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Ogni pietra è una vita

Maria Frustaci
www.megachip.info

Una testimonianza dal campo profughi di Jenin in Palestina. La storia di violenza e dolore che accompagna un grande progetto di rinascita civile ed umana attorno al “Freedom Theatre”, nato, sull’esperienza del precedente “Teatro delle Pietre”, dopo la seconda intifada per opera di Juliano Mer Kamis, assassinato il 4 luglio 2011. I recenti arresti del direttore artistico del teatro, Nabil Al-Ree, e di Zakariya Zubeidi, già leader di Al-Aqsa e collaboratore di Juliano Mer Kamis, riaprono prepotentemente una delle tante, troppe ferite nel corpo della Palestina.

Ho incontrato le donne e gli uomini del Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin circa un anno fa, nel luglio del 2011. Quando si viaggia verso un luogo che non è solo un puntino sulla carta geografica della Cisgiordania perché ha un nome carico di emozioni, immagini, speranze e dolore, si cerca di superare i ricordi per aprire la mente alla realtà, quella che c’è ora, e che è sempre diversa e più complessa dell’immaginario costituito da un collage di notizie, racconti e immagini filtrati da sentimenti nostri ed altrui.

Juliano Mer Kamis era stato ucciso il 4 di Aprile davanti al teatro, secondo i suoi amici da un sicario che abitava ancora nel campo. Luisa Morgantini che ci accompagnava e che per le persone del Freedom Theatre è amica, sorella e collaboratrice ci raccontava del loro sconforto, delle parole che Zakariya le aveva detto: “Basta, troppi morti nella mia vita, non lo sopporto più, voglio ritirarmi da tutto, è finita!”

Di Zakariya Zubeidi sapevo che era stato uno dei bambini di Arna Mer, madre di Juliano Mer Kamis, israeliana sposata a un palestinese, che aveva fondato il Teatro delle Pietre a Jenin dopo la prima intifada per aiutare quei bambini che ormai sapevano solo “tirare pietre” a elaborare traumi e sentimenti di vendetta, recuperare con il diritto all’infanzia capacità creative e costruttive.

E sapevo che durante la seconda intifada era stato uno dei leader militari di Al-Aqsa, che aveva visto morire tutti i suoi amici e il fratello, che era stato dichiarato “wanted” dagli israeliani che hanno continuato a perseguirlo anche dopo che, nel 2007, aveva ottenuto l’amnistia. Che miracolosamente era sopravvissuto a numerosi attentati e che nell’ultimo era rimasto gravemente ferito.

Nella seconda intifada gran parte del campo profughi ed anche il teatro furono rasi al suolo. Dopo qualche anno Juliano Mer Kamis tornò a Jenin per scoprire che fine avevano fatto i ragazzi di sua madre, documentò incontri e ricordi nel suo bel film Arna’s Children e decise di riaprire il Teatro delle Pietre che si sarebbe da allora chiamato Freedom Theatre per dare ai bambini della seconda intifada le stesse opportunità che la madre aveva offerto a quelli della prima.

Zakariya Zubeidi aveva ormai elaborato la sua personale metamorfosi, sperimentata l’inutilità di combattere con le armi un nemico molto più forte e compresa la forza rivoluzionaria dell’arte e della cultura, della resistenza pacifica e civile: si dedicò con Juliano alla ricostruzione del teatro e ai ragazzi del campo.

Ora sulla strada per Jenin risuonavano le sue parole: Basta…

Su una parete che circoscrive il piccolo spazio davanti al teatro c’è una gigantografia di Juliano che ci accoglie ancora con la forza magnetica del suo sguardo, inutilmente cerco li intorno l’angolo dove solo quattro mesi prima giaceva, non riesco ad immaginarlo morto. Il sole di luglio impregna di vita ogni pietra (o sono questi muri innalzati a casaccio che trasudano vita?) e sul fondo l’entrata colorata del centro e l’insegna familiare per averla vista tante volte in fotografia.

