Home Politica e Società Quirinale e trattativa: intervento incongruo”. Intervista a Franco Cordero

Quirinale e trattativa: intervento incongruo”. Intervista a Franco Cordero

Silvia Truzzi
il Fatto quotidiano, 3 luglio 2012

L’interrogativo sollevato dalle indagini sulla trattativa Stato-mafia non sopporta ombre: tergiversare significa non rispondere a una domanda che riguarda sopra tutti e prima di tutto la salute della democrazia. Sul Fatto quotidiano del 24 giugno Paolo Flores d’Arcais chiedeva se le dichiarazioni del presidente della Repubblica sulla necessità di una legge in materia d’intercettazioni fossero davvero il male minore. E commentava: “Pesa fin qui il silenzio di giuristi e intellettuali da sempre impegnati a difesa della democrazia”. Cinque giorni dopo il torpore è stato rotto su Repubblica da Franco Cordero, tra i più autorevoli processual-penalisti italiani.

Professore, gran parte del suo articolo riguarda interventi regi in materia giudiziaria. Perché?

La storia aiuta a capire i termini delle questioni: i re erano condottieri, taumaturghi, custodi dell’ordine naturale, giudici par excellence; l’istituto s’evolve nel senso laico d’una divisione dei poteri; l’ultimo residuo mistico è l’idea d’una justice retenue in capo al monarca, liquidata dalla rivoluzione francese; e anacronistica-mente riappare. Non è buon segno.

Qualcuno pensa che il capo dello Stato, in quanto presidente del Csm, sia primo giudice.

Se lo fosse, saremmo tornati ai bei tempi in cui Luigi IX, il santo, teneva udienza sotto un olmo. L’autogoverno della magistratura non tocca la fisiopatologia dei processi e relative terapie: lì vigono norme codificate; l’insegna della relativa disciplina è “procedura penale”.

S’è parlato anche di poteri del Colle in merito al coordinamento tra le procure.

Nella sintassi del diritto i poteri non germinano spontaneamente: esistono in quanto norme, costituite in un dato modo da certi organi, li attribuiscono alla tal persona; qui non ne vedo; e coniarle sarebbe un salto indietro.

Lei ha scritto: le conversazioni erano legittimamente intercettate.

Il giudice spiegava perché convenisse ascoltarle: niente da obiettare; e quando vi sia qualcosa d’eccepibile, non spetta al Quirinale rilevarlo, né rimediarvi.

Le intercettazioni indicano un atteggiamento “interventista” nel consigliere del Quirinale.

Dove il fine sia coordinare il lavoro delle procure, se ne occupa il procuratore nazionale antimafia: il quale, interpellato, risponde che tutto è avvenuto regolarmente; non c’era materia controvertibile. L’incongruo intervento, dunque, era gratuito.

S’è detto che il Capo dello Stato funga da cerniera tra le istituzioni.

Lasciamo da parte le metafore. Il quesito appartiene alla procedura penale, antica materia (l’ha fondata Alberto Gandino, magnus practicus, autore del ‘ Tractatus de maleficiis ’ nel tardo Duecento), ancora fragile ma non al punto che vi attecchisca lo stravagante: supponiamo che Sua Maestà, reputandosi organo censorio in materia giudiziaria, intimi al pubblico ministero Rosso d’astenersi dall’indagare trasmettendo gli atti a Verde; o esiga una richiesta d’archiviazione; o chieda conto al giudice del come mai non ritenga legittimo l’impedimento addotto dall’imputato; o interloquisca sulle prove o prescriva una lettura dei testi legali (mattane simili sfilano in un vecchio film girato da René Clair negli Usa, L’ultimo miliardario); l’unica risposta sarebbe una caritatevole fin de non recevoir, fingere che non sia avvenuto niente.

Se uno studente sostenesse quell’idea nell’esame di procedura penale?

Cantare i commi del codice è atletismo mnemonico: basta averne sotto mano un’edizione up to date; l’amnesia quindi merita indulgenza. Le storture sintattiche, no.

I pochi che hanno osato chiedere conto al Quirinale sono stati immediatamente tacciati di attentare alla democrazia.

