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L’assenza di una nuova narrazione di L.Boff

Leonardo Boff
Adista documenti n .24/2012

La fondamentale lacuna del documento delle Nazioni Unite per Rio+20 risiede in una completa assenza di una nuova narrazione o cosmologia che potrebbe garantire la speranza di un «futuro che vogliamo», che è lo slogan scelto per il grande incontro. Così com’è, il documento nega qualunque possibilità di un futuro promettente.

Per coloro che lo hanno elaborato, il futuro dipende dall’economia, poco importa l’aggettivo che la definisca: sostenibile o verde. È soprattutto l’economia verde ad operare il grande assalto all’ultimo ridotto della natura: trasformare in merce quello che è comune, naturale, vitale e insostituibile per la vita come l’acqua, il suolo, la fertilità, le foreste, i geni, ecc, ponendo a tutto un prezzo. Quello che appartiene alla vita è sacro e non può essere ricondotto al mercato degli affari. Ma è quello che sta avvenendo, sotto l’imperativo categorico: appròpriati di tutto, fai commercio di tutto, soprattutto della natura e dei suoi beni e servizi.

Ecco qui l’egocentrismo supremo, l’arroganza degli esseri umani, quello che può anche essere definito antropocentrismo. Gli esseri umani guardano alla Terra come a un deposito di risorse destinate solo a loro, senza rendersi conto che non siamo i soli ad abitare la Terra e che non ne siamo i proprietari; non ci sentiamo parte della natura, ma al di fuori e al di sopra di essa, come suoi “signori e padroni”. Dimentichiamo, tuttavia, l’esistenza di tutta la comunità della vita visibile (il 5% della biosfera) e dei quintilioni di quintilioni di microrganismi invisibili (il 95%) che garantiscono la vitalità e la fecondità della Terra. Tutti appartengono al condominio terrestre e hanno il diritto a vivere e a convivere con noi. Senza queste relazioni di interdipendenza, non potremmo neppure esistere. Il documento non prende in considerazione niente di tutto ciò. Possiamo dire allora: con questo documento non c’è salvezza. Esso ci avvia sulla strada dell’abisso. Finché siamo in tempo, però, dobbiamo evitarlo.

Tale lacuna deriva dalla vecchia narrazione o cosmologia. Per narrazione o cosmologia intendiamo la visione del mondo che soggiace alle idee, alle pratiche, ai costumi e ai sogni di una società, attraverso la quale si cerca di spiegare l’origine, l’evoluzione, lo scopo dell’universo e della storia e il posto riservato all’essere umano.

La nostra è attualmente la narrazione o cosmologia della conquista del mondo in vista del progresso e della crescita illimitata. Si caratterizza come meccanicista, deterministica, atomistica e riduzionista. È in virtù di questa narrativa che il 20% della popolazione mondiale controlla e consuma l’80% di tutte le risorse naturali, che metà delle grandi foreste è stata distrutta, che il 65% delle terre coltivabili è andato perduto, che da 27mila a 100mila specie di esseri viventi scompaiono ogni anno (Wilson), che più di mille prodotti chimici sintetici, in maggioranza tossici, sono riversati nella natura. E che abbiamo costruito armi di distruzione di massa in grado di distruggere l’intera vita umana. L’effetto finale è lo squilibrio del sistema-Terra, che si traduce nel riscaldamento globale. Con i gas già accumulati, si arriverà fatalmente ad un aumento di 3-4 gradi Celsius, il che renderà la vita come la conosciamo praticamente impossibile.

L’attuale crisi economico-finanziaria che sprofonda nazioni intere nella miseria ci fa perdere la percezione del rischio e cospira contro qualunque cambiamento necessario di direzione.

In contrapposizione a questa, sorge la narrazione o cosmologia della cura e della responsabilità universale, che è potenzialmente in grado di salvarci. E che ha trovato la sua migliore espressione nella “Carta della Terra”. Tale narrazione pone la nostra realtà all’interno della cosmogenesi, quell’immenso processo evolutivo iniziato 13,7 miliardi di anni fa. L’universo si sta continuamente espandendo, auto-organizzando e autocreando. In esso tutto è interrelato e nulla esiste al di fuori di questa relazione. Cosicché tutti gli esseri sono interdipendenti e collaborano tra loro al fine di garantire l’equilibrio di tutti i fattori. La missione umana risiede nel prendersi cura di questa armonia sinfonica e nel preservarla. Dobbiamo produrre non per l’accumulazione e l’arricchimento privato, ma per un livello di vita sufficiente e dignitoso per tutti, nel rispetto dei limiti e dei cicli della natura.

