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Usa-Pakistan, alta tensione

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Dopo appena un paio di giorni dall’accordo tra Washington e Islamabad sulla riapertura dei passi di frontiera tra il Pakistan e l’Afghanistan ai convogli NATO, i droni americani sono tornati a colpire duramente nelle aree tribali del paese centro-asiatico. Gli aerei senza pilota della CIA hanno fatto almeno 19 vittime nella giornata di venerdì, contribuendo con ogni probabilità ad alimentare ulteriormente il già diffuso malcontento popolare verso gli Stati Uniti nonostante l’apparente riconciliazione appena siglata tra i due governi alleati.

Il bilancio ufficiale, secondo le autorità locali, era stato inizialmente di 12 morti nel corso del più recente attacco nella regione di Dattakhel, nel Waziristan del Nord, un’area già più volte esposta ai blitz con i droni USA nel recente passato. Sabato, invece, il numero dei decessi è salito a 19, secondo gli Stati Uniti tutti sospetti militanti legati ai gruppi integralisti attivi oltre confine in Afghanistan.

La nuova operazione americana è giunta alla vigilia di un’importante conferenza sul futuro dell’Afghanistan a Tokyo, dove il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha incontrato il proprio omologo pakistano, Hina Rabbani Khar. Proprio una telefonata tra il ministro degli Esteri di Islamabad e la ex first lady aveva suggellato settimana scorsa la riapertura delle rotte di transito in territorio pakistano ai rifornimenti NATO diretti in Afghanistan.

Pur non scusandosi formalmente, come richiesto da tempo dal Pakistan, la Clinton si sarebbe detta dispiaciuta per la strage di 24 soldati di frontiera pakistani nel corso di un’incursione aerea USA lo scorso novembre. In cambio della riapertura dei valichi di frontiera, Washington ha dato il via libera a oltre un miliardo di dollari in aiuti alle forze armate pakistane, fondi fino ad ora congelati a causa dello stallo nelle trattative tra le due parti.

La volontà del governo pakistano di riappianare i rapporti con l’amministrazione Obama è risultata evidente anche dal fatto che, a differenza di quanto richiesto con insistenza negli ultimi mesi, il pedaggio imposto ai convogli NATO in transito sul proprio territorio è alla fine rimasto invariato alla quota di 250 dollari, mentre nel corso dei negoziati da Islamabad si era giunti addirittura a chiedere un aumento fino a 5.000 dollari per ogni automezzo.

In definitiva, a prevalere è stato il desiderio di Islamabad di veder normalizzati i rapporti con Washington, nonostante fosse evidente come la chiusura al transito delle forniture dirette verso l’Afghanistan in territorio pakistano stesse creando significativi problemi logistici e strategici agli Stati Uniti. Gli USA, inoltre, intendevano chiudere al più presto un accordo con il Pakistan, in modo da evitare che fosse la Cina a riempire il vuoto diplomatico prodotto dalla crisi dei rapporti tra i due paesi.

Una delle altre condizioni poste dal Pakistan agli Stati Uniti per la riapertura dei propri valichi di frontiera, e puntualmente messa da parte, era la fine delle operazioni con i droni. Quest’ultima richiesta faceva parte della serie di raccomandazioni partorite qualche mese fa da una speciale commissione parlamentare pakistana, istituita per rivedere integralmente i rapporti diplomatici con Washington.

Le condizioni chieste all’amministrazione Obama, in realtà, erano intese unicamente ad alleviare la profonda avversione tra la popolazione locale verso gli americani, dovuta in primo luogo proprio alle stragi compiute con i droni che, come hanno messo in luce ricerche di vari organismi internazionali, hanno già causato la morte di centinaia di civili innocenti.

Le tensioni esplose tra USA e Pakistan in questi mesi non sono dovute peraltro ad una reale opposizione da parte di Islamabad all’impiego dei droni entro i propri confini. Il governo pakistano, infatti, non nutre riserve nei confronti di questo programma di morte se non nella misura in cui esso alimenta l’insofferenza della popolazione e lo espone all’accusa di essere un fantoccio al servizio di Washington.

La riapertura delle rotte di terra alla NATO e il piegarsi nuovamente al volere degli USA sono la diretta conseguenza della profonda crisi che il governo pakistano sta attraversando. Di qualche giorno fa è stata, ad esempio, la decisione presa dalla Corte Suprema di rimuovere dal suo incarico il primo ministro Yousuf Raza Gilani, il quale si era rifiutato di chiedere alle autorità svizzere di riaprire un vecchio caso di corruzione contro il presidente, Asif Ali Zardari. Il sostituto di Gilani, il fedelissimo del presidente, Raja Pervez Ashraf, rischia ora di andare incontro alla medesima sorte del suo predecessore se non si sottometterà al volere della Corte Suprema.

La crisi del sistema politico pakistano e le divisioni tra la propria classe dirigente rischiano così di precipitare il paese nel caos, spianando la strada ad un intervento dei militari, come spesso è accaduto nella propria storia. Proprio per scongiurare la minaccia di un colpo di stato militare, dunque, il governo del Partito Popolare Pakistano ha finito per riallinearsi con Washington, anche se le contraddizioni e le difficoltà con cui dovrà confrontarsi nel prossimo futuro appaiono tutt’altro che risolte.

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