Home Politica e Società Diaz: undici anni fa a Genova la democrazia e i diritti furono calpestati

Diaz: undici anni fa a Genova la democrazia e i diritti furono calpestati

Marcello Zinola
www.articolo21.org

E adesso lo Stato confermi di essere tale. E chieda scusa. Confermando di essere uno Stato di diritto, applicando le sentenze emesse nei confronti di qualsiasi cittadino. Anche di quelli che dovevano rappresentarlo, per ruolo e mandato, ancora meglio di altri. La sentenza della Cassazione che ha confermato le condanne per falso nei confronti dei vertici della polizia coinvolti nel pestaggio e negli arresti illegali dei no-global alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 apre (obbliga) a questa strada. La sentenza conferma, nella sua lunga articolazione, nella parte più rilevante, per la cosiddetta “catena di comando”, quella emessa dalla Corte d’Appello di Genova il 18 maggio del 2010.

Adesso le vittime del pestaggio, potranno ottenere i risarcimenti dovuti e il ministero dell’Interno dovrà aprire i procedimenti disciplinari a carico degli imputati condannati, compresi quelli (reparto mobile e latri) per i quali i reati sono stati prescritti. I giudici della Quinta sezione penale della Cassazione hanno giudicato 25 agenti e funzionari della polizia per il pestaggio alla scuola Diaz di Genova, durante il G8 del 2001, di 60 no-global e gli arresti illegali di 93 no-global. La procura di Cassazione aveva chiesto la sostanziale conferma della sentenza di Genova.

La sentenza, tra gli altri, interessa vertici fondamentali dello Stato. Quelli del Dac (dipartimento anticrimine, Francesco Gratteri), dell’Analisi servizi segreti (Giovanni Luperi), dello Sco (Gilberto Caldarozzi) e vertici di questure importanti (Firenze), divisioni come la Polfer Piemonte e altri vertici dove erano stati promossi, negli anni dopo il G8, i funzionari e dirigenti inquisiti. La sentenza rende merito anche a quei giornalisti (molti free lance) che, di cultura e idea diversa, non sono venuti meno nei giorni del G8 e negli anni successivi, nonostante denunce e pressioni varie, al loro ruolo. Raccontando (e testimoniando per primi anche in sede giudiziaria) prima le violenze di piazza su ogni fronte e, poi, i relativi processi anche se alcuni aspetti (le violenze di una parte dei manifestanti, i Black bloc – ma non solo – sono rimaste del tutto insolute come le denunce per le violenze di appartenenti a forze di polizie diverse, avvenute in strada e mai ricostruite) restano senza esito.

La sentenza non deve fare gioire. Perché se da un lato segna l’indipendenza di chi, nei diversi ruoli, ha indagato e giudicato, dall’altro scrive la parola fine (giudiziariamente) su una delle pagine più brutte della storia repubblicana. Undici anni fa a Genova la democrazia e i diritti furono calpestati. Per anni i vertici istituzionali lo hanno, fatte salve alcune eccezioni, sempre negato con giustificazionismi inaccettabili. Una generazione fu cancellata dalla politica aprendo un vulnus pesantissimo nel rapporto di fiducia tra le istituzioni dell’ordine pubblico, la già malandata politica e i cittadini. La sentenza non deve fare gioire perché oggi, più di allora, deve fare riflettere e impegnare chi crede nel diritto e nei diritti, nella democrazia, in una riforma vera delle forze di polizia, della loro formazione, peggiorata nel corso degli anni e sempre più (ri) votata alla militarizzazione.

Sotto le divise non devono esserci dei “servi” o dei nemici, né agenti, carabinieri, finanzieri, devono vedere come tali chi manifesta in piazza. Un percorso lungo da compiere, mai aperto con convinzione. Ci rifletta la politica, ci rifletta chi insegue sempre in tema di voti elettorali, i temi di una malintesa sicurezza. Giustizia è fatta? Non del tutto e come tale resterà incompiuta.

Mancano molti tasselli. L’ex capo della polizia De Gennaro è stato assolto dalla Cassazione: è una sentenza (politicamente la valutazione solleverà critiche, ma è così) che va rispettata. Anche se il ruolo “politico” di De Gennaro quando era capo della polizia, resta nella sua interezza e responsabilità “politica”. Ma al rispetto di quella sentenza, oggi tutti uniscano il rispetto (e applichino) quella odierna. Adesso l’occasione per chiedere scusa, leggendo le sentenze emesse in undici anni di storia, c’è davvero e senza più alibi. Chiedere scusa per avere visto tradito il ruolo istituzionale, democratico, di fiducia, di diritti e di democrazia. Quella conferma di un’accusa di falso, a mio giudizio, è ancora più grave della violenza. E c’è poco da gioire nella storia, sofferente, dei diritti e delle regole, nel nostro paese.

