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Egitto: un islamista al potere (limitato)

Mostafa El Ayoubi
www.confronti.net

In Egitto è stato eletto alla presidenza un esponente dei Fratelli musulmani, Mohammad Morsi. Gli egiziani oggi si trovano senza una vera Costituzione, senza un Parlamento, con un presidente con potere limitato e una giunta militare che continua a dettare le regole. Ciò fa supporre che la partita per la democrazia in Egitto sia ancora tutta da giocare.

Chi l’avrebbe mai pensato che in Egitto oggi sarebbe diventato capo dello Stato un esponente del movimento dei Fratelli musulmani (Fm)? Prima della rivoluzione del 25 gennaio 2011, nessuno probabilmente!

Negli ultimi 60 anni si sono succeduti alla presidenza quattro militari: Naguib, Abd al-Naser, al Sadat e Mubarak. E con la caduta di quest’ultimo, l’11 febbraio 2011, un altro militare – a capo del Consiglio supremo delle forze armate (Csfa) – ha assunto la guida provvisoria del Paese. Si tratta del generale Tantawi, il quale aveva ricoperto per 20 anni la carica di ministro della Difesa nell’era Mubarak.

Dopo la rivolta popolare, Tantawi e il suo Csfa avevano assunto il compito di guidare la transizione politica e consegnare in tempi brevi il potere ai civili. E il 24 giugno scorso, 17 mesi dopo l’inizio della rivoluzione, è stato proclamato presidente della Repubblica un civile eletto dal popolo: Mohammad Morsi. Un evento inedito nella storia dell’Egitto. Ironia della sorte, Morsi è uno dei leader dei Fm, i quali per decenni furono perseguitati dal regime militare.

Ora l’Egitto ha un presidente civile e islamista. Questa assoluta novità pone tanti interrogativi sul futuro prossimo di un Paese alle prese con gravissimi problemi interni (uno Stato tutto da ricostruire, un’economia al collasso) e con questioni regionali di estrema delicatezza, visto il peso che l’Egitto ha sulla scena mediorientale.

Come si comporteranno i Fm ora che sono al potere? Instaureranno un regime teocratico nonostante le premesse fatte di non stravolgere il carattere laico dello Stato? È poco realistico, perché Morsi ha vinto con solo il 51,7% dei voti. Il suo rivale, il generale Chafik (esponente dell’ex regime), ha ottenuto il 48,3% delle preferenze e solo il 51% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne. Quindi il neo presidente islamista non ha avuto un largo consenso popolare e di fatto non gode del sostegno delle forze laiche di piazza Tahrir – i veri catalizzatori della rivolta contro l’ex regime – per «iranizzare» la rivoluzione egiziana. In effetti, Morsi, appena eletto, ha dichiarato che sarà «il presidente di tutti gli egiziani». Il che sembra rassicurare per ora i copti.

Ma la grave crisi egiziana non si esaurisce con l’arrivo al potere di un civile. Rimane una questione cruciale da risolvere: il Csfr consegnerà realmente il potere ai civili, come aveva già dichiarato diverse volte nell’arco degli ultimi 17 mesi? La maggioranza degli egiziani teme che i militari non abbiano l’intenzione di rientrare nelle loro caserme.

Il 14 giugno il Csfa ha ripreso in mano il potere legislativo che era in mano ad un Parlamento eletto liberamente solo qualche mese prima. Inoltre, mentre si svolgevano le elezioni presidenziali, il Csfa ha emanato una «Dichiarazione costituzionale complementare» per mantenere il controllo sulla Difesa e per limitare il potere del neo presidente. Si è inoltre erogato il diritto di interferire nella stesura della nuova Costituzione.

Quindi gli egiziani oggi si trovano senza una vera Costituzione, senza un Parlamento, con un presidente con potere limitato e una giunta militare che continua a dettare le regole. Ciò fa supporre che la partita per la democrazia in Egitto sia ancora tutta da giocare.

È una partita difficile che contrappone il potente esercito egiziano e i Fm, la più grande organizzazione politica di matrice religiosa in Egitto e nel mondo arabo. Ma, visto che l’esito di questa partita avrà importanti risvolti sulla politica estera dell’Egitto, in particolare in medio Oriente, essa sarà giocata con la regia del governo americano. Washington in effetti sostiene da decenni il regime militare in Egitto. E solo pochi mesi fa ha elargito 1,3 miliardi di dollari al Csfa. In questa fase di transizione verso la democrazia anche le Ong americane sono molto attive attraverso aiuti finanziari a gruppi politici con lo scopo di orientare il «cambiamento».

Il governo Usa si fida più del suo vecchio alleato egiziano (i militari) che dei Fm, fino a poco tempo fa considerati dei fanatici fondamentalisti islamici. Ma sa benissimo che non può escludere il movimento della fratellanza dalla partita e ciò per due motivi: i Fm godono di un grande sostegno popolare, nonostante il modesto risultato ottenuto da Morsi; la rivoluzione del 25 gennaio ha definitivamente spazzato via la paura degli egiziani di manifestare e di pronunciarsi su chi li deve governare; e in maggioranza si sono espressi contro la giunta militare.

In realtà gli Usa seguono solo i propri interessi. Non hanno nessun problema a mollare i militari a favore degli islamisti, come hanno fatto in passato in Turchia. Ma non si fidano ancora degli islamisti nonostante i dirigenti della fratellanza abbiano dichiarato che i rapporti con Israele non cambieranno e che non metteranno in discussione l’economia liberale americana. E quindi per ora Washington farà in modo che i militari e i Fratelli musulmani si spartiscano il potere, ma sempre sotto il suo controllo, e poi si vedrà.

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