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Il dramma curdo: una storia di resistenza

Miguel Guaglianone
Barómetro Internacional, 7 luglio 2012)

In concomitanza con il Forum di San Paolo che si è appena svolto a Caracas (“Popoli del mondo, contro il neoliberismo e per la pace”, 4-6/7/2012), è stato realizzato un evento con delegati del Congresso Nazionale del Kurdistan (la cui sede è in Belgio), fra i quali figurava Mehemet Ali Dogan, del Comitato Relazioni Internazionali. Ci hanno portato la voce del popolo kurdo, ci hanno raccontato la situazione in cui vivono, le loro necessità e aspirazioni, ma sono venuti anche ad ascoltare le voci, le proposte e i risultati del Forum di San Paolo per arricchire le loro esperienze e la loro lotta. Quanti di noi erano più o meno informati sulla situazione di questo popolo hanno visto di molto accresciuta la visione che avevano della loro situazione storica, sociale e politica, fino a vedere riconfermata l’idea che si tratta di un popolo che sta soffrendo, che è perseguitato e discriminato, che ha lottato senza tregua per far sopravvivere la sua cultura, i suoi saperi e il suo avvenire.

Il Kurdistan

I curdi sono una cultura indoeuropea antica, insediatasi nella regione montagnosa eurasiatica detta Meseta del Kurdistan circa 2.500 anni prima di Cristo. Secondo Wikipedia e altre fonti, costituiscono una “minoranza etnica”. Una strana minoranza, composta in realtà da una popolazione stimata (non esistono censimenti ufficiali) fra i 40 e i 60 milioni di persone, la “minoranza etnica” più grande del mondo.

Nel corso della loro storia hanno resistito alle aggressioni coloniali di diversi imperi, ma il nodo dei loro problemi attuali origina dopo la Prima Guerra Mondiale. All’epoca, i Paesi colonialisti europei si accordarono per dividere secondo i loro interessi tutta la regione in nuovi “Stati nazionali”. Con il Trattato di Sèvres, al popolo curdo spettò una porzione di territorio (meno di un terzo dell’area che abitavano) per la fondazione del loro Stato nazionale. Tuttavia la lotta vittoriosa di Kemal Atatürk contro le potenze europee (con l’obiettivo di riscattare quanto più possibile dell’Impero Ottomano sconfitto e destinato alla scomparsa) lasciò fuori il popolo curdo da quanto stabilito nel Trattato.

Così la sua popolazione si è trovata a vivere all’interno delle frontiere di quattro nuovi Stati nazionali: Turchia, Siria, Irak e Iran. Da quel momento la sua storia è stata un susseguirsi di discriminazioni, persecuzioni e lotte. Per questi Paesi e per le politiche delle nazioni imperiali, una cultura tanto solida e un numero di abitanti così grande hanno rappresentato sia un elemento “destabilizzatore” per l’integrazione degli Stati nazionali (istituzioni europee imposte ad una regione senza nessuna tradizione), sia un fattore di “balcanizzazione” contrario agli interessi di depredazione delle nazioni centrali. La maggior parte della popolazione curda (quasi la metà) è rimasta a vivere in Turchia, che è dei quattro Stati quello che con più accanimento li ha perseguitati anche se la loro situazione negli altri Paesi non è stata rose e fiori.

La storia contemporanea

Fra il 1961 e il 1970 i curdi residenti in Irak hanno lottato per stabilire lì una loro regione geografica con una certa autonomia. Nel 1978 viene fondato il Pkk, il principale partito politico che unisce oggi la nazione curda. Nel 1980 la resistenza curda è in guerra frontale con il governo turco. Nel 1985 il governo di Saddam Hussein attacca il popolo curdo all’interno delle frontiere irachene con armi chimiche. È una dimostrazione in più della complessità della situazione geopolitica nella regione, che contraddice la spiegazione semplicistica secondo la quale la maggior parte dei conflitti armati che vi si verificano ha motivazioni religiose. Tanto il movimento Baaz di Saddam come la maggior parte del popolo curdo era costituita da musulmani sunniti (il primo era minoranza in un Paese soprattutto sciita), ma questo non ha impedito al governo iracheno di combatterlo cercando di sterminarlo. Fu durante la Guerra del Golfo che il mondo contemporaneo venne a conoscere i curdi attraverso i media, soprattutto per il fatto che futono usati come uno degli argomenti “umanitari” contro Saddam.

