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Come sconfiggere l’antipolitica. Una soluzione

Giuseppe De Rita e Luca Diotallevi
Corriere della Sera, 28.06.2012

Il fenomeno dell’antipolitica attira crescente attenzione e non per un abbaglio collettivo. Esso infatti ha dimensioni ben superiori a quelle registrate dai risultati delle recenti amministrative o dagli stessi sondaggi degli ultimi giorni; rende costantemente inadeguate le reazioni di sdegno «morale» delle quali è oggetto; non è concentrato nel «grillismo» et similia, esso dilaga non solo in periferia, ma anche nel cuore del sistema, come dimostrano alcune signorili insofferenze per la politica da parte dell’attuale governo tecnico. Per tutte queste ragioni l’antipolitica va capita nel suo insieme. Può anche essere contrastata, ma può esserlo solo dopo averne comprese le ragioni. Non è, come qualcuno pensa, un fenomeno irrazionale; irrazionale è pensare che lo sia e comportarsi come se lo fosse.
Una analisi fredda e non moralistica ci dice che l’antipolitica è figlia della crisi che ha corroso le
forme vigenti della mediazione politica. Le istituzioni e le organizzazioni che dovrebbero collegare
la verticalità della decisione politica con l’orizzontalità del consenso politico non sono più in grado
di assicurare tale collegamento e finiscono per costituirsi in «caste», quando la sopravvivenza
materiale resta l’unica preoccupazione.

È in queste condizioni che l’antipolitica si manifesta: con l’illusione di fare a meno della politica; di
evitare la raccolta di consenso specificamente politico; di legittimare la decisione propriamente
politica con la competenza scientifica o con l’indignazione; o magari con un misuso di «valori non
negoziabili». Ma senza politica non c’è una società davvero civile: non perché la politica sia tutto,
ma perché di una società civile e della sua evoluzione essa è una struttura necessaria.

Sta nell’attenta considerazione di questo dato strutturale la moralità del discorso sulla politica. Quel
che caratterizza l’attuale momento storico è certo l’imporsi della globalizzazione e di sempre più
elevati livelli di policentrismo e differenziazione del potere. Questi due fenomeni non hanno messo
in discussione il valore e la funzione della politica, ma solo la propensione, tipica della modernità
europeo continentale, di collegare decisione politica e consenso politico attraverso una rigida
superiorità delle istituzioni politiche (in particolare dello Stato) sulla complessa realtà delle
istituzioni sociali. Una superiorità cui ci siamo nel tempo abituati e sulle cui fortune molto ceto
politico nostrano aveva costruito i propri interessi; ma la sua crisi è ormai evidente, quasi un
processo senza argini.

La centralità dello Stato implicava infatti la sicurezza che esso fosse «scatola del sociale». Oggi il
sociale globalizzato e policentrico è troppo complesso per tollerare scatole. La politica non può più
essere «il signore dell’ambiente», ma può ancora essere un particolare sistema che garantisce una
funzione dentro un ambiente fatto di tanti altri sistemi. La adeguatezza della politica non dipende
più da quanto è grande e grossa (in quanto gestione del contenitore Stato), ma da quanto sa essere
intelligentemente semplice, selettiva, «agonistica» avrebbe detto Sturzo, capace di risolvere in
modo nuovo il problema della connessione tra decisione politica e consenso politico, tra verticalità
ed orizzontalità della politica.

La questione non è solo italiana: la Ue stessa, nata con la vocazione di andare oltre lo Stato (si pensi alla Ceca o alla Ced), è oggi costretta a cercare una via di uscita dalla morsa fra fallimento da un lato e rigore tedesco dall’altro; e non serve in proposito rilanciare sempre una centralità della cultura statuale, magari sempre più grande; serve, in Italia come in Europa, una nuova cultura politica: con nuove organizzazioni che accettino la sfida di un policentrismo complesso, senza indulgere in tentativi di rilanci istituzionali destinati a una generosa inadeguatezza.