Dev’essersi formata una retorica le cui battute escono automaticamente, cariche d’enfasi. Il ministro degli Interni denuncia l’aggressione al Capo dello Stato esortando gli italiani al massimo sdegno; e a proposito d’intercettazioni raccomanda ripensamenti seri ossia restrittivi. Altri vedono “schegge” togate cospiranti in difesa del “privilegio corporativo”, formula rumorosa priva d’ogni senso. Nel coro cantano a pieni polmoni plaudi-tori dell’uomo d’Arcore, in livrea o pseudo-equidistanti.

Anche il presidente Napolitano, chiamato in causa personalmente, nomina il bavaglio.

Tipica gaffe, sia detto rispettosamente, e rincresce notarla: sed magis amica veritas.

Sotto il governo Berlusconi parte della stampa protestava.

Ogni tanto scattano riflessi condizionati, inibitori e compulsivi; vi sono cose da non dire, “infandum”. Manierismi e stereotipi segnalano un calo della tensione critica, spiegabile dopo tanti anni d’asfissiante maleducazione verbale. Berlusco Magnus, uomo d’una suprema inettitudine al governo, a parte la scaltra gestione d’affari suoi, passa alla storia come formidabile guastatore dei meccanismi mentali collettivi: non s’è rassegnato alla caduta; padrone dell’ordigno mediatico, ha ancora delle chances in ambienti ridotti al panico dalla crisi, lui che se l’era covata e la negava. Recessioni intellettuali non costano meno dell’economica. Siamo al punto in cui quasi tutto diventa sostenibile, anche 2 + 2 = 5.

Il governatore della Lombardia da giorni nega d’essere sotto indagine perché la Procura non gli ha mandato avvisi di garanzia.

Quanto contorcibili siano gli argomenti legali, lo dicono famosi processi. Discorrere seriamente è un handicap sui palchi dove qualunque gesto verbale ha corso, specie se violento, convulso, deforme: platee scalmanate applaudono. Da notare come l’effetto distorsivo colpisca anche l’establishment culturale configurandosi come logofobia: chiamiamola paura del pensiero; qualche scuola lo vuole corto, saltuario, liquido; le catene ragionate costano fatica; “faticoso” è epiteto ricorrente nel lessico degli addetti alla censura.

L’urlo continuo manda in secondo piano cose importanti: qui dei magistrati indagano sulle stragi, una delle ferite più dolorose nella storia d’Italia.

Fosse vera l’ipotesi d’un patto tra istituzioni e la mafia, saremmo uno Stato dall’identità molto equivoca. Quando Moro stava in mano alle Brigate Rosse, nella cosiddetta prigione del popolo, che un ministero degli Interni inquinato da Gladio e P 2 non riusciva a scovare, ed era condannato a morte se non fossero state accolte certe richieste, correva uno slogan: “Lo Stato non tratta con gli eversori terroristi”; costa poco declamare massime virtuose sulla pelle altrui. La premessa suona falsa, perché niente vietava il riscatto, giustificato dalla necessità di salvarlo “dal pericolo attuale d’un grave danno alla persona”, “da lui non volontariamente causato né altrimenti evitabile” (art. 54 Codice penale). Il caso attuale risulta alquanto diverso, supponendo negoziati al vertice: non eravamo ridotti al punto che la sopravvivenza dell ’ italicum genus dipenda da accordi con la mafia; né costituisce curiosità fatua sapere cosa avvenisse dietro le quinte; e spetta ai tribunali dire se l’accaduto sia delitto.

Tra poco sarà il 19 luglio, vent’anni dalla morte di Borsellino, e nelle cerimonie tutti chiederanno “tutta la verità”.

In Italia la politica è anche teatro, talvolta infimo, d’un vario genere, buffo, patetico, grottesco, feroce, gaglioffo, funereo (che spettacolo i visi alla messa funebre d’Aldo Moro), persino postribolare. Il senso dell’atto scenico va colto in particolari minimi, quali smorfie appena percettibili, tic, espressioni vacue. Speriamo che l’iter palermitano arrivi al dibattimento, se emergono prove tali che l’accusa sia sostenibile: affari simili è bene che diventino res iudicata; esiste una res iudicanda più seria del sapere in che Stato viviamo?

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Trattativa Stato-mafia, Ingroia: “C’è un’Italia della vergogna e un’Italia della speranza”

Colloquio con Antonio Ingroia di Rossella Guadagnini
www.micromega.net

“Sui principi di fondo di una democrazia, non posso essere neutrale. Ho delle opinioni cui far riferimento che non sono né ideologiche né politiche, ma costituzionali. E sono quei valori consacrati dalla Carta su cui ho solennemente giurato. In difesa di questi valori mi schiero e sempre mi schiererò”. Antonio Ingroia è procuratore aggiunto della Procura distrettuale antimafia di Palermo, nell’occhio del ciclone per via dei clamorosi sviluppi delle indagini sulla trattativa Stato-mafia, che vede i riflettori puntati su alcune delle più alte cariche della Repubblica.

