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Su “Dio è violent” di Luisa Muraro

Anna Simone
www.globalproject.info

Accolgo l’invito delle “donne in movimento” di Padova a proseguire il dibattito avviato dal pamphlet di Luisa Muraro, seppure con qualche difficoltà, non per ragioni solo autobiografiche, di posizionamento generazionale e di storie e formazioni diverse, ma anche e soprattutto perché in questo libretto c’è tutto (il femminismo, il potere, l’economico, la violenza di Stato e la forza necessaria di cui dobbiamo farci carico per contrastarla). E dunque che dire se è già stato detto tutto, per giunta così bene? Non ridirò, né riporterò la sintesi del volume, quello che posso fare, semmai, è provare a collocare le parole di Muraro all’interno della mia esperienza nei movimenti consolidatasi da Genova in poi e in questa sciagurata storia che ci ritroviamo a vivere, provando a rilanciare, più che sul piano delle analisi, sul piano delle pratiche e soprattutto intorno ad una domanda, ad un grimaldello che a volte mi deprime, togliendomi la forza, quella stessa forza di cui possiamo e dobbiamo disporre: le cose stanno così e allora perché non succede niente, perché il massimo che ci può capitare è il 25% dato in una triste urna a Beppe Grillo?

Ho 41 anni, al femminismo sono arrivata tardi, o meglio quando ero studentessa mi sono nutrita del pensiero della differenza, studiandolo più che altro, mentre praticavo la politica altrove, nel post-operaismo. Ad un certo punto ho avuto bisogno di rompere, di andare via, perché avevo la sensazione che gli ordini discorsivi di certo pensiero post-operaista non combaciavano mai né con la realtà delle condizioni di vita dei molti, né con le nostre stesse vite. C’era, in altre parole, una sorta di scissione tra il dire e il fare e io non mi ci trovavo. Sono arrivata al femminismo proprio facendo leva su questa esperienza, con il corpo, con il mio bisogno di muovermi sempre sul piano della verità, anche quando è scomoda, anche quando ti condanna alla solitudine e sul rifiuto che possa esistere un “padre” di cui ascoltare e, semmai, femminilizzare i sermoni. Ma ci sono arrivata anche grazie ad un evento, spiazzante e inaspettato per molte e molti, necessario per noi. Nel 2007, in 150.000 (donne), scendemmo in piazza all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani. Non solo contro i femminicidi, ma per mostrare fino in fondo il nesso micidiale che intercorre tra contratto sessuale, crisi o fine del contratto sociale, uso strumentale della violenza e del razzismo di stato a partire dal ripristino di una logica di “tutela” del corpo femminile.

Una “tutela” fatta propria dal potere, dalla politica agita solo sulla base della strumentalità del consenso populista, dal diritto penale e dai dispositivi securitari che, come è noto, hanno progressivamente sostituito le politiche di stampo keynesiano, le politiche sociali. E’ ciò che in altre parole abbiamo sempre definito come bio-politica e bio-potere, ovvero quei principi neoliberali che agiscono direttamente sui corpi o per ridargli uno status identitario di ordine “vittimario”, includendoli, addomesticandoli, o per respingerli direttamente nella morte. La fine del keynesismo e del contratto sociale, che come giustamente dice Muraro, non si esimevano dalla logica del controllo sociale pur lavorando di mediazione, ha generato, oggi, uno scarto ulteriore che produce smisuratezza, per cui o la vita dentro l’agonia della crisi (addomesticata, stitica, priva di passioni -i tecnici e chi li sostiene sono questo-) o la morte (i suicidi, la paura al posto del desiderio, la fine dei legami sociali). Recuperare la misura di questa violenza smisurata (“quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere”) diventa, dunque, un imperativo categorico, un gesto politico mirato, netto, eppure non reattivo, nel senso di simmetrico alle forme della violenza statuale e dunque teatrale, ai limiti della “performance” post-moderna (a me il 15 ottobre evocava più che altro questo gesto nichilista, tanto è che poi non se ne è fatto più niente).

Nel 2007, invece, quando le ragazze più giovani di me, “presero il palco” di Piazza Navona, cacciando via le ministre del PD e alcune donne di destra, agirono esattamente una forma di “forza necessaria” per dichiararsi simbolicamente indipendenti dalla rappresentanza. Un gesto netto, allegro, forte, senza estetica nichilista e distruttiva. Da pochissimo si era consumato il famoso dibattito su “violenza e non violenza” avviato da Fausto Bertinotti sulle colonne del manifesto che aveva, a suo modo, sfilacciato la difficile composizione nata a Genova tra movimenti e Rifondazione Comunista e quella “presa del palco”, contro altre donne, fu vista come un’azione violenta dai giornali e da pezzi della politica mainstream. Noi dicevamo che erano “pratiche illegali” legate alla legittimità della forza che un conflitto mette in campo, un po’ come avviene oggi con le occupazioni dei beni comuni. Ma trattasi di una nuances della violenza (giusta) o di una forma di conflitto radicale che si muove a partire da pratiche illegali? Faccio questa domanda perché se vogliamo “approfittare” del volume di Muraro dovremmo anche interrogarci, in primo luogo, sulle pratiche. L’atto teatrale e performativo, quasi sempre solo maschile, del mettersi e togliersi il passamontagna, per esempio, ci dovrebbe aiutare a capire che il punto non è solo l’esercizio della violenza giusta e/o necessaria, ma comporta anche l’interrogazione sul modo e sullo stile, perché, appunto, come dice Muraro, esiste anche una violenza distruttiva, stupida, estetica, che si esime dalla capacità di guardare lontano, ovvero di praticare l’intelligenza. Faccio un esempio.

Nella mia esperienza politica con gli uomini, soprattutto in passato, mi è capitato tante volte di relazionarmi con degli adepti che, come spesso accade, sono decisamente più fondamentalisti dei loro leader simbolici e reali perché più votati alla suggestione che alla “presa di coscienza”, un po’ quel che dice Muraro a proposito della potenza di Dio e della miseria dei preti. I preti o gli adepti, però, sono deboli, non esercitano alcuna forza perché incapaci di radicalità, funzionano per “simulazione”, performano se stessi trasmettendo la voce e la parola di un altro/a per non mettere in gioco se stessi, per non restituire alla vita l’esperienza politica, cioè la vita stessa. Non tutti, si intende, ma la maggior parte. E allora, mi chiedo, non dovremmo anche potenziare questo taglio, sul piano dell’esimersi dal leaderismo e dal potere carismatico, maschile o femminile che sia, per ritrovare la forza? Apro, non chiudo, faccio domande, chiedo ad altre e altri di scrivere, di pensare, di fare “leva” sulla propria esperienza per capire cosa possiamo fare, come possiamo agire, cosa significa nella prassi “violenza giusta”, come possiamo praticarla. Alcune occupazioni romane come il Valle, Lucha y Siesta e l’ex cinema Palazzo già praticano, secondo me, questa “forza necessaria”, peraltro spostandola, in positivo, su un piano di “generazione e rigenerazione della politica”, come dice la mia amica Federica Giardini. Tuttavia credo che bisogna anche prendersi il resto, la società tutta, ma non so, al momento, come si può fare. E dunque torno alla domanda originaria: le cose stanno così, come dice Muraro e come sappiamo tutte e tutti da un bel pò, e allora come mai non succede ancora nulla o succede troppo poco?

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