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La fabbrica della guerra

Franco Cardini
www.europaquotidiano.it

Il 6 febbraio del 2003 la performance all’Onu del segretario di stato Usa Colin Powell sul (falso) pericolo iracheno. Oggi, con molto ritardo, il vecchio soldato fa mea culpa. Ma la storia potrebbe ripetersi. Queste righe non hanno, sia chiaro, alcuno scopo né provocatorio né tanto meno recriminatorio. Sono anzi un sincero e doveroso omaggio al coraggio e all’onestà – sia pure forse un po’ in ritardo sui tempi – di un uomo che ritengo corretto e rispettabile. E sono, semmai, una ennesima, inutile denunzia della disonestà dei nostri media e della scarsa e troppo corta memoria della nostra opinione pubblica.

Quasi dieci anni fa, il 6 febbraio 2003, il generale Colin Powell, allora segretario di stato del presidente statunitense George W. Bush jr., si presentò al Consiglio di sicurezza dell’Onu munito di provette, grafici, foto satellitari, registrazioni telefoniche e slides per comprovare ufficialmente le affermazioni del suo presidente nel discorso all’Onu del 12 settembre dell’anno prima, secondo le quali l’Iraq di Saddam Hussein stava perfezionando gli impianti per la produzione di armi batteriologiche, possedeva una flotta aerea in grado di lanciare armi chimiche sullo stesso territorio degli Stati Uniti, stava allestendo gli impianti nucleari distrutti anni prima dai raids israeliani, puntava alla produzione di uranio arricchito, di gas nervino e di antrace. Tutto ciò, insieme con altri particolari ancor più allarmanti, fu confermato dal rapporto segreto della Cia del giugno successivo.

Queste dichiarazioni erano obiettivamente contraddette dalle reiterate ispezioni Onu in territorio iracheno, guidate da Hans Blix (il quale, esasperato, alla fine si sarebbe dimesso) e da un denso dossier ufficiale del governo di Baghdad, 12.000 pagine delle quali però si tenne conto – sulla base di alcune marginali imprecisioni ivi contenute – solo per usarle come prova a carico di chi lo aveva redatto.

Era, quella, la famosa prova della “pistola fumante”, necessaria anzitutto per convincere una buona parte dell’opinione pubblica statunitense che ancora recalcitrava dinanzi all’idea di un prossimo conflitto per il quale era invece già cominciato un formidabile dispiegamento di forze tra Arabia Saudita e Golfo Persico.

Ora, a parte le dichiarazioni di Blix e del responsabile dell’Aiea Muhamad el Baradei, che contraddicevano le “prove” addotte dal segretario di stato, ci sarebbe davvero voluto poco per capire che in quell’ingente massa di materiale presentato all’Onu c’erano un sacco di cose che non tornavano, per non dir addirittura fasulle. Inoltre, Powell all’inizio della sua sceneggiata aveva ringraziato ufficialmente il governo britannico per aver fornito a quello statunitense un dettagliato rapporto che costituiva la fonte per la gran parte delle sue “rivelazioni”.

Peccato però che proprio il giorno dopo l’esplosiva performance del segretario di stato all’Onu un professore dell’Università di Cambridge, James Ranwala, segnalasse all’emittente britannica Channel 4 di aver esaminato il famoso dossier usato dagli statunitensi come fonte del rapporto Powell, rendendosi conto che si trattava del remaking della ricerca del giovane studioso arabocaliforniano Ibrahim al Marashi, pubblicata nel settembre 2002 sulla rivista Middle East Review of International Affairs e che peraltro riciclava abbastanza male del materiale di seconda mano raccolto soprattutto in Kuwait all’indomani della prima guerra del Golfo.

