Home Europa e Mondo I gelsomini sono ancora in fiore. La difficile transizione tunisina verso la democrazia

I gelsomini sono ancora in fiore. La difficile transizione tunisina verso la democrazia

Marco Zerbino
Adista Documenti n. 28 del 21/07/2012

Ha «sconvolto il mondo» per un paio di mesi. Dopo di che, sui pigri organi di informazione europei, non ne è rimasta quasi traccia. Eppure la «rivoluzione dei gelsomini», il grande movimento di popolo che ha cambiato il volto della Tunisia a inizio 2011 determinando la fine del ventennale regime di Zine El Abidine Ben Ali e dando l’avvio alla cosiddetta Primavera Araba, è tutt’altro che un processo concluso.

Lo ha chiarito bene, il 6 luglio, il presidente della repubblica ad interim Moncef Marzouki, l’ex attivista per i diritti umani diventato primo cittadino a dicembre dello scorso anno. Parlando alla televisione nazionale, il capo dello Stato ha ricordato che il processo di stesura della nuova Costituzione, tuttora in corso ad opera dell’Assemblea costituente eletta a ottobre del 2011, prosegue e si concluderà con ogni probabilità prima della fine dell’anno.

Gli equilibri politici della giovane democrazia tunisina si reggono attualmente sul patto di governo siglato dopo le elezioni di ottobre da tre partiti: gli islamici moderati di Ennahda, il «partito della Rinascita» dalle cui fila proviene l’attuale primo ministro Hamadi Jebali; il Congresso per la Repubblica, ovvero l’organizzazione guidata dallo stesso Marzouki; e, infine, il Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà (Ettakatol), di ispirazione socialista, che esprime il presidente dell’assemblea costituente, Mustapha Ben Jafar.

La gestione della transizione alla democrazia da parte della cosiddetta troika si è dovuta tuttavia scontrare, negli ultimi mesi, con diversi problemi e tensioni che hanno diviso e fatto discutere i tunisini. Uno dei nodi principali, nella vita politica e sociale del Paese, è costituito attualmente dall’emergere di una tendenza islamista che può vantare un certo seguito nei settori più poveri e marginali della popolazione.

In una nazione tradizionalmente laica come la Tunisia, sono stati in molti a storcere il naso quando le urne hanno consacrato Ennahda primo partito del Paese. Anche se, analogamente a quanto avviene per i Fratelli Musulmani egiziani, c’è in Europa molta confusione sul reale profilo ideologico e sui programmi effettivamente portati avanti da questa organizzazione, è indubbio che il ruolo centrale giocato attualmente nella vita politica tunisina dal partito guidato da Rached Ghannouchi, unitamente all’accresciuta capacità di mobilitazione e di influenza di gruppi ben più radicali come quelli di matrice salafita, abbiano avuto delle ricadute consistenti sul dibattito pubblico del piccolo Paese nordafricano.

Lo dimostrano tanto alcune discussioni sorte all’interno dell’Assemblea costituente (come ad esempio quella, suscitata da una proposta di Ennahda, incentrata sull’eventuale istituzione di un Consiglio Superiore dell’iftâ’, la cui funzione sarebbe stata quella di valutare la validità delle leggi in relazione alle norme religiose), quanto le diverse esternazioni di ministri e parlamentari appartenenti al partito di maggioranza relativa che hanno ipotizzato una riforma in senso conservatore e tradizionalista del diritto di famiglia (definito in Tunisia dal Codice dello Statuto della Persona, una serie di norme progressiste volte a migliorare la condizione della donna nella società varate nel 1956 dall’ex presidente Habib Bourguiba).

