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I “cattolici” hanno ancora un ruolo in politica? di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italialaica.it

Con il dispiegarsi delle manovre per costituire schieramenti e definire alleanze in vista delle sempre più prossime elezioni, si assiste all’accelerazione delle operazioni e delle iniziative per ridefinire il ruolo dei cattolici in politica.

L’Agenzia Adista informa che, mentre si sta preparando una Todi 2, nei mesi di maggio e giugno Agire politicamente, alcune altre associazioni e gruppi della rete dei cattolici democratici Costituzione, Concilio e cittadinanza, hanno svolto le proprie Assemblee nazionali e l’associazione Argomenti 2000 si è incontrata a Bose.

In questi giorni, un gruppo di giovani dirigenti di Agesci, Azione cattolica, Fuci e Movimento studenti cattolici – con il placet dei dirigenti adulti – presentano alcune proposte «per una riforma istituzionale italiana».

Anche i Cristiano Sociali del Lazio comunicano che stanno avviando un percorso di tappe e azioni nel sociale e nel politico ancora tutto da costruire insieme dandosi appuntamento il 22 Settembre.

In questa sede non è rilevante sapere se e quale ruolo i diversi gruppi e movimenti riusciranno a ritagliarsi, ma avere elementi per valutare quale rilevanza avranno tali scelte nella definizione del panorama politico in cui si svolgerà la campagna elettorale.

C’è anche da tener conto del diffondersi, anche fra i cattolici, dell’opinione, ben espressa da Franco Monaco, in un suo articolo su Europa muovendo da una pagina di Mino Martinazzoli: L’aggettivo cattolico non è un aggettivo del politico. È più importante, è un aggettivo dell’impolitico. In politica il mondo cattolico non c’è. In politica ci sono i cattolici che scelgono di occuparsene, quelli che scelgono di non occuparsene e ci sono quelli che se ne occupano in un modo e altri in un modo diverso. E si qualificano così non perché sono cattolici.

Da tale premessa trae motivo per affermare che la discussione intorno all’auspicata o paventata ripresa di un protagonismo politico dei cattolici italiani sconta qualche confusione ed equivoco. Specie nel suo presupposto: quello di un’asserita loro marginalità o addirittura irrilevanza politica.

In verità la sua premessa, sulla quale non si può non convenire sul piano teorico, è smentita nei fatti: in politica i cattolici sono presenti in quanto tali perché legittimati e sostenuti dalla gerarchia o da parte di essa, siano o non, organizzati in partito.

È pur vero che dopo l’invito di Giovanni Paolo II ai vescovi italiani ad impegnarsi direttamente per far sentire la voce della Chiesa nella vita politica, la Cei si è fatta soggetto politico, forte anche del ruolo assegnato dal nuovo Concordato e delle risorse finanziarie che esso gli garantisce con il meccanismo dell’otto per mille. In verità i vescovi italiani hanno continuato a legittimare e sostenere i “cattolici” impegnati in quanto tali nelle diverse formazioni politiche.

La rilevanza o meno della loro presenza è, quindi, determinata dal sostegno dell’istituzione ecclesiastica, della cui importanza i suddetti gruppi sono ben consapevoli.

Nelle loro dichiarazioni e nei loro documenti programmatici, infatti, non si rileva nessun riferimento critico ai condizionamenti imposti, ancora oggi, alla vita politica dal protagonismo della gerarchia cattolica, pur indebolita dagli scandali, dalle tensioni e dai conflitti interni che dalla Curia romana si riflettono anche nella Chiesa italiana.

Proprio tale debolezza può ridurre il peso di un nuovo protagonismo dei “cattolici” pur senza ridurlo, però, all’irrilevanza.

L’effetto sarà forse più grave per la destra berlusconiana, perché Comunione e Liberazione, che ne è una forte componente, risente molto della crisi del “buon governo” di Formigoni in Lombardia.

C’è da aggiungere, però, che in ogni caso, dovunque collocati e comunque organizzati, dai “cattolici” in ricerca di un loro spazio politico non c’è da attendersi un valido contributo al rinnovamento.

Nei loro convegni e nelle loro analisi non c’è traccia di una seria autocritica volta a rilevare le gravi conseguenze della presenza egemonica di un partito cattolico negli anni in cui la Repubblica si è data le norme attuative della Costituzione snaturandone le linee costitutive fortemente democratiche. Ha, in realtà, favorito la creazione di una società caratterizzata dallo strapotere delle corporazioni e delle lobby e di uno stato fondato su una struttura istituzionale farraginosa e ingovernabile, su una burocrazia autoreferenziale e omertosa, su un sistema di protezione sociale costoso e inefficiente.

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