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Assange tra Londra e Quito

Michele Paris
www.altrenotizie.org

La minaccia britannica di irrompere nell’ambasciata dell’Ecuador per arrestare Julian Assange segna una nuova preoccupante tappa nello scivolamento verso una deriva autoritaria comune a tutto l’Occidente. L’annuncio di giovedì 10 agosto da parte del governo del presidente Rafael Correa di garantire l’asilo politico al fondatore di WikiLeaks era stato preceduto da un vero e proprio ultimatum per la consegna di Assange alle autorità di Londra, così da poter eseguire l’ordine di estradizione verso la Svezia dove quest’ultimo deve fronteggiare un caso di stupro privo di alcun fondamento.

Una volta consegnato a Stoccolma, il 41enne cittadino australiano verrebbe con ogni probabilità spedito negli Stati Uniti, dove pare sia stato già istituito un Gran Jury segreto in Virginia che lo dovrebbe giudicare per la pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti riservati del Dipartimento di Stato. Questo scenario, nonostante le smentite del governo di Washington, è stato confermato tra l’altro da alcune e-mail dell’influente think tank americano Stratfor, rese note qualche mese fa da WikiLeaks, e potrebbe costare ad Assange la detenzione indefinita in un carcere d’oltreoceano con l’accusa di terrorismo.

A Londra, invece, l’Ecuador ha annunciato ufficialmente la concessione dell’asilo politico a Julian Assange, il quale si era rifugiato presso l’ambasciata del paese sudamericano il 19 giugno scorso per sfuggire all’estradizione in Svezia, diventata definitiva dopo che la Corte Suprema britannica aveva respinto l’ultimo appello dei suoi legali.

Prima di prendere una decisione finale, l’Ecuador aveva chiesto la rassicurazione che Assange non sarebbe stato trasferito negli Stati Uniti, cosa che il governo di Stoccolma si è rifiuto però di garantire. Allo stesso modo, ai magistrati di Stoccolma è stata offerta la possibilità di interrogare Assange di persona o in video-conferenza dall’ambasciata ecuadoriana di Londra, come lui stesso si era offerto di fare nei mesi scorsi, ma anche in questo caso la proposta non ha trovato accoglienza.

La fermezza del paese scandinavo conferma ulteriormente la natura tutta politica del caso Assange, fabbricato ad arte attorno alle incerte accuse di due donne svedesi, di cui una legata a gruppi anti-castristi americani stanziati in Florida, che avrebbero avuto rapporti sessuali con il leader di WikiLeaks. Il caso, peraltro, era stato inizialmente archiviato in fretta dalle autorità giudiziarie di Stoccolma per essere riaperto in seguito grazie all’intervento di un influente politico socialdemocratico.

In ogni caso, già nella serata di mercoledì la polizia britannica ha iniziato a circondare l’ambasciata ecuadoriana di Knightsbridge, dopo che, come già ricordato, il governo di David Cameron aveva concesso una settimana di tempo per la consegna di Assange ed evitare un blitz per arrestarlo. Immediatamente, numerosi manifestanti si sono recati sul posto per esprimere il proprio sostegno ad Assange. Nelle ore successive sono stati segnalati alcuni scontri e svariati arresti sono stati effettuati dalla polizia.

La vicenda e l’atteggiamento di Londra hanno prodotto un aperto scontro diplomatico con l’Ecuador, il cui ministro degli Esteri, Ricardo Patiño, ha affermato in una conferenza stampa da Quito che il suo paese “respinge fermamente la minaccia esplicita contenuta nella comunicazione ufficiale della Gran Bretagna”. Il ministro ha poi definito le stesse minacce “inopportune per un paese civile e democratico”.

Se l’irruzione nell’ambasciata verrà eseguita, ha continuato Patiño, “sarà interpretata dall’Ecuador come un atto inaccettabile e ostile, nonché come un attentato alla nostra sovranità che ci obbligherà a rispondere”, dal momento che “non siamo una colonia britannica”.

Nella propria lettera-ultimatum, il “Foreign Office” britannico sostiene di essere tenuto ad eseguire l’ordine di estradizione contro Assange e che il continuo utilizzo di un edificio diplomatico per offrire rifugio a quest’ultimo “è incompatibile con la Convenzione di Vienna” del 1961 che regola appunto le relazioni diplomatiche tra paesi sovrani. Dopo la decisione presa da Quito, perciò, il governo di Londra ha affermato che la situazione non è cambiata per nulla e l’asilo ad Assange non verrà preso nemmeno in considerazione.