Un ulteriore incentivo al cristallizzarsi del dibattito pubblico attorno alla questione del ruolo della religione nella vita politica e nella società è venuto infine dal ripetersi, in particolare nelle università, degli atti di provocazione violenta e squadristica di cui si sono resi protagonisti con sempre maggiore frequenza i gruppi islamisti salafiti. Legati a un’interpretazione letteralista e tradizionalista dell’islam, i giovani appartenenti a queste realtà hanno più volte impedito, nel corso degli ultimi mesi, il regolare svolgimento della vita accademica, inscenando proteste molto dure contro la norma, introdotta in varie realtà universitarie locali dai vertici di ateneo, che impedisce alle studentesse di indossare il niqab (il velo che copre l’intera figura della donna lasciando scoperti solo gli occhi) durante gli esami e le lezioni.

È proprio in questo clima di polarizzazione crescente fra laici e islamisti che un gruppo di circa 70 intellettuali tunisini ha deciso di promuovere, ai primi di giugno, un manifesto intitolato “L’avvenire della democrazia in Tunisia” (lo si può leggere all’indirizzo http://www.petitions24.net/manifesteintellectuelstunisiens-fr). «L’orizzonte di speranza che la rivoluzione tunisina ha aperto», sostengono gli estensori di quel testo, «va oggi rabbuiandosi». «Non riteniamo che le minacce attuali siano dovute alle difficoltà proprie di qualsiasi transizione democratica», prosegue il testo: «Le attribuiamo invece a delle violazioni deliberate degli stessi principi della democrazia nascente. Questi attacchi provengono dal partito Ennahda e dal governo che ne è emanazione».

Emna Jeblaoui, docente di studi islamici presso l’Università di Manouba nonché attivista della società civile e consulente presso l’Istituto Arabo per i Diritti Umani e il Centro Studi Mediterranei e Internazionali (Cemi) di Tunisi, ritiene invece che, pur fra mille difficoltà, la faticosa marcia di avvicinamento alla democrazia del popolo tunisino possa e debba proseguire. Animatrice di un interessante e singolare esperimento di «training alla democrazia» che ha coinvolto nei mesi scorsi anche alcuni membri dell’Assemblea costituente, la professoressa Jeblaoui è stata recentemente ospite a Bologna della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII.

Con lei Adista ha avuto modo di fare il punto della situazione sul processo di transizione in corso e di approfondire alcuni aspetti del panorama politico del Paese. Con l’occasione, abbiamo anche potuto scambiare qualche battuta con Khaoula Rachidi, una studentessa dell’università di Manouba che accompagnava Jeblaoui. In Tunisia, Khaoula è ormai una celebrità. Lo scorso 7 marzo si è infatti arrampicata sul tetto della sua facoltà per contrastare un giovane salafita intento a sostituire la bandiera tunisina con quella nera del suo movimento (il video dell’episodio è reperibile su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=7ZG24FZzrII). Per il suo gesto coraggioso, nei giorni successivi è stata ricevuta dal presidente Marzouki, che ha voluto omaggiarla con una decorazione.

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LE SFIDE DEMOCRATICHE DELLA NUOVA TUNISIA
Intervista a Emna Jeblaoui

Quali sono secondo lei i principali nodi politici con cui la giovane democrazia tunisina deve attualmente confrontarsi?

EMNA JEBLAOUI: Il discorso che il presidente ha tenuto il 6 luglio ha stabilito una serie di scadenze. La prima stesura della Costituzione dovrebbe essere pronta per il 23 ottobre, a un anno esatto dall’elezione dell’Assemblea costituente. Le commissioni sono attualmente al lavoro sul testo. A marzo 2013, sempre stando a quanto ha detto Marzouki, ci saranno le elezioni. Ancora non sappiamo però se si tratterà solo di elezioni parlamentari o anche di elezioni presidenziali: dipenderà dal regime politico che sceglieremo. Se sarà un sistema presidenziale, ci saranno due diverse tornate elettorali, per la presidenza della Repubblica e per il Parlamento, altrimenti, se si tratterà di un sistema parlamentare, ce ne sarà solo una. C’è anche chi sostiene, all’interno dell’Assemblea costituente, l’idea di un regime misto, sul modello francese, e anche in questo caso le elezioni sarebbero due. Un’altra questione determinante che la Costituente sta affrontando è quella della legge elettorale: bisognerà sceglierne una che garantisca veramente il pluralismo e la democrazia, che impedisca cioè che ci sia una famiglia politica che domini su tutte le altre.

