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La randa di Luisa di P.Corrias

Pinuccia Corrias
Gruppo donne per la Teologia di Pinerolo

La donna che fa la randa. Questa la figura della mia infanzia sarda che mi ha suscitato leggere il testo di Luisa, sul Discorso della montagna, “manifesto di una giustizia che differisce da quella di questo mondo” , contenuto in Cardini- Muraro, Beati i perseguitati per la giustizia, perchè di essi è il regno dei cieli, ediz. Lindau,segnalatomi da Doranna, mentre mi trovo nella mia terra  e alle cui sollecitazioni rispondo con affetto  in-seguendola nelle sue relazioni.

Questa era una donna un po’ vecchia (direbbe mio nipotino) che portava sempre con sé  il pizzo già fatto (la randa, appunto)  avvolto su se stesso  e la matassa del cotone con l’uncinetto sottile di ferro, infilato a tenere insieme filo ed elaborato. Quando si trovava con le altre donne, lei poggiava sul grembo il tutto, staccava l’uncinetto e precisa e pacata iniziava a tessere figure (l’uva, il sole di Dorgali, il gallo sardo…) con un semplice gesto delle dita che tiravano di volta in volta dalla matassa il filo necessario, riprendendo motivi antichi che, tuttavia, avevano ogni volta il sapore della magia che con un tocco fa nascere il mondo.

Ho capito che questa è un’allegoria e ho anche capito che le allegorie nascono da una profonda corrispondenza in cui ciò che ci viene restituito non è solo un’ immagine, ma qualcosa di più che a  che fare col come e dove quando viene al mondo il mondo e sul fatto che ogni volta che questo accade, in noi le esperienze antiche e nuove si fondono rafforzandosi,  comunicandoci un senso di comprensione profonda di noi stesse e della realtà insieme a un filo di dolcezza e felicità. Di agio, come si diceva una volta.

C’è tutto di Luisa. La matassa di intuizioni che da tempo sostano nel suo grembo e che ad un certo punto naturalmente necessariamente si traducono in parole,  come lei stessa dice in Dio è violent: “La mia è un’intuizione. Le intuizioni si presentano alla nostra consapevolezza come l’accendersi di una luce ma non sono lampi estivi: le precede e le prepara un corso di pensieri che può essere lungo.”(p.45). Ci sono le amiche di sempre: la grande  (lo premette ogni volta che la nomina e non solo per distinguerla dall’altra Teresina) Teresa d’Avila, Iris Murdoch, Simone Weil e anche due nuovi amici, Dorothée Bauschke e Bernard Van Meenen,  espressamente ringraziati, a conclusione, “dell’aiuto e dell’esempio”.

C’è quel gesto dell’esporre, pacato e sereno ma deciso e sicuro, che è tipico del parlare delle donne quando sono insieme e si scambiano non solo ricette ma anche cibi, non solo consigli di moda ma vestiti amati, non solo parole ma piste da percorrere, pratiche “della vita interiore e della vita relazionale” che, come dice Doranna, aprono passaggi per ” una prospettiva inedita che si apre non a forza di legge ma con una conversione del cuore e della mente”. Necessaria non solo se si vuole praticare la virtù della giustizia (che – ora però mi è chiaro – è ciò che Luisa ha fatto da sempre; e per me da quando io la conosco e insieme ad altre e altri cercava di fermare la guerra nel Vietnam, bloccando la partenza del Giro d’Italia in Piazza Duomo a Milano).

Sono visitazioni che ci annunciano un modo per  leggere nel presente  più ingiusto e più difficile ” i segni di una presenza che non sottostà alla logica dominante e non procede sui viali del trionfo”. Che , secondo lei , è “il grandeforse il più grande, contributo del cristianesimo alla civiltà”. Ecco perché il tutto ha un sapore noto: tutti o quasi conosciamo la beatitudine che dà il titolo al librino, non tutti ma certamente molti viviamo sulla nostra pelle il senso di un’ingiustizia profonda che impregna di sé questi tempi, molti “s’impegnano perché a questo mondo ci sia una giustizia coniugabile con la felicità”, “giustizia che arrivi al cuore delle cose e delle persone” e in  molti rischiamo, nella sconfitta di diventare “disperati o cinici” ed ecco che il suo lavoro all’uncinetto ci mette sotto gli occhi una cosa importante  proclamando, gridando con gioia già nel titolo (eh, sì, eh! C’è un punto esclamativo!) che questo che viene dato in premio ora e qui a chi è in croce perche cerca la giustizia, – non perché è giusto –  ha “un bel nome”, è il regno dei cieli! Che è, conclude,”un modo di essere e più che un modo: una possibilità di essere e una disponibilità a ricevere essere dall’Essere, amore dall’Amore, luce dalla Luce”.

Sì, certo, ciò che dice è forte ed è anche segno di coraggio, ma non è per questo che le sue parole  “hanno peso”. Faccio l’esempio più banale. Anche io mi sono ribellata alle risposte date intorno a me alle lacrime della Fornero, ma non ho potuto che tacere: ciò che confusamente pensavo se l’avessi detto avrebbe solo innescato una polemica. E a che mi serve polemizzare? Non ho più vent’anni. Mi  mancava la giusta mediazione, la  “mediazione vivente”, quella che  permette  di “accedere alla vera giustizia alla condizione di non fabbricare, a forza d’immaginazione e di menzogna, una falsa concordanza dei piani molteplici e discordanti della realtà nella quale ci troviamo a vivere”. E che spiega molto bene, io credo, la differenza tra mediazione e compromesso. Per questo non mi ha sorpreso che l’uncinetto abbia tirato  di seguito la figura di Aldo Moro che  – (io non so dire di più di quanto anche allora avessi capito) –  cercò fino alla fine forme di mediazione…

Sento la voce di Francesca (F. Spano era una donna grande che di randa era maestra) che, come faceva sempre, mi sollecita a entrare, come si suol dire, nel merito del discorso. Cosa che, se vuol dire entrare in uno schema del dire, io non so fare. Doranna nemmeno. Perciò se queste testo non è presentabile se non alle amiche più care, va bene lo stesso. Del resto, sia chiaro: la randa non era un lavoro a progetto o a comando, come potevano essere, che so, le lenzuola da corredo ricamate dalle ragazze povere o gli abitini da battesimo impreziositi dai pizzi commissionati alle suore.

La randa non aveva una destinazione  precisa. Ad un certo punto poteva essere chiusa, che significava semplicemente fare un nodo al filo e mandarla nel mondo dove si poteva usarla per ornare un lenzuolo, per rifinire la coperta bianca di piquet da mettere sul letto di una puerpera insieme al neonato (come ha fatto mia madre  portandomela fino a Roma  quando è nato mio figlio. Di quella  di Luisa io ne faccio da sempre un uso povero, sì,come sono io, ma così necessario!!), si poteva vendere ad una turista incredula di tanta naturale bellezza e così via. Oppure si poteva riniziare, partendo da dove era stata lasciata, aggiungendo punti e figure  rintracciate nella memoria e  nei libri giusti, come fa Doranna  e come potrà fare chiunque, quando troverà il suo modo di accostarsi a questo altro mirabile (per me) lavoro di Luisa.

N.B. C’è anche il testo di F. Cardini, lo so. Ma la randa, si sa, era cosa di donne!
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FRANCO CARDINI, LUISA MURARO, Beati i perseguitati per la giustizia, perchè di essi è il regno dei cieli, Edizioni Lindau 2012, € 12,00

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