Il plagio del rapporto Powell da quella ricerca era così affrettato e plateale che perfino alcuni errori e refusi presenti in questa erano passati in quella. Se uno studente del secondo anno di Scienze politiche in una mediocre università italiana avesse presentato come ricerca seminariale il rapporto Powell, sarebbe stato cacciato dall’aula a pedate nel sedere. Peraltro, che il dossier britannico passato a Powell fosse una bufala era affiorato e divenuto di pubblico dominio quasi subito: lo aveva ammesso il premier Tony Blair e ne avevano parlato Washington Post e Cnn. La notizia era rimbalzata anche su Le Figaro e sul Corriere della Sera.

Sarebbe bastato un rapido esame del materiale disponibile online al riguardo, per raccogliere prove sufficienti a destituire di credibilità la manovra della quale Powell era stato protagonista e che, invece, costituì la conclamata base giustificatrice dell’aggressione all’Iraq da parte degli Stati Uniti e degli stati complici che vi si aggregarono, Italia compresa.

Ricostruii e denunziai l’inghippo alle pagine 76-79 (con le dovute note documentarie) di un libro, Astrea e i Titani, pubblicato in quello stesso 2003 dalla Laterza e sul momento propagandato in “prima serata” da Rai e Mediaset, con dispiegamento di alcune primedonne televisive, in quanto si riteneva che uno “storico di destra” avrebbe fornito argomenti utili a sostenere la decisione di Bush ch’era oggetto di duri attacchi. Se quelle primedonne si fossero date la pena di scorrere il libro che stavano producendo come supporto all’aggressione, si sarebbero accorte che stavano dandosi la zappa sui piedi. Ma è gente che non legge granché e che non dispone di collaboratori troppo preparati. Accortesi della gaffe, quelle emittenti televisive non trovarono di meglio che comminare il bando perpetuo all’autore del libro che li «aveva tratti in inganno». Tale embargo continua a tutt’oggi, mentre alcune centinaia di copie di Astrea e i Titani, che probabilmente l’editore fu a suo tempo dissuaso dal distribuire, giacciono malinconicamente invendute nei depositi della Laterza.

Un bell’esempio di Italian story che non varrebbe oggi la pena di rivangare, sappiamo bene come s’informi nel nostro paese la pubblica opinione e con quanto interesse essa esiga d’essere informata. Senonché, il diavolo insegna a far le pentole ma non i coperchi. Esce ora l’autobiografia di Powell, It worked for me. In life and leadership, nella quale egli dichiara che Bush decise l’aggressione da solo, senza neppur consultare il National Security Council, e confessa di aver prestato la sua credibilità di buon soldato – era stato capo di stato maggiore interforze durante la prima guerra del Golfo – per rendersene complice.

Chapeau. Onore al vecchio soldato pentito, che confessa la sua menzogna e se ne vergogna. Lo ha fatto con un ritardo di dieci anni: ma meglio tardi che mai. Ci sono fior di politici e di giornalisti, anche nel nostro paese, che dovrebbero far pubblica mea culpa per le infamie e le idiozie dette in quella circostanza e invece continuano imperterriti e strapagati a imbonirci.

E allora, perché ricordare quella vecchia incresciosa storia? Semplicemente per il déjà vu che si sta ripetendo in questi momenti. Per ora ancor in sordina, di qui a qualche settimana o a pochissimi mesi apertamente, tornano a soffiare sul Vicino Oriente e sul Golfo persico venti di guerra che, mutatis mutandis, ricordano quelli di un decennio fa. È ora la volta dell’Iran, che starebbe fabbricando la sua “bomba” e che acquisterebbe missili a testata atomica dalla Corea del Nord. L’Italia è coinvolta: si stanno acquistando a carissimo prezzo decine di aerei da guerra, i droni sono arrivati a Sigonella e il vertice della Nato sta mettendo a punto un programma di “scudo missilistico” che il governo russo ha ufficialmente comunicato di ritenere una minaccia alla sua sicurezza. La preparazione mediatica di un nuovo conflitto è alle porte: e le tecniche di persuasione-disinformazione sembrano analoghe a quelle di dieci anni fa. State in campana.

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