Dietro tutti gli esseri opera l’Energia di fondo che ha dato origine all’universo e lo sostiene, permettendo l’emergere di cose nuove. La più spettacolare delle quali è data dalla Terra vivente e dagli esseri umani che ne costituiscono la parte cosciente, con la missione e la responsabilità di badare ad essa.

È questa nuova narrazione a garantire “il futuro che vogliamo”. In caso contrario, verremmo spinti fatalmente nel caos collettivo, con conseguenze funeste. Ed è per noi una fonte di ispirazione. Invece di fare affari con la natura, ci poniamo nel suo seno in profonda sintonia e sinergia, rispettando i suoi limiti e perseguendo il buen vivir, che è l’armonia tra tutti e con la Madre Terra. I tratti distintivi di questa nuova cosmologia sono la cura al posto della dominazione, il riconoscimento del valore intrinseco di ogni essere anziché la sua mera utilizzazione da parte dell’essere umano, il rispetto per tutta la vita e per i diritti della natura invece del suo sfruttamento e l’articolazione della giustizia ecologica con quella sociale.

Questa narrazione è più in accordo con le reali necessità umane e con la logica dello stesso universo. Se il documento di Rio+20 l’adottasse come quadro di riferimento, si creerebbe l’occasione di una civiltà planetaria che avrebbe al centro la cura, la cooperazione, l’amore, il rispetto, la gioia e la spiritualità. Tale opzione punterebbe non verso l’abisso, ma verso il “futuro che vogliamo”: una biociviltà della buona speranza.

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Elementi positivi e negativi dell’economia verde

Leonardo Boff, Teologo/Filosofo
Ricevuto dall’autore e tradotto da Romano Baraglia

La grande proposta che certamente uscirà da Rio+20 a livello ufficiale d’Incontro dei rappresentanti dei popoli è l’economia verde. L’intenzione è promettente: “l’economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e per l’eliminazione della povertà”. Analizzando il testo ufficiale, ricalcato su un documento del PNUMA Iniziativa di Economia Verde, si percepisce che non è differente negli obiettivi e nei procedimenti dal classico sviluppo sostenibile. In fondo si tratta della stessa cosa. Il documento ONU evita lo sviluppo sostenibile come tema centrale, perché ha la coscienza della banalizzazione e del logoramento di questa espressione. Come denunciava recentemente Gorbaciov: questo si è rivelato insostenibile, “genera crisi, ingiustizia sociale e pericolo di catastrofe ambientale” (O Globo, 9 giugno 2012). L’espressione più adeguata e meno ambigua sarebbe un’economia a basso tenore di carbonio.

Abbiamo già fatto critiche a questa versione dell’economia, il carattere ideologico dello stesso capitalismo che già conosciamo, adesso mascherato di verde. Ma ormai chi si è imposta l’espressione economia verde, proviamo a sviscerare che cosa può esserci di positivo in questa. Come qualsiasi altra realtà, anche il genio del capitalismo sempre più attivo nel settore dei suoi travestimenti, può contenere qualche elemento utile.

Partiamo da un presupposto teorico che conviene rivelare: il teorema di Gödel, secondo il quale, da qualsiasi parte regna sempre l’incompiutezza. Nulla è assolutamente perfetto. Luci e ombre accompagnano le pratiche umane. Perfino i propositi più puri racchiudono imperfezioni e i più problematici, dimensioni accettabili. Mai potremo praticare un male assoluto e nemmeno realizzare un bene assoluto. Viviamo un’ambiguità fontale, che non è un difetto, ma il sigillo della condizione umana e della struttura stessa dell’universo, fatta di caos e cosmos, di ordine e disordine sempre esistenti simultaneamente. Vorremmo tentare di applicare questi concetti all’ecologia verde e dire quel che in essa è riscattabile e quello che no. Essa può significare varie cose.