In questi giorni Ingroia è spesso in giro per l’Italia per presentare “Palermo”, il suo ultimo libro appena pubblicato da Melampo editore (pp.166 euro16), un atto d’amore e di fede nei confronti del capoluogo siciliano che, oltre a essere la sua città natale, è divenuto crocevia di una battaglia sulla legalità delle forze democratiche. Democrazia e giustizia, giustizia e politica, politica e democrazia: sono questi i lati del triangolo entro cui, per forza di cose, si muove il dibattito istituzionale e civile nel nostro Paese. Un Paese che tuttavia, come sottolinea lo stesso Ingroia “ha un rapporto difficile con la verità, che si può risolvere se tutti, ogni componente della società e le istituzioni, si muovono verso questo stesso obiettivo: l’accertamento della verità”.

Procuratore, porre la questione della trattativa Stato-mafia è come aver tentato di scoperchiare il vaso di Pandora. A che punto siamo? Quali fatti certi dell’inchiesta può indicarci?
In questa sede non posso entrare nei dettagli. Comunque noi riteniamo che ci sia un quadro sufficientemente coerente e organico, tale da poter chiudere le indagini. E’ il momento in cui si dà la possibilità agli indagati di chiedere di essere interrogati, di chiedere che siano sentiti i testimoni a discarico o acquisiti dei documenti. A quel punto, tenuto conto di eventuali ulteriori elementi, assumeremo le decisioni finali sulla richiesta di rinvio a giudizio o meno per fare il processo. L’ipotesi su cui stiamo lavorando è quella di una pressione della mafia, che ha minacciato la prosecuzione della strategia di omicidi culminata con le stragi del ’92 per indurre lo Stato a trattare. Una pressione che poi avrebbe avuto come risultato un’effettiva trattativa.

Lei sta scrollando l’albero con forza: che frutti ne cadranno?
A tutt’oggi non sono in grado di fare previsioni. Credo tuttavia che un quadro probatorio abbia già una sua solidità. Ribadisco che l’augurio nostro è che se c’è ancora qualcuno – e sono assolutamente convinto che ci sia – che tace e che non ha ancora raccontato tutta la verità, i particolari che possano essere utili alla nostra ricostruzione, è il momento che venga fuori a raccontarli. Ora.

A suo avviso, questa vicenda è un banco di prova delle istituzioni e della stessa tenuta democratica?
Direi che è un banco di prova della capacità non solo delle istituzioni, ma di tutto il nostro Paese, se esso vuole venire a capo della propria storia, anche riguardo agli aspetti meno nobili e più imbarazzanti. Ritengo che un Paese maturo possa e debba fare i conti con il proprio passato per riuscire a crescere e guardare in avanti.

Tutto sembra accadere adesso, a 20 anni di distanza dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, in un periodo che per molti aspetti richiama il ’92: crisi economica, politica e fors’anche un passaggio affannoso dalla Seconda a una Terza Repubblica.
Sì, è vero, ci sono molti punti di contatto della fase attuale con quella di allora, ma non mi sentirei di stabilire collegamenti col fatto che proprio oggi stia emergendo la verità. Una verità che probabilmente dipende da fattori diversi: nuovi testimoni e nuove fonti di prova hanno consentito che anche altri raccontassero lo stato delle cose.

Lei ha parlato di una politica irresponsabile, di un’Italia senza memoria. E’ la descrizione di un Paese senza redenzione, l’Italia della vergogna. Ma non è questa l’unica faccia della nazione.
Ho fatto una considerazione amara sulle vicende del nostro Paese, che ha una storia tale per cui, su alcuni fatti cruciali – e non intendo qui solo gli eccidi del ’92, ma anche avvenimenti altrettanto gravi – non si è ancora riusciti a fare giustizia, né si è riusciti a fare memoria nel senso pieno del termine. D’altra parte, quel pezzo di verità in più che si è conquistato negli ultimi anni è merito anche dell’altra Italia. Non parlo solo dell’Italia dentro le istituzioni, ma di quella dei tanti italiani che di questa verità hanno sete e quasi la esigono. E’ molto importante che facciano sentire la loro voce e facciano percepire la loro esigenza di giustizia. Se non fossi almeno un po’ fiducioso non potrei occuparmi di queste cose. Vedo che ci sono delle energie positive nel Paese e spero che queste si sprigionino nella direzione giusta.