* Segretario Associazione Ligure dei Giornalisti-Fnsi

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Diaz, quel sangue lavato via

Mariavittoria Orsolato
www.altrenotizie.org

A 11 anni da quella terribile notte, la giustizia italiana ha messo la parola fine sulla vicenda del sanguinoso blitz alla scuola Diaz. Ieri sera la quinta sezione penale della Cassazione ha confermato in via definitiva le condanne per falso aggravato inflitte agli alti funzionari di polizia coinvolti nelle violenze contro i manifestanti accampati nell’istituto messo a disposizione dal comune di Genova.

Convalidata la condanna a 4 anni per Francesco Gratteri, attuale capo del dipartimento centrale anticrimine della Polizia; convalidati anche i 4 anni per Giovanni Luperi, vicedirettore Ucigos ai tempi del G8, oggi capo del reparto analisi dell’Aisi. Tre anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, attuale capo servizio centrale operativo. Convalidata anche la condanna a 5 anni per Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma. Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al settimo nucleo speciale della Mobile.

Tra prescrizione e indulto le condanne non saranno dunque detentive, ma per i funzionari questo potrebbe significare l’immediata decadenza da incarichi e la sospensione dal servizio, dal momento che, per ciascuno dei 25 imputati, è stata applicata la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Ma è davvero possibile cantare vittoria?

In molti hanno atteso ed accolto la sentenza della Cassazione come la liberatoria conclusione di un processo durato fin troppo tempo: la giustizia ha stabilito che la notte del 21 luglio 2001 alcuni uomini delle forze dell’ordine piazzarono false molotov, molti altri si accanirono violentemente contro persone inermi mentre altri ancora cominciarono a tessere una fitta rete di menzogne per insabbiare il tutto.

Una verità storica che ora, redatta e protocollata, stabilisce la veridicità di quanto i manifestanti denunciarono immediatamente a ridosso del blitz. Peccato che questa verità arrivi dopo 11 anni e peccato che, a testimoniare le ragioni di quelli che tutti chiamarono indistinatmente “black bloc”, ci siano tonnellate di materiale girato in presa diretta che confermano la cieca brutalità di quanto avvenuto quella notte.

C’era dunque davvero bisogno di una sentenza di terzo grado per affermare storicamente che alla Diaz fu un massacro gratuito, un abuso di potere intollerabile? Serviva una punizione. Una punizione esemplare, dal momento che si tratta di alti papaveri delle forze dell’ordine. L’allontanamento dal proprio incarico – per quanto favorevolmente accolto dall’opinione pubblica – ha comunque durata transitoria: un lustro appena e i 25 pubblici ufficiali riconosciuti colpevoli di lesioni e falso aggravato torneranno tranquillamente al loro posto, con il loro stipendio, le loro ferie pagate, il loro manganello.

Per quella che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti umani dopo la seconda guerra mondiale”, questa lievissima pena non può e non deve bastare. Soprattutto se si pensa al fatto che, la prossima settimana, 100 anni di carcere rischiano di essere comminati a 10 persone accusate di aver rotto delle vetrine nei giorni del G8 o di aver “compartecipato psichicamente” (sic!) a queste azioni. La sproporzione è più che evidente e basterebbe soltanto un po’ di buon senso per archiviare il procedimento, con tante scuse agli imputati. Ma probabilmente le cose non andranno in questo verso.

“Don’t clean up this blood” scrisse sui muri insanguinati della Diaz un’anonima mano inorridita da tanta brutalità, eppure questo sangue sembra continui a voler essere lavato via. Da una giustizia istituzionale mite nelle pene e furbescamente lenta e miope nei procedimenti. Dalle promozioni date ai responsabili di quella che lo stesso Michelangelo Furnier, vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, definì “macelleria messicana”. Dal fatto che quella politica che siede ora in parlamento è la stessa che in 11 anni non è mai riuscita a mettere assieme una commissione d’inchiesta parlamentare.

Se è vero però che la storia siamo noi, allora le macchie di sangue della Diaz devono essere come quella del fantasma di Canterville e ritornare puntuali, dopo ogni tentativo di lavaggio, a ricordare la colpa di chi le ha causate.

Un pugno di magistrati dalla schiena dritta, ha saputo per una volta imporre la terzietà di giudizio ed il rifiuto dell’obbedienza dovuta e dell’omissione consueta. Ma queste condanne non bastano. Le responsabilità politiche del governo Berlusconi da poco insediato e quelle di chi, in parlamento, ha sempre rifiutato la possibilità di una commissione parlamentare d’inchiesta su quanto avvenuto a Genova, sono state le due gambe sulla quali si è retta la violazione della democrazia.

Duecento poliziotti protagonisti della mattanza, riparatisi con i caschi e i fazzoletti per non farsi riconoscere, sono solo la parte pubblica di chi, da dietro le quinte, diede indicazioni precise per quelle ore di macelleria. Quando costoro saranno chiamati a rispondere di quanto ordito, allora e solo allora si potrà dire che giustizia è fatta.

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