In primo luogo, si potrebbe proporre il recupero delle aree verdi, disboscate o risultanti dal degrado e dall’erosione dei suoli e mantenere in piedi foreste ancora esistenti. È un proposito positivo e deve essere realizzato con urgenza. Sono le isole di verde che garantiscono l’acqua al sistema della vita e che sequestrano l’anidride carbonica, diminuendo il riscaldamento globale. L’economia verde in questo senso è desiderabile.

In secondo luogo può indicare la valorizzazione economica delle cosiddette esternalità come l’acqua, i suoli, l’aria, nutrienti, paesaggi, cioè dimensioni della natura (verde) ecc. Questi elementi non entravano nella valutazione del prezzo dei prodotti. Erano semplicemente beni gratuiti offerti dalla natura e ognuno poteva appropriarsene. Oggi invece, con la scarsità di beni e servizi, specialmente di acqua, nutrienti, fibre e altri ancora, cominciano a guadagnare il valore. Questo deve entrare nella composizione del prezzo del prodotto. Non si tratta ancora di mercantilizzare tali beni e servizi, ma di includerli come parte importante del prodotto. Lo stesso vale per i rifiuti prodotti che finiscono per inquinare l’acqua, avvelenare i suoli e contaminare l’aria. I costi della loro trasformazione o eliminazione devono pure rientrare nei costi finali del prodotto. Così per esempio per ogni chilo di carne bovina occorrono 15.500 litri d’acqua, per un hamburger di carne, 2400 litri, per un paio di scarpe 8000 litri e anche per una piccola tazza di caffè, 147 litri d’acqua. Il capitale naturale usato deve essere incluso nel capitale umano dell’economia di mercato.

Esistono calcoli macroeconomici che hanno calcolato il valore dei servizi prestati all’umanità dall’insieme degli ecosistemi. Utilizzo un dato del 1977, ormai vecchio, ma che serve come riferimento valido, anche se oggi le cifre sono molto più alte. I calcoli furono realizzati da un gruppo di ecologi e di economisti sensibili alle questioni ambientali. Si stimò che in quel periodo era di 33 miliardi di dollari/anno il valore del contributo del capitale naturale alla vita dell’umanità. Questo rappresentava quasi due volte il prodotto mondiale lordo che nel 1977 era dell’ordine di 18 miliardi di dollari. In altre parole: se l’umanità volesse sostituire il capitale naturale con risorse artificiali, avrebbe bisogno di aumentare il prodotto interno bruto mondiale di 33 miliardi di dollari, senza dire che questa sostituzione sarebbe praticamente impossibile. Attraverso economia verde si pretende di prendere in considerazione il valore estimativo de capitale naturale, giacché questo si trova in alto grado di deterioramento e di crescente scarsità. In questo senso l’economia verde possiede una validità accettabile.

In terzo luogo, l’economia verde, nella comprensione del PNUMA, che l’ha formulata, deve «produrre un miglioramento del benessere degli umani, equità sociale, allo stesso tempo che riduce significativamente i rischi ambientali e l’insufficienza ecologica». Tale proposito implica un altro modo di produrre che rispetti il più possibile le caratteristiche e i limiti di un determinato bioma (caatinga, cerrado, amazzonico, pianure steppose e altri) e valuta il tipo di intervento che può essere fatto senza portarlo a tal punto che non si possa riprodurre.

Alcuni esempi. Si tratta di cercare energie alternative a quelle fossili, altamente inquinanti, energie che si basino sui beni e servizi della natura e inquinino meno come l’energia elettrica, la eolica, l’energia solare e quella delle maree, l’energia geotermica e quella a base organica. Sappiamo che mai ci sarà energia totalmente pura, ma il suo impatto negativo sulla biosfera può essere grandemente diminuito.