Più politica nuova e meno statualità, questa la strada. E si vedrebbe subito che i limiti radicali di
ogni risposta meramente antipolitica stanno nel fatto che una società sufficientemente sviluppata
non sopravvive sotto la cappa della politica, ma non sopravvive neppure senza politica. La
negazione della politica è una ingenuità sociale. Evitare la fatica della raccolta di un consensopolitico non rende più forti, ma più deboli, restare sulla mera indignazione non rende più forti, ma più deboli.
Che fare? Per quanto assennata, un’analisi non è mai la soluzione di un problema pratico (ad es.
politico). I problemi politici accettano solo soluzioni politiche.

Nell’era dello Stato la verticalità politica e l’orizzontalità politica, la decisione e il consenso, erano
tenuti insieme dai conflitti ideologici o dallo smisurato ricorso alla spesa pubblica (e all’inflazione).
Tutto ciò non è più possibile e non funzionerebbe più. Dire che non abbiamo ancora elaborato una
nuova cultura politica significa dire che di quei due superati meccanismi non abbiamo ancora
trovato un adeguato equivalente funzionale. E va detto che in proposito il mantra del richiamo alla
coesione sociale (il cui eccesso non è da temere meno del difetto) non è l’indicazione di un
equivalente funzionale alla politica, ma la denuncia inconsapevole della sua mancanza.

Se questo è il problema, l’unica risposta che può funzionare è una risposta politica. Né professori né
indignati. Non ogni risposta politica, ma una risposta politica: comunque maledettamente pratica.
Se la natura non fa salti, l’evoluzione di una società ne fa ancor meno. Se una risposta politica
adeguata si formerà, essa non potrà nascere che dal ristabilirsi, magari fortuito, di una relazione tra
dei politici che abbiano il coraggio di «tradire» le loro cerchie, e dei cittadini che, pur avendone
motivi, resistano alla tentazione scettica di essere semplicemente indignati.

Ce ne sono le condizioni? Difficile dirlo. Tuttavia per cominciare il percorso c’è da fare un primo
passo, superare cioè la cultura (vincente per la maggior parte del Novecento) del fondamentalismo
istituzionale, e far progredire una diversa cultura, quella della mediazione politica come solo una
delle forme di mediazione sociale. Cultura dell’interesse generale la prima, cultura del bene comune
la seconda. Per la prima la società è una massa ancora informe di interessi da ordinare in una
«polis», per la seconda gli interessi sono sempre inter-essi (rete e rete di reti) in una logica di
inclusiva «civitas».

Per la prima la politica è sintesi, per la seconda è scelta tra scelte. La prima ha
dato il meglio di sé nell’era del primato dello Stato grande contenitore, ormai però infinitamente
complicato e costoso, a responsabilità confuse e non più imputabili. Mentre la seconda, con la sua
implicita carica di poliarchia, potrebbe risultare più coerente con i processi di globalizzazione e con
la regolazione dei crescenti conflitti sociali e antagonismi di potere. Essa non sta sopra, ma dentro la
società. Con questa non si confonde, ma accetta influenze e sa di poter rispondere a queste con un
certo grado di parzialità, nella ricerca del faticoso collegamento tra la decisione e consenso, tra
orizzontalità e verticalità.

Sarà permesso di segnalare, in un periodo in cui si indulge a evidenziare l’irrilevanza politica dei
cattolici, come a questa cultura abbia dato negli anni un contributo importante il cattolicesimo
politico che, ben lungi dall’appiattirsi su certi schematismi o arcaismi della vecchia dottrina sociale
della Chiesa, ha invece largamente contribuito a rinnovarla (si pensi a temi come libertà religiosa,
democrazia o mercato). Ed è su quella strada, di maturazione di una cultura politica che stia dentro
e non sopra la società e la sua evoluzione, che il mondo cattolico deve proseguire. Una strada lunga,
ma irrinunciabile per dare senso alla sua presenza di lungo periodo e strutturale, al di là delle tante
parole che circolano nel «partito cattolico».

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