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Il giudice e la fabbrica

Luciano Gallino
Repubblica, 14 agosto 2012

Una funzione essenziale delle leggi consiste nell’impedire che il più forte abbia la meglio sul più debole. I giudici di Taranto nel caso Ilva, e di Roma nel caso Pomigliano, hanno dato corpo a tale funzione.

Nel caso di Taranto sembra accertato che la parte più forte, la proprietà dello stabilimento, abbia permesso che esso infliggesse da anni alla parte più debole, i lavoratori del sito insieme con l’intera popolazione della città, un tasso di inquinamento che i periti della Procura hanno ritenuto letalmente elevato.

Nel caso di Pomigliano è comprovato, stando alla sentenza della Corte d’ appello, che la Fiat abbia proceduto ad assunzioni discriminatorie, applicando il singolare principio per cui un’impresa assume soltanto quei lavoratori che abbiano in tasca una tessera sindacale ad essa gradita, o meglio nessuna. Adesso ambedue le vicende sono giunte a un punto critico.

I giudici di Taranto hanno disposto il blocco dell’ attività produttiva sino a quando l’impianto non sia dotato di tecnologie antiinquinamento adeguate. Non si vede come avrebbero potuto decidere altrimenti. Un impianto siderurgico integrato tipo quello tarantino presenta due caratteristiche: tutti i suoi componenti, dal reparto sinterizzazione sino ai treni di laminazione, sono fortemente inquinanti; al tempo stesso non si può fermarne uno per metterlo a norma perché in un ciclo integrato fermare un componente significa bloccare tutti gli altri. Ma se si ferma tutto il sito circa 15.000 operai, tra diretti e indiretti, rischiano di restare senza lavoro.

A Pomigliano quel che può succedere è che la Fiat metta in cassa integrazione un numero di nuovi assunti più o meno corrispondente agli iscritti alla Fiom che dovrebbe riassumere, visto che per gli attuali volumi produttivi, essa dice, gli addetti attuali sono più che sufficienti. In ambedue i casi, siamo da capo: la tutela della legge chei giudici hanno offerto ai più deboli rischia di essere vanificata. Non si è qui dinanzi soltanto alle responsabilità del più forte, per quanto queste siano grandi.

Nessuna delle due vicende sarebbe arrivata al punto in cui è oggi se i governi che si sono succeduti negli ultimi anni; i ministeri competenti, in specie quelli dell’Ambiente e dello Sviluppo (o dell’Industria, come si chiamava un tempo); nonché i partiti ieri contrapposti e oggi alleati nel sostenere il governo cosiddetto dei tecnici, non avessero dato in qualche modo un aiuto alle società coinvolte per aver mano libera o quasi nei loro siti produttivi.

Che l’impianto di Taranto inquinasse dentro e fuori dei suoi cancelli era risaputo da anni. Senza risalire troppo indietro, basterà ricordare che l’Arpa della Puglia aveva trasmesso al ministero dell’ Ambiente, nei primi mesi del 2008, un documentato rapporto circa i rischi derivanti dalla diffusione di sostanze velenose provenienti dall’ impianto in questione. Tuttavia una lettera del ministero all’Arpa in data 8 agosto 2008 affermava seccamente che le rilevazioni effettuate a cura dell’agenzia non potevano essere ritenute valide. Non proprio una licenza di inquinare, ma in ogni caso un efficace contributo per perdere altri anni prima di intervenire.

Quanto a Pomigliano, è probabile che la Fiat non avrebbe osato attuare le sue pratiche discriminatorie se le cosiddette riforme del lavoro susseguitesi sin dai primi anni 2000, le posizioni dei partiti ancorché definitisi di centro-sinistra, più tambureggianti campagne mediatiche, non avessero fatto tutto il possibile per spingere in un angolo la Cgil e la Fiom come rappresentanti di un sindacato capace ancora di dire no, almeno ogni tanto, alle richieste sempre più intrusive dei diritti dei lavoratori avanzate dalle imprese. Sarebbe inaudito veder buttare fuori dalla fabbrica tanti operai quanti l’azienda deve riassumerne in forza della sentenza di appello. In gioco qui non è tanto il destino dei singoli, quanto un principio basilare della democrazia industriale.

Mentre a Taranto si tratta soprattutto di salvare il lavoro di migliaia di operai, davanti una disposizione dei giudici che a fronte delle responsabilità grandissime delle imprese e dei politici appare doverosa prima ancora che pienamente giustificata. Per farlo occorrono non soltanto soldi, che oltre allo stato la proprietà dovrebbe tirare fuori anche di tasca propria a fronte degli utili degli ultimi anni (le stime parlano di miliardi), ma anche invenzioni organizzative. Come, ad esempio, adibire gran parte dei lavoratori stessi ai lavori di ristrutturazione ambientale dello stabilimento. Nessuno conosce quell’ impianto meglio di chi ci lavora; e molte professionalità potrebbero essere utilizzate nei lavori di ristrutturazione con un periodo relativamente breve di formazione.