Davanti a Juliano c’è un altro muro più basso con una porticina alla quale una bimba bussa gridando forte un nome, finché un’altra bambina si affaccia in cima al muro. Scompaiono per ricomparire dopo poco nell’angolo dell’entrata: sono in tre, una piccolissima, si tengono per mano, ognuna porta una vecchia borsetta da donna, vengono avanti curiose e titubanti verso la piccola folla di stranieri che sosta nello spiazzo. Si fermano a sorriderci, qualcuno vuole fotografarle, rifiutano (brave!) e si allontanano verso la porta rossa del Freedom Theatre. La più piccola resta un po’ indietro, per un attimo perde le altre, scomparse tra i nostri corpi, emette un piccolo pianto, poi corre ad inseguirle.

I bambini che frequentano il teatro sono pochi dopo l’omicidio di Juliano, le famiglie del campo hanno paura, probabilmente vengono anche disincentivate da chi, attaccandosi all’ultima folle reazione dell’estremismo religioso, vede nell’attività del teatro con il suo potenziale di emancipazione, un luogo da evitare.

Luisa ci raggiunge, è raggiante, ci sono buone nuove. Entriamo nella sala del teatro (pareti nere e panche di legno) ed ascoltiamo: il Freedom Theatre continua! Gli amici e collaboratori di Juliano Mer Kamis hanno deciso che non lo lasceranno morire completamente, che raccoglieranno la sua eredità e il suo messaggio e continueranno il suo lavoro. La polizia palestinese si è impegnata a proteggerli e gli amici internazionali a sostenerli.

Le parole significano poco e non è facile trasmettere la vibrazione con cui sono pronunciate, la luce dei volti , le spalle raddrizzate dal coraggio quasi misterioso di persone che portano sul corpo e nello spirito atroci ferite, lutti inconsolabili, la fatica di resistere ad una quotidiana interminabile ingiustizia.

Il 23 luglio 2011 nel campo profughi di Jenin è stato un giorno di vittoria e di festa, e mi è stato fatto il dono di parteciparvi.

Esattamente una settimana dopo, il 30 di luglio, militari israeliani hanno fatto irruzione nel Freedom Theatre provocando danni, umiliando i presenti e arrestando tre persone.

Si ricorda che Jenin è in zona A, a completa giurisdizione palestinese e che quindi l’esercito israeliano non è autorizzato ad entrarvi.

Le persecuzioni non sono più cessate, ci sono stati altri arresti di attori e collaboratori, alcuni avvenuti ai posti di blocco che i ragazzi dovevano attraversare per portare i loro spettacoli in altre città della Cisgiordania. Ma non si sono mai fermati.

Il 6 Giugno 2012 gli israeliani hanno fatto un’incursione a casa di Nabil Al-Ree, direttore artistico del Freedom Theatre, e lo hanno arrestato. Mentre Zakaria Zubeidi è stato arrestato dalla polizia palestinese e portato nel carcere di Jerico che alcuni definiscono ormai una Guantanamo palestinese.

Si dice (ma non c’è nessuna dichiarazione in proposito) che Nabil Al-Ree sia stato arrestato dagli israeliani in relazione alle indagini sull’omicidio di Juliano Mer Kamis (!) e Zakariya dai palestinesi nell’ambito delle indagini sulla sparatoria avvenuta in Aprile contro la casa dell’ex governatore di Jenin, Qaddura Musa, in seguito alla quale il governatore ha avuto un infarto ed è morto. Di fatto ambedue, anche se uno in una prigione israeliana e l’altro in una prigione palestinese, sono in stato di “detenzione amministrativa”, ovvero senza processo né accuse specifiche. Una procedura diffusissima in Israele dove i palestinesi subiscono un’accusa da cui scagionarsi. Ovviamente i contatti con le famiglie sono limitatissimi, quando non nulli, e i colloqui con gli avvocati altrettanto.

Si aprono interrogativi dolorosi e inquietanti, per esempio tenendo conto che:

– Il Pentagono ha da poco nominato il nuovo coordinatore per la sicurezza con Israele e l’Anp (Autorità nazionale palestinese) nella persona dell’ammiraglio Paul Bushong che sarà il responsabile per il rafforzamento delle forze speciali dell’Anp (che ovviamente prevede dei finanziamenti).