Queste sono le principali sfide che abbiamo davanti attualmente. Non trattandosi di problemi semplici, esiste al riguardo un certo dibattito, si registrano delle divisioni, ma ci sono anche delle iniziative per favorire il dialogo nazionale, messe in campo tanto dal sindacato, quanto da forze e organizzazioni della società civile. Penso che proprio la società civile possa essere un attore fondamentale nel processo in corso, un attore apolitico che può però giocare un ruolo importante di mediazione ai fini della ricerca del consenso fra le varie forze politiche tanto sulla questione del sistema politico quanto su quella della legge elettorale.

Poco più di un mese fa, 70 intellettuali tunisini hanno sottoscritto pubblicamente un appello intitolato “L’avvenire della democrazia in Tunisia”, in cui denunciano quelle che a loro avviso sono alcune debolezze del processo di transizione alla democrazia, mettendo in guardia contro il pericolo islamista. Condivide la loro analisi e le loro preoccupazioni?

EMNA JEBLAOUI: Quel manifesto racchiude il fior fiore dell’intellettualità tunisina e attira la nostra attenzione sui possibili rischi che possono insidiare una transizione ancora fragile. Per quanto mi riguarda, ho firmato un altro appello, incentrato sulla difesa delle libertà accademiche. Essendo una docente universitaria, ritengo sia molto importante difendere la nostra libertà di ricerca, tanto nella scelta dell’oggetto di studio, quanto in quella del metodo e dell’impostazione. In quell’appello mi riconosco alla perfezione. Ritengo infatti che nei periodi di transizione, in quanto ricercatori, dobbiamo essere oggettivi e responsabili, anche se, talvolta, come attori della società civile, abbiamo anche il dovere di rivolgere delle critiche, in particolare riguardo al tema dei diritti umani e della democratizzazione.

Tuttavia, nel tipo di organizzazioni nelle quali io mi sono formata, tendiamo ad assumere il ruolo di mediatori, di facilitatori del dibattito politico, cercando quindi di mantenere una certa neutralità e allo stesso tempo lavorando duramente e segnalando i possibili problemi. Perciò io preferisco essere più ottimista e costruttiva. Propendo per un approccio più pedagogico. Di fatto, tutte le maggiori forze politiche sono una realtà presente nel nostro Paese e, se vogliamo far avanzare la Tunisia in termini di legalità e di diritti umani, dobbiamo abituarci all’idea di trattare con tutti, sedendoci attorno a un tavolo. Questo è il mio modesto punto di vista, e l’ho sostenuto sin dal primo giorno. È quello che ho cercato di fare negli ultimi sei mesi, coinvolgendo tutti i principali attori politici.

Può illustrarci le caratteristiche dell’esperienza di formazione alla democrazia che ha messo in piedi al Cemi?

EMNA JEBLAOUI: Abbiamo cercato di lavorare in maniera costruttiva, come appunto dicevo. Al Cemi abbiamo creato un piccolo progetto denominato Tunisian School of Politics. Abbiamo scelto otto partiti rappresentati nell’Assemblea costituente. Sono tutti partiti che dispongono di almeno tre seggi in seno all’Assemblea. Questo ovviamente per limitarci alle forze più rappresentative, quelle cioè in cui la vita di partito si associa a un ruolo effettivo giocato nella realtà politica del Paese. Abbiamo quindi coinvolto queste forze in un progetto di training, che è durato da febbraio fino ai primi di luglio. L’obiettivo era quello di rafforzare la cultura del multipartitismo. È stato importante il fatto che, a partecipare al progetto, non fossero solo i tre partiti di governo, ma anche cinque partiti che sono all’opposizione. In totale, hanno preso parte a quest’esperimento quarantadue persone: ventuno deputati e ventuno personalità di primo piano appartenenti agli otto partiti di cui sopra. Questa composizione era importante, perché in tal modo abbiamo avuto con noi, oltre al 10% dei deputati dell’Assemblea, anche un numero abbastanza elevato di persone che, una volta ritornate nelle rispettive organizzazioni, avrebbero potuto difendere un determinato punto di vista. Ci siamo quindi messi subito al lavoro, con l’obiettivo di far emergere l’idea che sia possibile un’accettazione reciproca. A mio giudizio, c’è stato un impatto positivo sui partecipanti, i quali hanno potuto vivere un’esperienza molto particolare.