Senza timore di essere accusata di ipocrisia, la Gran Bretagna accusa dunque Quito di aver violato la Convenzione di Vienna proprio mentre minaccia di irrompere in un’ambasciata che, secondo lo stesso trattato, viene definita come uno spazio inviolabile sul quale al paese straniero che lo occupa è assicurata sovranità assoluta. All’interno di essa, le forze di polizia locali possono avere accesso solo dietro consenso del capo della missione diplomatica (ambasciatore).

Per dare un fondamento legale alle proprie minacce, Londra ha sostenuto che potrebbe ritirare il riconoscimento dell’ambasciata ecuadoriana. Tuttavia, la legge del 1987 a cui il governo fa riferimento, dice chiaramente che una tale azione può essere presa solo se soddisfa quanto previsto dal diritto internazionale. Inoltre, come ha detto l’ex ambasciatore della Gran Bretagna in Russia, sir Tony Brenton al Daily Telegraph, “il ritiro dello status garantito all’edificio dove Assange ha chiesto rifugio per evitare l’estradizione renderebbe la vita impossibile ai diplomatici britannici all’estero”.

Il ministro degli Esteri, William Hague, ha comunque fatto sapere che il suo governo non permetterà in alcun modo ad Assange di lasciare il paese, poiché esso non riconosce il principio di “asilo diplomatico”. Se quest’ultimo uscirà dall’ambasciata, la polizia britannica procederà immediatamente al suo arresto.

Sulla vicenda è intervenuto anche l’ex giudice spagnolo Baltasar Garzón, diventato celebre nel 1998 per aver chiesto senza successo l’estradizione del dittatore cileno Augusto Pinochet mentre era proprio in Gran Bretagna, secondo il quale Londra sta agendo al di fuori dei propri poteri, poiché Assange è un rifugiato politico a tutti gli effetti che ha ottenuto l’asilo da un paese sovrano. Per queste ragioni, la Gran Bretagna è obbligata a riconoscere tale situazione in accordo con la Convenzione ONU del 1951 sullo Status dei Rifugiati.

Garzón, che si è da poco aggiunto al collegio dei difensori di Assange, ha aggiunto che, se al cittadino australiano non sarà permesso di lasciare la Gran Bretagna, potrebbe essere aperto un procedimento presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia.

La sorte di Assange non sembra invece preoccupare il governo australiano che continua a mantenere un vergognoso silenzio di fronte agli abusi commessi contro un suo cittadino. Nonostante sia giunto nelle ultime ore un timido annuncio che per Assange è disponibile l’assistenza consolare, fin dall’inizio della vicenda Canberra ha più o meno apertamente preso le parti dei governi che stanno facendo di tutto per zittire Assange.

Mentre rimane la minaccia della polizia di entrare con la forza nell’ambasciata ecuadoriana, le forze di sicurezza britanniche anche venerdì continuano a presidiare l’edificio di Knightsbridge. Julian Assange, da parte sua, ha ringraziato il governo di Quito per l’asilo concessogli e ha ricordato Bradley Manning, il giovane soldato americano accusato di aver passato i cablo del Dipartimento di Stato a WikiLeaks, detenuto da oltre 800 giorni senza processo né condanne in un carcere militare statunitense.

Il trattamento riservato a Manning e quello che attende verosimilmente Assange, in caso di estradizione, è il risultato della persecuzione messa in atto senza scrupoli dai governi di Washington, Londra e Stoccolma per mettere a tacere definitivamente qualsiasi voce critica e indipendente che cerchi di rivelare i loro crimini nel mondo, perpetuati alle spalle dei cittadini per la difesa esclusiva dei propri interessi imperialistici.

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Noi stiamo con Assange

Michael Moore e Oliver Stone
Repubblica, 27 agosto 2012

Per tutta la nostra carriera di cineasti abbiamo sostenuto la tesi che i mezzi di informazione americani spesso non raccontano ai cittadini le azioni più turpi commesse dal nostro governo. Ecco perché siamo profondamente grati a WikiLeaks per quello che ha fatto e applaudiamo la decisione dell’Ecuador di concedere asilo politico al suo fondatore, Julian Assange, rifugiato in questo momento nella sede diplomatica del Paese sudamericano a Londra.

L’Ecuador ha agito in conformità a importanti principi dei diritti umani internazionali. Anzi, la prova più eclatante della giustezza della decisione delle autorità di Quito è la minaccia del governo britannico di violare un principio intoccabile delle relazioni diplomatiche e irrompere nell’ambasciata per arrestare Assange. Da quando è nata, WikiLeaks ha mostrato all’opinione pubblica filmati di «omicidi collaterali», che mostrano un elicottero da guerra Apache che uccide in maniera apparentemente indiscriminata i civili a Bagdad, altri dettagli accurati sul vero volto delle guerre in Iraq e in Afghanistan, la collusione degli Stati Uniti con la dittatura yemenita per nascondere le nostre responsabilità per i raid aerei effettuati in quel Paese, le pressioni dell’amministrazione Obama su altri Paesi per convincerli a non processare per tortura funzionari dell’era Bush, e molto altro ancora.