– Il Presidente dell’Anp Abu Mazen ha recentemente riferito ad Holland che la Palestina potrebbe accontentarsi di aderire all’ONU come semplice Stato non membro e quindi rinunciare al riconoscimento di stato a tutti gli effetti. Inoltre pone come irrinunciabile il fermarsi della colonizzazione a Gerusalemme Est e nella Cisgiordania (con un colpo di spugna sul pregresso?).

– Il governatore di Jenin Talal Dweikat ha declamato che le campagne di arresto in atto (molto intense in questo periodo a Jenin e Nablus) servono la causa dell’indipendenza palestinese in quanto dimostrano che l’Anp è in grado di dirigere le istituzioni del futuro stato. E chiede nuove armi per le sue forze speciali a… Israele!

Di fatto l’esercito israeliano agisce a suo piacimento nella zona A senza che la polizia palestinese intervenga e senza nessuna reazione significativa da parte dell’Anp e di Fatha.

Chi va in Cisgiordania vede molte cose che si aspetta: l’erosione sistematica del territorio palestinese da parte delle colonie, l’arroganza del muro che con il suo percorso sinuoso ruba terra, acqua e diritti, la violenza dei checkpoint… e vede cose che non si aspettava, come la caotica cementificazione di Ramallah e di Hebron ormai irriconoscibili per l’espandersi di nuove costruzioni pubbliche e private. Stanno arrivando dollari in alcune zone della Cisgiordania, molti dollari… a noi indovinare chi e perché li manda.

Il popolo palestinese è stanco di guerra, di veder morire i suoi figli, vuole una vita normale, e c’è chi pensa di usare questo desiderio legittimo ed è interessato ad appoggiare e foraggiare una classe dirigente ai suoi servizi, come in tutto il mondo.

Ma molti sono stati destinati al sacrificio, esclusi dall’aspirazione ad una vita dignitosa, come sempre sono i più deboli e coloro che continuano a resistere. Sono i profughi che vivono nei campi palestinesi o all’estero, gli abitanti di Gaza, le popolazioni delle colline a sud di Hebron, coloro che vivono nei piccoli villaggi circondati dalle colonie e dal muro… chi non ha speranza non può essere indotto alla rassegnazione.

C’è chi sta tentando la via di una pacificazione ingiusta. Per percorrerla devono essere assolutamente spente le menti più lucide, quelle che sanno parlare al mondo e si sono date il compito di alimentare, non la rivolta armata che può essere controllata e vinta, ma la rivoluzione civile alla quale porta la consapevolezza di avere dei diritti umani universalmente riconosciuti.

Da anni a Jenin, nel piccolo centro del Freedom Theatre, si mette in scena la storia che partendo dalla lacerazione della violenza subita e dall’odio che ne deriva, indica la possibilità di alzare lo sguardo per svelare, oltre il buio, i colori più belli, quelli per i quali vale la pena di vivere. Perché ogni uomo può essere aiutato a diventare un individuo libero e responsabile, capace di scegliere eticamente, e nulla spaventa di più “i potenti” che sanno bene che uomini siffatti non accetteranno mai di uniformarsi ai loro ordini e tenderanno sempre ad organizzarsi in comunità politiche capaci di autogovernarsi democraticamente.

È per questo che il Freedom Theatre deve chiudere, Juliano Mer kamis è stato ucciso, i suoi eredi sono perseguitati non solo con la violenza, ma anche con l’arma subdola del discredito che insinua – bisbigliando perché non potrebbe mai provarlo – che non sono altro che delinquenti comuni che tradiscono, uccidono gli amici e sparano contro le case dei governatori.

Ovunque in Palestina ho sentito le stesse parole, tutti hanno chiesto a noi internazionali di non dimenticarli perché da soli non hanno la forza per farcela. In realtà anche noi abbiamo bisogno di loro, del loro coraggio e della loro resistenza, perché siamo ormai cittadini di un villaggio globale, abbiamo avversari comuni, e nessuno si salverà da solo.

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