Nel concreto, come si è sviluppato il progetto? Che tipo di attività hanno svolto i partecipanti?

EMNA JEBLAOUI: Hanno seguito corsi teorici e workshop e hanno lavorato in gruppi misti che riunivano diverse forze politiche. Hanno fatto dei giochi di ruolo, scambiandosi di posizione. Così a un rappresentante di un partito di opposizione poteva venir chiesto di comportarsi come se avesse responsabilità di governo. Oppure veniva chiesto loro di lavorare insieme immaginando di dover risolvere un problema politico e di dover elaborare insieme una soluzione. E, in effetti, riuscivano a farlo, scrivendo insieme un documento, indicando soluzioni comuni, ecc. Era molto interessante vederli lavorare insieme. Nell’arco di sei mesi, li abbiamo visti parlare e confrontarsi, socializzare, scambiarsi i numeri di telefono. Anche fra islamisti e non islamisti. Alla sessione conclusiva, tenutasi ai primi di luglio, molti di loro hanno ammesso di aver avuto dei pregiudizi, e che il lavoro svolto insieme aveva cambiato molte delle idee preconcette che avevano sui loro colleghi prima di intraprendere questa esperienza.

Ad esempio, i laici hanno ammesso di aver avuto dei pregiudizi nei confronti degli islamici. Si tratta ovviamente di una piccola esperienza, ma credo che potrà avere un qualche lascito nell’educazione alla democrazia e al rispetto reciproco di questi esponenti di partito. Ovviamente, anche se noi intendiamo favorire il dialogo fra tutte le tendenze politiche, sulle questioni fondamentali, come la difesa della democrazia, dei diritti umani e della libertà di espressione, siamo assolutamente intransigenti, perché le consideriamo una linea rossa, un quadro di riferimento non negoziabile. Su questo bisogna essere sempre vigili, ma allo stesso tempo, credo, non dobbiamo essere troppo pessimisti. Abbiamo bisogno di coltivare una certa saggezza, di portare avanti un’educazione alla democrazia. Nella Tunisia attuale tutte le forze politiche reagiscono ad un clima nuovo, alla possibilità, per anni conculcata, di esprimersi liberamente e questo crea delle difficoltà e rappresenta una sfida per tutti. In questo contesto, credo sia importante innanzitutto un’alfabetizzazione al rispetto reciproco, ottenibile solo tramite una pedagogia positiva che ci abitui a non demonizzare l’altro.

Quali sono, secondo lei, le cause sociali e politiche della debolezza e della frammentazione delle forze laiche e democratiche rispetto a quelle islamiste nell’attuale fase politica che attraversa la Tunisia?