Per la situazione di guerra praticamente costante fra il popolo curdo e i governi succedutisi in Turchia, il leader principale del Pkk, Abdullah Öcalan, dovette rifugiarsi a Damasco, visto che i governi siriani sono stati storicamente in migliori rapporti con loro. Tuttavia, pressioni internazionali e discrepanze politiche costrinsero Öcalan ad abbandonare la Siria, rendendolo un perseguitato. Un’operazione congiunta della Cia e del Mossad riuscì a catturarlo in Kenya nel 1999 e fu consegnato al governo turco che lo condannò a morte. Grazie alla pressione internazionale, tuttavia, la sua esecuzione non è mai stata realizzata.

La situazione di persecuzione in Turchia è tanto grave che, malgrado il Pkk sia un partito legalmente riconosciuto e abbia conquistato 18 seggi in Parlamento e 35 Comuni, il bilancio politico è deplorevole. Otto dei parlamentari e la metà dei sindaci si trovano in prigioni turche. Il governo si preoccupa molto di presentare all’esterno un “volto democratico” quando si spende per diventare membro della Comunità Europea, ma all’interno (nel migliore stile dell’Impero Ottomano) non conosce altra legge che la forza. Si calcola che fra il 1984 e il 2002 lo Stato turco abbia ucciso 30mila curdi e raso al suolo più di 3mila paesi e villaggi, cercando di spingere le popolazioni curde verso centri urbani turchi allontanandoli dalla loro produzione rurale tradizionale.

Ai motivi già menzionati per la persecuzione di questo popolo, se ne aggiunge, nel XX secolo, un altro ancora più forte. I territori nei quali abitano i curdi sono altamente ricchi di risorse naturali. Il petrolio del sottosuolo è talmente abbondante che la Siria e la Turchia sono autosufficienti per quanto ne estraggono dalle loro rispettive aree curde mentre, nel caso dell’Irak, il territorio abitato dai curdi fornisce il 40% delle riserve petrolifere. In Iran, l’area curda fornisce solo il 10% del totale di greggio che questa nazione estrae, ma in questa regione esiste la maggiore riserva di gas naturale del Paese. La fame predatoria delle transnazionali e dei governi imperiali si concentra così su una cultura che però è intenzionata a difendersi.

Un progetto politico originale

Il progetto politico della maggioranza dei curdi, a partire dal successo predominante del Pkk, è stata per noi una vera sorpresa. Il popolo curdo non ha interesse ad uno Stato nazionale, che secondo loro sarebbe ideale per cadere nelle mani tanto del capitalismo come dell’imperialismo. Apparentemente il loro obiettivo è creare una confederazione sopranazionale di comunità che includa tutti i curdi. Anche l’organizzazione sociale che stanno creando è basata sull’autogestione comunale. Ogni comunità è organizzata in un’Assemblea popolare che genera al suo interno commissioni incaricate delle diverse aree di interesse sociale (economia, cultura, relazioni sociali, difesa, produzione, ecc.), e queste Assemblee si raggruppano in federazioni con l’obiettivo di una grande confederazione.

L’organizzazione sociale che stanno sviluppando è dunque orizzontale, autogestita e decentralizzata, un caso abbastanza fuori dell’ordinario in un’epoca come l’attuale in cui regnano i centralismi e la ricerca di “efficienze” d’ogni tipo. Infatti i suoi rappresentanti sono venuti in Venezuela interessati alle nostre esperienze di Consigli Comunali, al fine di confrontarle con le loro e arricchirle con nuovi contributi. Secondo i loro portavoce, il potere non è nelle armi, ma nella capacità della gente comune di far valere i propri diritti.