Esiste la buona politica, quella che sostiene l’azione delle Procure e le indagini conseguenti?
Proprio di questo abbiamo bisogno. Spesso negli ultimi anni la politica è stata soprattutto una richiesta alla magistratura di fare passi indietro, di far arretrare la giustizia. Invece, allora come ora, avremmo avuto la necessità di una politica che aiutasse la magistratura e, al contempo, compisse autonomamente dei passi in avanti sul terreno della legalità. Ma non dispero: le cose possono migliorare. Attualmente abbiamo una Commissione parlamentare Antimafia che si sta, per la prima volta, dedicando quasi a tempo pieno a questo tema, a questi fatti ‘antichi e lontani’. Comincia a esserci anche nella politica un’attenzione maggiore nei confronti di simili tematiche.

Si aspettava di più dal governo Monti quanto a sostegno nella lotta alla mafia?
Sapevo quel che tutti sappiamo: che questo governo nasce con priorità di altro tipo, soprattutto economiche. D’altra parte è un esecutivo che ha il merito di aver restituito un clima più favorevole tra le istituzioni, un clima di rispetto reciproco. Ci sono sul tappeto delle riforme importanti da fare sul fronte della giustizia e su quello della lotta alla mafia. Io e come me altri giudici antimafia sentiamo che il governo Monti potrebbe essere un interlocutore valido affinché queste esigenze diventino condivisibili e condivise.

Una nuova primavera si direbbe in corso a Palermo, città che è un nodo fondamentale per la legalità in Italia.
Diverse primavere si sono avvicendate a Palermo: grandi momenti di speranza negli anni ’80 e poi negli anni ’90, dopo le stragi. Per certi versi, quella di oggi potrebbe essere la “terza primavera”. Il punto però è che le primavere hanno suscitato grandi aspettative, che poi per lo più sono andate deluse. Invece di esserci l’estate a seguito della primavera, c’è stato di nuovo l’autunno e poi l’inverno con un lungo letargo. Speriamo che questa “terza primavera” abbia un esito più fruttuoso. Così come speriamo che la Terza Repubblica sia migliore della Seconda.

Magistrato, saggista, da poco anche giornalista pubblicista. Un incarico all’Onu non ancora formalizzato, diciamo ‘in sospeso’. Sembra l’anticamera di un impegno in politica.
Non è in questo momento nel mio orizzonte. Adesso cerco di concludere bene le mie indagini e siamo in effetti vicini alla conclusione. Vedremo se ci sono altri possibili incarichi, ma sempre di tipo giudiziario investigativo e di tipo internazionale, come quelli di cui si è parlato. Mi piace anche poter far arrivare un’eco all’opinione pubblica di quanto noi magistrati facciamo. Perché è molto importante spiegare, serve un’opera di divulgazione, molto più di quanto non si immagini.

Non pensa che una sovraesposizione mediatica possa danneggiare la vostra stessa inchiesta?
Temo di più la disinformazione: quello che conta è che indagini importanti che riguardano in qualche modo tutti gli italiani, nel momento in cui escono dal segreto investigativo siano rese pubbliche. Un’eccessiva esposizione può nuocere, però forse il doverci esporre in prima persona dipende dal fatto che spesso l’informazione non è corretta.

Teme in questo senso un possibile richiamo del Csm? E’ un rischio che ha messo in conto?
Può esserci questo rischio. Ma sono maggiori i benefici dell’informazione rispetto ai rischi di una sovraesposizione.

Smessi i panni del procuratore, com’è l’uomo Ingroia?
Impegnatissimo. Dell’uomo rimane poco… Il tempo libero a disposizione scarseggia. Le mie giornate spesso trascorrono quasi esclusivamente in ufficio. Terminati gli impegni lavorativi prendo un aereo, come oggi, per andare in qualche parte d’Italia a tenere una conferenza o un dibattito serale. La mattina presto rientro per trovarmi in ufficio, salvo qualche week-end che cerco di dedicare alla famiglia, a una buona lettura, a un po’ di relax in riva a qualche bella spiaggia della Sicilia. O nella mia casetta di campagna.

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