EMNA JEBLAOUI: Diversi osservatori sostengono che Ennahda sia un partito molto variegato al suo interno, e che potrebbe in futuro avere un’evoluzione in senso liberale. Secondo questi ricercatori, il congresso che il partito terrà fra pochi giorni ci farà capire meglio quale sarà il suo colore politico da qui in avanti. Ci saranno sicuramente delle trasformazioni importanti, ma non so dire se e quanto l’ala liberale riuscirà ad imporsi. Ad ogni modo, Ennahda è una forza politica con la quale non possiamo non fare i conti, così come non possiamo non riconoscere, anche per onestà intellettuale, il fatto che i suoi militanti siano molto presenti nelle zone più marginali e arretrate del Paese e fra la gente umile. Alle ultime elezioni hanno fatto una campagna capillare. Le forze laiche e di sinistra, al contrario, rischiano spesso di essere troppo distanti dalle persone (Emna usa il termine séculaire, che noi traduciamo con “laico” perché di più immediata comprensione per il lettore italiano. In Tunisia, l’uso di laïc è problematico, perché richiama alla mente di molti le campagne per la “laicità” che, negli ultimi anni, sono state un cavallo di battaglia della destra francese, e di Sarkozy in particolare, nel suo furore antiimmigrati musulmani, ndr).

Dico questo come una constatazione oggettiva, anche perché il mio lavoro consiste in un’opera di mediazione e di facilitazione, non nel dare giudizi politici. Magari non è neanche troppo colpa della sinistra, però è così. Negli anni passati non si poteva andare dalle persone e mettersi a parlare di politica e le forze politiche di sinistra sono state le prime ad essere represse. Da quel momento in poi, si è scavato un fossato fra loro e la gente comune. Oggi la sinistra parla un linguaggio che la gente semplice non capisce. Le idee magari sono anche buone, ma non arrivano alle persone nel modo giusto. La sinistra manca di denaro e di militanti per far sentire la sua voce nella società, non fa un lavoro porta a porta, non è presente sul territorio. Questo, ripeto, è un dato oggettivo, non un giudizio di valore.

Dall’altra parte, c’è una forza che ha un’ispirazione islamica e che, soprattutto, ha più denaro e più militanti, e riesce a raggiungere le persone con la propria rete di assistenza sociale, che entra in contatto con la gente umile e la sa ascoltare. Magari c’è un po’ di populismo, ma è importante sapere quello che la gente vuole. Molti laici questa cosa non sono in grado di farla. Però, anche qui, le cose si muovono, ci sono due o tre partiti di ispirazione laica, fra quelli di più recente formazione, che svolgono un buon lavoro, ma potranno vederne i frutti non prima di 4 o 5 anni.

Rimanendo in tema di contrapposizioni fra laici e islamisti, negli ultimi mesi c’è stato il problema delle proteste, spesso violente, contro il divieto del niqab, portate avanti dai salafiti all’interno delle facoltà universitarie. Khaoula, lei che ha vissuto in prima persona, da studentessa, questa situazione nell’Università di Manouba, puoi darci un’idea di quello che è il clima che si è creato, nell’ultimo anno, all’interno degli atenei?

KHAOULA RACHIDI: È stato un anno difficile, un anno trascorso in mezzo a varie difficoltà. Per quanto riguarda in particolare la mia università, è dal mese di novembre che sono cominciati gli scioperi e le azioni di protesta dei salafiti, che di fatto hanno impedito in più occasioni ai professori di tenere le loro lezioni. A gennaio, inoltre, non abbiamo potuto svolgere gli esami nelle date stabilite. L’episodio della bandiera, verificatosi ai primi di marzo, è quindi giunto al culmine di un periodo di problemi e tensioni che durava da mesi. È cominciato in modo graduale, e poi è stato un progredire continuo. Io, fra l’altro, non mi ero interessata più di tanto a quello che succedeva, non avevo partecipato a manifestazioni, né avevo seguito in maniera particolare tutte le vicende delle proteste.

Ma, a partire dal giorno precedente a quello in cui si è verificato il fatto della bandiera, ero veramente arrabbiata perché per l’ennesima volta non eravamo riusciti a fare lezione. Mi dicevo che c’era bisogno che qualcuno si muovesse, che facesse qualcosa. Il 7 marzo, verso le 8 di mattina, sono quindi andata in facoltà e, insieme a tanti altri, ho trovato il portone chiuso. Fuori c’erano gli studenti, i professori erano all’interno e non si poteva entrare. Allora mi sono chiesta che cosa stesse succedendo. Alcuni studenti miei amici parlavano a nome di tutti dicendo che non volevano perdere l’anno a causa dei salafiti, e che quindi alle 10 sarebbero entrati comunque in facoltà.

