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Il lavoro come diritto e la cura delle parole

Anna Picciolini
www.womenews.net

La professoressa Fornero, per il mestiere che fa e per le materie di cui si occupa, è molto probabile che usi l’inglese più dell’italiano. Ma dal momento che il suo ruolo attuale la pone al governo di un Paese dove si parla italiano quando parla con un giornale inglese dovrebbe tener conto del fatto che al popolo che lei governa le sue parole arriveranno tradotte.

Il mio rapporto con la lingua inglese non è semplice: la parlo male, la capisco peggio, se a parlarla sono gli anglofoni di prima scelta (inglesi e statunitensi), la scrivo maluccio, ma la leggo bene. E dal momento che sono un po’ fissata sull’uso corretto delle parole, a volte noto nella lettura più sfumature rispetto a persone che la padroneggiano in maniera più fluent di me.

La professoressa Fornero, per il mestiere che fa e per le materie di cui si occupa, è molto probabile che professionalmente usi l’inglese più dell’italiano. Ma dal momento che il suo ruolo attuale la pone al governo di un Paese dove si parla italiano (e non si conosce molto bene l’inglese), quando parla con un giornale in quell’altra lingua dovrebbe tener conto del fatto che al popolo che lei governa le sue parole arriveranno tradotte. E la traduzione, come si sa, è sempre un tradimento.

Leggo sul Corriere una difesa della sua intervista al Wall Street Journal: Fornero ha parlato di job e non di work. Dalla trascrizione della conversazione all’articolo che tale conversazione sintetizza, job (il posto di lavoro) è diventato work (il lavoro, il lavorare). Quindi Fornero non avrebbe detto: work isn’t a right (lavorare non è un diritto), ma job isn’t a right (il posto di lavoro non è un diritto). E di conseguenza, non ci sarebbe nel suo dire nessun attacco alla Costituzione e ai suoi principi fondamentali.

Può darsi. Non mi unisco alla schiera di chi l’accusa di questo, ma le faccio un’altra accusa: quella, appunto, di non aver tenuto presente, parlando a un giornale, che il suo inglese sarebbe stato letto, nel suo Paese, in una lingua che per dire “lavoro” ha un solo vocabolo. A trascuratezze linguistiche Fornero ci ha abituato fin dall’inizio. Vi ricordate le lacrime? Stava per dire, senza riuscirci, la parola “sacrifici”. Mai parola fu più impropriamente usata di questa nel linguaggio dei politici: quando un politico parla di “sacrifici” mi chiedo se sa che cosa vuol dire, se sa che si sta parlando di un “sacro” rispetto a cui ci si “sacrifica”. Ci si riferisce di solito a rinunce fatte in nome di qualcosa di più alto. Solo che in politica il “più alto”, il “sacro” non è quasi mai l’interesse generale, ma, come in questo caso, il pareggio di bilancio, che definire “sacro” mi sembra quanto meno eccessivo. Fornero si interruppe per le lacrime, ma la parola fu detta al posto suo dal presidente del consiglio.

E poi c’è stata la “paccata” di miliardi… e altre, tante, troppe occasioni in cui parole incautamente (?!) pronunciate hanno aperto polemiche e richiesto smentite.

Sciascia fa dire a un suo personaggio, un professore di lettere: “l’italiano, non è l’italiano, è il ragionare”, e lo cito, per non citare sempre il solito Nanni Moretti e il suo (francamente antipatico) “chi parla male, pensa male”, che non tiene conto di come il possesso della lingua sia anche un fatto di classe.

Ma Fornero non può fare appello al suo passato scolastico da libro Cuore per giustificare il fatto che oggi lei, docente universitaria e ministra del governo italiano, usa le parole, in italiano come in inglese, senza cura alcuna.

Perché anche la cura delle parole fa parte della cura delle relazioni, necessaria per stare nel mondo.

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Marchionne, Fornero e la Lega

Vittorio Emiliani
www.articolo21.org

Quali frasi storiche ci regaleranno la prossima settimana l’Ad della Fiat, l’elvetico-canadese Marchionne e il ministro del Welfare Fornero? Il primo ha già definito “folklore locale” la sentenza della magistratura con la quale a Pomigliano la Fiat non assume un solo operaio iscritto alla Fiom-Cgil e se poi ne dovrà assumere, ne metterà altrettanti in cassa integrazione. Frase sprezzante di sapore eversivo. Fin dove potrà spingersi nello scasso del diritto l’innovativo uomo del maglioncino? La seconda, Elsa Fornero, non lascia passare giorno (a parte quest’ultimo week-end, forse per la calura) senza segnalarsi in negativo. Eppure il governo Monti si differenzia dal precedente per tante cose che sarebbe stucchevole elencare.

Non tutti i suoi ministri sono dei tecnici del ramo (non lo è, per fare l’esempio più eclatante, il ministro per i Beni e le Attività Culturali che è ad un passo dal nullismo di Bondi). Ma quasi tutti lavorano in silenzio o comunque si esprimono con sobrietà e, vivaddio, proprietà di linguaggio. Il professor Giarda, è vero, insiste nel fare battute british che la più parte dell’aula parlamentare nemmeno coglie, ma le faceva già da sottosegretario nel governo Dini, i Lumbàrd non le capivano mai e si prendevano delle incazzature terribili, quindi la sua tenacia nell’ironizzare va apprezzata. Forse dovrebbe munirsi di un traduttore, o di un volgarizzatore portatile.

Invece, a carico del ministro del Welfare, Elsa Fornero, bisognerebbe che il premier Monti mettesse una tassa o un tassametro, un tot (pesante) a parola pronunciata, tariffa centuplicata ogni volta che la professoressa, col ditino alzato ad ammonire, si lascia andare a dichiarazioni improprie, sbagliate, imbarazzanti per tutti, ma soprattutto per l’esecutivo di cui fa parte. Già la materia che le è stata (forse improvvidamente) affidata, il lavoro o, ahinoi, il non-lavoro spesso, è sempre scottante.

Se lei poi ci aggiunge – e ce lo aggiunge purtroppo – il carico da undici (quotidiano) di un termine o di una espressione sconsolatamente, inesorabilmente, e professoralmente però, fuori da ogni logica di prudenza politica e magari, come nell’ultimo caso, fuori dalla Costituzione, diventa una mina vagante. Anche perché, dopo, dobbiamo sorbirci la “sua” spiegazione. Che in modo piccato chiarisce, rettifica, puntualizza. Gentile ministro, no, dopo anni di incessanti berlusconate (enfatizzate dalla sua ridicola corte) che il responsabile primo qualificava in seguito come “malintesi”, come “non sono stato capito dai giornalisti”, abbiamo esaurito le riserve della nostra pur capiente sopportazione.

I tecnici hanno il dovere di conoscere la tecnica della parola, del linguaggio, della comunicazione corretta, e magari scegliere di stare zitti o di parlare il minimo indispensabile. Si faccia delegare lei, professor Monti che, soprattutto in Europa, ha capito da tempo come si fa e che sa usare una sua lombarda ironia. Sì, lombardi e milanesi, prima della Lega Celtica, credetemi, erano ironici e gioviali. All’assemblea che ha eletto Roberto Maroni segretario campeggiava una scritta: “Italia di merda”. Ci hanno dovuto pensare un po’ di giorni, però poi agli autori è venuta di getto, un colpo di genio fulminante. Di cui andare orgogliosi nella “nuova era” maroniana.

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