Richiama l’attenzione il fatto che il Pkk sia nato come partito marxista-leninista ortodosso (ancora oggi la sua bandiera porta falce e martello) e che invece questi progetti sembrino essere abbastanza lontani da quelli tradizionali di questo approccio politico, avvicinandosi molto di più alle proposte anarchiche e libertarie dell’Occidente. Tuttavia, se si consultano un po’ di libri, si scopre una volta di più come la storia sia sempre in divenire e non proceda per fatti isolati. Esiste nella millenaria tradizione culturale curda una costante di organizzazione sociale basata sulle tribù e le confederazioni, sull’autogestione e l’autosufficienza. Fenomeno tanto accentuato che l’eccellente articolo “Los kurdos: historia de un pueblo olvidado” (I curdi: storia di un popolo dimenticato, ndt) firmato Plinio el Insurrecto (nel sito nodo50.org, settembre 2002), giudicandolo però da una prospettiva eurocentrica (sebbene di sinistra), afferma: «Si potrebbe dire che al mondo moderno della costruzione degli Stati-Nazione il popolo curdo sia arrivato con una struttura sociale che non gli ha permesso di sviluppare, o meglio, attuare un progetto nazionalista»; senza voler intendere che l’essenza del nazionalismo coincida con l’esistenza dello Stato nazionale, ma che si basa sul concetto collettivo di nazione che i curdi hanno sviluppato e che mantengono in questa forma che è stata il cemento che ha consolidato la loro resistenza nei secoli.

Altro esempio importante di questo funzionamento sociale è la Televisione Curda. La diaspora curda in Europa e negli altri continenti è molto importante. Dall’Europa, con un licenza inglese, si è cominciato a trasmettere, per la prima volta nella storia, in lingua curda e con l’ottica della sua cultura per approssimativamente 35 milioni di utenti. Questa televisione non ha corrispondenti al modo tradizionale. Fedele alla visione politica di cui si diceva, i suoi contenuti sono forniti direttamente dagli utenti, tanto a livello personale come a livello delle Assemblee popolari e dei Comuni che controllano. Chiaro che in un mondo di egemonie nel campo della comunicazione, un’emittente indipendente di questa penetrazione diventa pericoloso per gli interessi di chi domina. Così, anche in questo campo sono stati perseguitati, e hanno dovuto cambiare licenza di trasmissione, che ora è francese, e sono già pronti a farlo di nuovo con licenza italiana. Calcolano un periodo di tre anni prima di vedersi obbligati a cercare un nuovo appoggio legale.

E una curiosità finale. Ci è stato detto che malgrado si tratti di una comunità fondamentalmente islamica, il ruolo sociale della donna fra i curdi è completamente diverso da quello che esiste nel resto della regione. Come prova ci hanno fornito i seguenti due importanti esempi: la presidenza delle loro Assemblee popolari è affidata a due persone, una donna e un uomo, sempre; le loro forze armate sono le uniche al mondo dove la metà degli effettivi è di sesso femminile.

La fraternità necessaria

Come molte altre lotte rese invisibili, discriminate e perseguitate, quella del popolo curdo ha bisogno della nostra solidarietà internazionale. E questo è il momento di consolidarla. Il mondo così com’è sta collassando; oggi sorgono nuovi movimenti sociali, nuove alternative di futuro, e tutti noi che lottiamo nella fraternità e nella solidarietà per un mondo migliore lo stiamo costruendo di giorno in giorno. Riguardo a questo, i visitatori curdi ci spiegavano che, all’interno delle loro visioni geopolitiche, l’America Latina costituisce una specie di focus di alternative portatrici di speranza, dopo l’oscura notte del neoliberismo di fine secolo scorso, e che il processo bolivariano è chiaramente pionieristico.

Questo ci pone allora di fronte ad una responsabilità ancora maggiore di quella assunta fin da principio: non siamo più solo responsabili del successo di fronte ai nostri popoli, ma anche di fronte ad altri popoli fratelli, lontani per distanza geografica, ma molto vicini per ideali e obiettivi di lotta.

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