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Le donne e il problema della rappresentanza

Barbara Giorgi
www.womenews.net

In questi giorni, sempre più acceso nel web (Facebook,Twitter, blog, riviste online, etc), il problema della rappresentanza femminile. Causa candidature di donne al Consiglio di amministrazione (Cda) Rai.

Ma questa storia delle candidature Rai è solo la goccia che fa traboccare il vaso (forse quello di Pandora….).

Qui non starò a fare discorsi triti e ritriti sui nomi, sui curriculum vitae, sull’iter utilizzato per le candidature.

Qui mi interessa riflettere sulla mitica rappresentanza femminile.

Per dirla in due righe: dal voto alle donne (oh gaudio!), alle quote rose (bah!), fino al tanto desiderato e agognato 50-50 (vd. anche “Lettera aperta ai partiti” del gruppo Fb di Lidia Castellani). In questi tre steps, tutto un mondo.

Ma la corsa (al galoppo) delle candidature di donne al consiglio Rai ha fatto capire a molte di noi una cosa: il vero problema non è il 50-50 (e comunque non è l’unico e solo), ma il “chi e come” candidare.

Cioè: nomi e modi di designazione di “donne degne rappresentanti di donne” (e sottolineo il “degne”).

In merito a ciò, sono nate domande in quel grande workshop che è ormai Facebook. Domande valide per qualsivoglia corsa-candidatura di qualsivoglia contesto socio-politico (e nel “socio” intendo comprendere tutto, cioè qualsiasi ambito sociale, dall’economia alla cultura e via dicendo):

1. Quali donne hanno il diritto-dovere di scelta di altre donne? Ergo: quali donne devono e possono scegliere donne “rappresentanti”? Ergo: elettorato attivo o nomine dall’alto? Di volta in volta lanciamo in aria la monetina per decidere?

2. Modus operandi: come si fa a stabilire quali sono le donne più meritevoli in quello specifico settore-contesto? Si usano c.v., si usano criteri della prima che arriva meglio alloggia, si manda avanti quella più famosa?

3. La candidata, una volta eletta ed insediata, sarà segnalata a “Chi l’ha visto?” oppure si degnerà di colloquiare e rapportarsi con le povere mortali che l’hanno sostenuta?

Forse forse, la chiave di tutto è il dialogo costruttivo. Ma siamo ancora in fase di competizione. Ahimè.

Se riuscissimo a superare le gomitate e gli sgambetti, se riuscissimo a parlare senza sembrare Erinni…

Come ho scritto in un commento feisbucchiano… quelle che troveranno la chiave del dialogo costruttivo (peer to peer) riusciranno ad aprire la porta della rappresentanza. Quella vera.

Auguri a chi ci riesce.

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Riflessioni sulla politica delle donne

Paola Zaretti

“Il femminismo, inteso come movimento, è finito ma la politica delle donne deve continuare”. Sono queste le parole di Alessandra Bocchetti in un’intervista rilasciata a Iaia Caputo e pubblicata nel suo libro intitolato” Le donne non invecchiano mai”.

Ma che cos’è, che cosa definisce e distingue la “politica delle donne” dalla politica fallimentare dei partiti che conosciamo, quella politica che, abitata e governata da una pulsione autodistruttiva, ha portato il paese allo sfascio sancendo la morte del senso della Politica?

Quali sono i contenuti, quale lo Stile di questa politica al femminile? E’ un tema, questo, che va forse ripreso, riconsiderato. Si tratta forse, in questa “politica delle donne” di una corsa sfrenata verso le istituzioni, in vista dell’ accaparramento di un posto dentro l’ordine simbolico maschile, dentro “le stanze tutte per sé” volute e create dagli uomini a loro esclusiva misura? Quelle stanze in cui, come ricorda Mafai, è permesso un solo tavolo da giuoco e un solo giuoco?

Non saranno la fine del movimento, la consapevolezza di questa fine – di cui parla Bocchetti – l’incapacità di elaborarne il lutto, ad aver prodotto e alimentato, in molte donne, una di-sperazione tale, un tale mal-essere da preferire al loro niente d’essere simbolico, – aggravato dal non essere neppure più parte attiva di un movimento oggi inesistente – la tanto detestata purga istituzionale da mandar giù, costi quel che costi, a naso tappato?
Certo, ci si può rassegnare a tutto pur di esistere – anche all’alienazione cui si va incontro quando la “conversione al femminile”(Irigaray) è ancora di là da venire.