Un piccolo gruppo di salafiti ha tenuto allora a sua volta un’assemblea, cominciando a gridare, a protestare e a inveire contro l’altro gruppo. È stato in quel momento che ho visto un giovane salafita che saliva sul tetto con una bandiera nera in mano. All’inizio ho pensato che andasse semplicemente ad affiancarla a quella della Tunisia, ma poi l’ho visto afferrare la bandiera del Paese due volte, come per strapparla, e allora ho cominciato a gridare. Mi guardavo intorno, ma non c’era nessuno che fosse determinato a impedirgli di fare quello che stava facendo, tutti rimanevano semplicemente fermi a guardare. Quindi, in preda alla rabbia, sono salita sul tetto, inizialmente con l’unico obiettivo di parlargli per convincerlo a desistere. Lui però ha rifiutato ogni confronto, non mi ha ascoltato ed è andato avanti, e allora ho afferrato a mia volta la bandiera della Tunisia, ed è stato in quel momento che lui mi ha spintonato e mi ha fatto cadere. Dopo si è creata un gran confusione. Alcuni miei amici sono saliti sul tetto per proteggermi. Anche una ventina di salafiti sono saliti, e molti di loro mi dicevano: ma che fai qui, scendi, torna giù. Io dicevo che no, che non sarei scesa fino a che la bandiera non fosse tornata al suo posto. Allora uno di loro ha preso la bandiera e l’ha gettata a terra, dicendo «eccola la tua bandiera tunisina». A quel punto mi sono sentita veramente triste e delusa.

EMNA JEBLAOUI: Il gesto di Khaoula ha dato un po’ di coraggio anche agli altri studenti. Prima di allora, questo gruppo che si richiama al salafismo – dirò en passant che anche all’interno del movimento salafita esistono diverse tendenze, e dovremmo cercare di studiarle e di saperne di più – era riuscito ad imporre con la violenza l’interruzione dell’attività didattica. A dicembre abbiamo perso 15 giorni di attività accademica. Si tratta di gruppi che comprendono studenti ma anche elementi esterni all’università: non sono particolarmente numerosi, però sono molto determinati, e riescono ad imporsi con la prepotenza.

Comunque non si tratta di un gruppo studentesco interno all’università. Le loro azioni nascono in relazione alla questione del niqab, che molte facoltà avevano vietato alle studentesse durante gli esami e durante le lezioni. Questo perché si riteneva che a causa del velo integrale potessero nascere tanto problemi di comunicazione durante il corso, quanto problemi di identificazione della persona al momento dell’esame. Ci sono stati vari ricorsi da parte di studentesse su questa decisione, e a febbraio il tribunale amministrativo ha emanato una sentenza con la quale conferma l’obbligo per le studentesse di mostrare la propria identità. Prima di questo momento, però, c’è stato tutto un periodo di contrasti e l’Università di Manouba è stata teatro di quelli più aspri.

Abbiamo lottato tutto l’anno per salvare ciò che restava dell’anno accademico, e la sfida per un certo periodo è stata proprio quella di continuare a dare i corsi. Speriamo comunque che, l’anno prossimo, l’università tunisina possa restare lontana dalle sfide elettorali e da dispute politiciste. Il preside della nostra facoltà a Manouba dovrà affrontare un processo, insieme ad alcuni degli studenti salafiti. L’udienza è stata fissata per il 25 ottobre, quindi subito dopo l’emissione della prima stesura della costituzione. Chiediamo ai politici di rispettare gli accademici e gli intellettuali, quale che sia il loro colore politico. L’umiliazione degli intellettuali ha effetti tutt’altro che positivi sul processo di transizione e sulla democratizzazione della Tunisia.

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