento regolare e legale nella comunità civile.

I giovani hanno creduto nelle parole del Capo dello Stato, pronunciate il 22 novembre al Quirinale, nel corso del Convegno «Il protestantesimo nell’Italia di oggi», alla presenza degli evangelici italiani della Fcei: «Cittadinanza agli immigrati nati in Italia». Una campagna, «L’Italia sono anch’io», promossa da 19 associazioni rafforza il monito rivolto al Paese da Giorgio Napolitano. Attualmente sono circa un milione i minorenni residenti in Italia, figli di genitori stranieri. Una legge (la n. 91 del 1992) ormai inadeguata attende la presa di coscienza di governo e Parlamento, nell’auspicio che la decisione della Corte di Cassazione, in linea con i principi costituzionali, restituisca all’Italia la dignità di Paese accogliente e plurale.

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