Ma c’è un altro punto della suddetta intervista che vale la pena di segnalare ed è una domanda che Bocchetti si fa e alla quale risponde nell’intento di soddisfare la richiesta della sua intervistatrice:

perché quando si arriva al confronto con le istituzioni, con la politica ci si tira indietro?
Perché – risponde – non ci amiamo abbastanza, perché il nostro difetto è di non considerarci mai una priorità. Tuttavia bisogna fare qualcosa, ma per agire è indispensabile ritenersi responsabili; purtroppo le donne continuano a sentirsi vittime, e questo appiattirsi sull’immagine di vittima è davvero il lato oscuro del femminile.

Sarebbe dunque da imputare alla scarso amore che le donne nutrono per se stesse o a una loro incapacità di assumersi il carico di una responsabilità, la ragione principale della loro mancata affezione alla politica, la ragione del loro disertare le “stanze degli uomini?”?

Non è detto. Non potrebbe essere, invece, che la presa di distanza delle donne dalle “stanze degli uomini” sia un segno di amore per se stesse e di difesa della propria Salus (Salvezza) esposta al pericolo di umiliazioni, frustrazioni, strumentalizzazioni, svalutazioni, misconoscimenti e depotenziamento di desiderio?

Le donne hanno sempre dimostrato di saper assumersi, fin troppo bene, non solo le loro responsabilità ma anche quelle degli altri – quando decidono di farlo per qualcosa che sta loro a cuore e che fortemente desiderano.
Credo che le ragioni della loro disaffezione alla politica siano altre, più radicate e profonde e che una di queste – la più importante – vada individuata non tanto, come sostiene Bocchetti, in “un desiderio altamente imperfetto” suscettibile di correzione in vista di una sua perfettibilità ma nell’assenza di un desiderio imposto dalla loro totale estraneità ai luoghi del maschile in quanto luoghi della loro alienazione.
Quanto alla tendenza al vittimismo – innegabile – bisognerebbe meglio indagare il nesso stabilito fra tale tendenza e l’incapacità di assunzione di responsabilità.

Ma c’è un altro passaggio dell’intervista che risulta interessante quando Bocchetti nel descrivere l’evoluzione del movimento femminista e il suo silenzio politico:

…Da un certo momento in poi le donne politicamente sono rimaste in silenzio: da una parte sono andate a sbattere contro il muro dei partiti di sinistra, che hanno simulato un interesse nei loro confronti, hanno finto di credere all’idea che una società formata da uomini e donne dovesse essere governata da entrambi, ma in realtà non avevano nessuna intenzione di farlo. Dall’altra, su un certo femminismo, al quale sento di appartenere, che ha sempre pensato che la politica fosse importantissima…ha prevalso un altro femminismo, quello che ha sposato “l’aristocrazia del nulla”; e cioè l’idea che le donne facessero benissimo a stare alla larga dalla politica istituzionale. Grande intelligenza, straordinarie speculazioni teoriche, ma il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti: un paese che ha perso l’anima, governato da soli uomini, in cui le donne sono scomparse.

Il riferimento critico alle rappresentanti dell’ “aristocrazia del nulla” è sin troppo chiaro nella sua inclemenza nell’addossare all’intelligenza e alle straordinarie speculazioni teoriche di alcune donne la responsabilità della perdita d’anima di un paese e di ciò che sta oggi accadendo.
Mi sembra, francamente, troppo e credo che Woolf, vista la sua presa di distanza dal “corteo degli uomini”, sarebbe d’accordo.

Teoria e prassi vanno insieme ma una cosa è certa: se una teoria senza pratica resta una teoria morta, una pratica senza teoria, lungi dal portare a un’Azione Politica efficace, porta a degli “agiti”, sintomatici che, lavorando nel “sottosuolo”, incentivano la frammentazione del Corpo, del Pensiero e della Politica delle donne di cui lo scenario attuale offre una ricca e quanto mai triste testimonianza.

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