L’acqua dolce sarà uno dei beni più scarsi della natura. Fare costruzioni che captano l’acqua della pioggia per molteplici usi può alleggerire la mancanza di una goccia d’acqua. Obbligare tutte le costruzioni nuove a montare dei recettori di energia solare. Riusare e riciclare tutto quello che è possibile. Come contropartita ai sussidi concessi dal governo, obbligare le fabbriche di automobili a costruire macchine che economizzino più energia e diminuiscano l’inquinamento. Sussidi e prestiti alle imprese devono essere condizionati all’osservanza di obiettivi ambientali o al riscatto di regioni degradate. Obbligare i supermercati a non utilizzare buste di plastica per imballaggio dei prodotti e avviare al riciclaggio bottiglie di plastica. Le fabbriche di prodotti elettronici devono responsabilizzarsi per il riciclaggio di apparecchi usati. Diminuire il più possibile l’uso dei pesticidi in agricoltura e favorire l’agricoltura ecologica e l’economia solidale, fino al punto di diminuire il peso delle imposte nella vendita dei loro prodotti. E così potremmo moltiplicare indefinitamente gli esempi.

Il presupposto è che questo tipo di economia verde rappresenti una fase di passaggio verso una vera sostenibilità economica fino ad oggi non ancora raggiunta.

A questo punto bisogna osservare che il riscaldamento globale fuori controllo, l’entrata di milioni e milioni di nuovi consumatori, specialmente dalla Cina dall’India e anche dal Brasile andranno a gravare più ancora il capitale naturale già in discesa. Cresceranno enormemente le emissioni di gas da effetto serra. Ciascuno di noi emette ogni anno 4 tonnelllate di ossido di carbonio e la totalità dell’umanità circa 30 miliardi di tonnellate, ci informa J.Sachs dell’Università di Columbia (USA). Come potrà la terra digerire questa carica velenosa? I disastri naturali mostrano l’incapacità di mantenerla in equilibrio. I. Ramonet in Le monde diplomatique (13 maggio 2012) afferma che nel 2010, 90% dei disastri naturali risultarono dal riscaldamento globale. Causarono la morte di 300.000 persone e un danno economico di 100 miliardi di euro.

Questo tipo di economia verde è accettabile nella misura in cui andrà più a fondo nella sua formulazione per presentare così un altro paradigma di relazioni con la Terra, dove non l’economia, ma la sostenibilità generale del pianeta, del sistema-vita, dell’umanità e della nostra civiltà devono essere posti al centro dei problemi. In ragione di questo proposito, bisogna organizzare la base materiale economica in sinergia con le possibilità della Terra. Ma noi dobbiamo sentirci parte di essa con l’incarico di averne cura perché possa dare tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere insieme con la comunità di vita.

Quarto. L’economia verde può rappresentare una volontà altamente perversa della voracità umana, specialmente nelle grandi corporazioni, quella di fare affari con ciò che c’è di più sacro nella natura e sono i beni comuni della Terra e della Umanità, la cui proprietà deve essere collettiva. Tra questi si contano in primo luogo l’acqua, le falde acquifere, i fiumi e gli oceani, l’atmosfera, le sementi, i suoli, le terre comuni, i parchi naturali, i paesaggi, le lingue, la scienza, e l’informazione genetica, i mezzi di comunicazione, Internet, la salute e l’educazione, tra gli altri. Siccome stanno intimamente collegati alla vita non possono essere trasformati in merce entrare nel circuito della compravendita. La vita è sacra e intoccabile.

Mettere un prezzo sui beni e servizi che la natura ci dà gratuitamente, privatizzarli con l’intenzione di guadagnare è la suprema insensatezza di una società di mercato. Questa già aveva compiuto la perversità di passare da un’economia di mercato a una società di mercato. Non tutto può essere oggetto dell’avidità umana privatista e accumulatrice, a servizio degli interessi di pochi e a spese delle sofferenze della maggioranza. La vita, siccome è sacra, reagirà, possibilmente il mettendoci un ostacolo che potrà liquidare grande parte dell’umanità stessa. Questo tipo di economia verde è inaccettabile.

Infine non possiamo lasciare che le cose corrano in tal modo che il cammino verso l’abisso sia irreversibile. Allora non avremo figli e nipoti per piangere il nostro tragico destino. Perché anche loro non esisteranno più.

Leonardo Boff è autore di Proteggere la Terra e aver cura della vita: come evitare la fine del mondo, Record 2010.

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