Come prevedibile, la risposta di chi preferirebbe che gli americani rimangano all’oscuro di tutte queste cose è stata implacabile: esponenti di primo piano dei gruppi parlamentari di tutti e due i partiti hanno definito Assange un «terrorista hi-tech» e la senatrice Dianne Feinstein, la democratica californiana a capo della Commissione speciale sui servizi segreti del Senato, ha chiesto che Assange sia processato secondo la legge sullo spionaggio. La maggioranza degli americani, dei britannici e degli svedesi non sa che la Svezia non ha formalmente incriminato Assange: ha semplicemente emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti per interrogarlo sulle denunce per aggressione sessuale presentate contro di lui nel 2010.

È necessario che vengano condotte indagini approfondite su queste accuse prima che Assange si trasferisca in un Paese dove la magistratura svedese non potrebbe raggiungerlo. Ma sono i governi di Londra e di Stoccolma che hanno ostacolato queste indagini, non Assange.
Già in passato magistrati svedesi si sono recati all’estero per condurre interrogatori, quando era necessario, e il fondatore di WikiLeaks ha espresso chiaramente la sua disponibilità a essere interrogato a Londra. Il governo ecuadoriano, inoltre, ha proposto esplicitamente alla Svezia di consentire l’interrogatorio di Assange all’interno dell’ambasciata. In tutti e due i casi, la Svezia ha rifiutato.

Assange si è anche impegnato a recarsi in Svezia fin da subito se il Governo di Stoccolma si impegnerà formalmente a non estradarlo negli Stati Uniti. Le autorità svedesi non hanno mostrato nessun interesse a esplorare questa proposta e il ministro degli Esteri Carl Bildt recentemente ha detto con chiarezza ad Assange e a Wiki-Leaks che la Svezia non intende prendere un impegno di questo tipo. Anche il governo britannico, secondo il trattato pertinente, avrebbe il diritto di impedire l’estradizione di Assange dalla Svezia agli Stati Uniti, ma anche il governo britannico ha detto chiaramente che non intende avvalersi di questo suo potere. Gli sforzi da parte dell’Ecuador per agevolare accordi di questo tipo con i governi di Londra e Stoccolma sono stati rispediti al mittente. Prese nel loro insieme, le azioni delle autorità britanniche e svedesi indicano chiaramente che il loro vero obbiettivo è mandare Assange in Svezia, perché da lì probabilmente, per via dei trattati e di altre considerazioni, sarebbe più facile estradarlo negli Stati Uniti per farlo processare. Assange ha tutte le ragioni per temere un esito di questo tipo. Il Dipartimento della giustizia recentemente ha confermato che le indagini su WikiLeaks proseguono e documenti del governo australiano da poco svelati, risalenti al febbraio scorso, affermano che «le indagini degli Stati Uniti su un’eventuale condotta criminale di Assange vanno avanti da oltre un anno».

La stessa WikiLeaks ha pubblicato delle mail della Stratfor, una società di intelligence privata, dove si afferma che un grand jury (una giuria speciale incaricata di stabilire se sussistono gli elementi per un processo) ha già approvato in segreto l’incriminazione di Assange. E i precedenti indicano che la Svezia si piegherebbe alle richieste di Washington e consegnerebbe il fondatore di WikiLeaks alle autorità statunitensi: nel 2001 il governo svedese consegnò alla Cia due egiziani che avevano chiesto asilo, e la Cia li trasferì in Egitto dove furono torturati dagli aguzzini di Mubarak.

Se Assange venisse estradato negli Stati Uniti, le conseguenze si farebbero sentire per anni in tutto il mondo. Assange non è un cittadino americano e nessuna delle sue azioni è avvenuta sul territorio americano. Se gli Stati Uniti possono perseguire penalmente un giornalista in circostanze simili, allora, seguendo la stessa logica, il governo russo o quello cinese potrebbero chiedere l’estradizione di giornalisti stranieri, di ogni parte del mondo, colpevoli di aver violato le loro leggi. Un precedente del genere dovrebbe preoccupare tutti, ammiratori di Wikileaks o meno.

Noi lanciamo un appello ai cittadini di Gran Bretagna e Svezia, perché chiedano ai loro Governi di rispondere ad alcune domande fondamentali: perché le autorità svedesi si rifiutano di interrogare Assange a Londra? E perché né il governo di Londra né quello di Stoccolma vogliono prendere l’impegno di non consentire l’estradizione di Assange negli Stati Uniti? I cittadini britannici e svedesi hanno un’occasione irripetibile per difendere la libertà di parola in nome del mondo intero.

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