Su questo punto non è ammesso dire che non è possibile, prima ancora di approfondire la questione. Quel che non sembrava possibile, consentire all’impianto tarantino di avvelenare insieme i suoi addetti e la popolazione, lo stato e i suoi ministeri lo hanno già fatto. Ora hanno il dovere di imboccare al più presto la strada opposta, quella di un’opera di risanamento che non fa pagare il prezzo per una seconda volta ai lavoratori e alla città.

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Vogliamo vivere e non lavorare, non lavorare per morire

Nodo redazionale indipendenti
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Era abbastanza evidente da tempo ciò che sia andava accumulando nel profondo meridione del nostro piccolo paese in declino ed era abbastanza prevedibile che una scintilla avrebbe cominciato o meglio continuato a incendiare quella prateria sociale che dopo il movimento dei forconi e degli autotrasportatori in Sicilia, le battaglie dei contadini e pastori sardi, avrebbe proseguito dalla Val di Susa in giù sulla strada tracciata dalle tante resistenze sociali.

E che quindi la scintilla nella prateria avrebbe continuato la sua inarrestabile espansione e sedimentazione arrivando proprio a Taranto non sorprende affatto soprattutto se un po’ si conosce la decennale battaglia portata avanti dai comitati popolari e di quartiere che da anni denunciano in città ciò che oggi anche la magistratura – fin’ora scimmietta sordomuta – ha (finalmente!) evidenziato con la sentenza di chiusura immediata dell’Ilva.

Dopo decenni di inquinamento in nome del profitto come forma dello Stato con il nome di Italsider, oggi una città risvegliata e mobilitata dal basso di prima mattina ha radunato la migliore Taranto in lotta che ha raccolto un dato politico così’evidentemente nazionale che non a caso contestava con consapevolezza, chiarezza e tanta forza proprio il governo Monti che guarda un pò, nella figura dei suoi ministri, voleva venire ad imporre la legge del potere esecutivo, schierando la politica e tante guardie, contro il potere giudiziario, contro una magistratura che per una volta tanto ha voluto perseguire i corrotti e criminali capitani d’industria, in questo caso la Family Riva. Tirando le somme con un sol colpo il rispettabilissimo governo Monti ha abrogato l’equilibrio fondamentale tra i poteri istituzionali della formale democrazia che tanto vanno sostenendo a piè sospinto e contemporaneamente decretato che l’unico possibile spazio produttivo e sito lavorativo per i Tarantini rappresenti anche la loro eterna tomba.

Il governo dei professori senza provare questa volta nessun rammarico, senza versare nemmeno una lacrimuccia, senza nemmeno battersi un po’ il petto – quando si parla di soldini, di tanti soldini, non si scherza più e si sa a quel punto le narrazioni vuote di contenuto si sciolgono come neve al sole – ha niente di meno che posto in stato emergenza una città intera minacciando decreti d’urgenza mettendosi frontalmente contro la magistratura pur di difendere i padroni e un sito produttivo illegale come l’Ilva che nessun altro paese europeo, permetterebbe di costruire con quelle dimensioni e tali costi sociali. E non contento ha pensato bene per mezzo del questore e prefetto di vietare ogni manifestazione per non turbare la quiete mortifera che padroni, governo e sindacati avevano ormai accordato.

Dopo aver mappato una nuova geografia dei conflitti ormai sempre più estesi da una parte all’altra della penisola oggi abbiamo toccato con mano una città ribelle e consapevole, arrabbiata e politicamente intelligente pronta ad una lotta lunga, consapevole quindi di dover resistere alla tentazione di chiudere la partita proprio come vorrebbero le controparti politiche e aziendali.

Rompendo il divieto della questura, la piazza radunata già dalle prime ore della mattina ha cominciato a riempirsi fino a tracimare nella strada principale e in corteo ovviamente non autorizzato ha scelto di riprendersi le strade per cominciare a riprendersi il proprio futuro.

Irrappresentabilità ed indipendenza della lotta sono state le parole che si ripetevano maggiormente dall’affollato palco e si riferivano tanto al governo nazionale che ai governi locali, come quello del governatore Vendola che ha tradito la cittadinanza di Taranto riempiendosi la bocca fino a pochi mesi fa’ con la sua nuova narrazione ecologista.

Una moltitudine di precariato sociale, che lavora anche dentro l’Ilva ma soprattutto fuori (ma qui conta poco, la retorica pseudoperaista la lasciano agli apportunisti) o magari è disoccupato e magari non lavora da anni, oggi si è incontrato con pensionati, casalinghe, ragazze madri, tifosi, sindacalisti di base, insegnanti, immigrati, turisti solidali della costa, in migliaia a rompere il divieto e a dire chiaramente che la lotta a Tanto continuerà fino a quando l’Ilva non chiuderà.

Troppi morti causa questo lavoro. E ovviamente non sono morti “bianche”, neutre senza responsabili.

A Taranto il tema del reddito garantito, sociale di esistenza, si respirava per strada e se ne dovranno accorgere anche coloro che uniti-uniti contro la crisi chiamavano lavoro bene comune la loro istanza fondamentale. Qui la vicenda del reddito è anche contro il lavoro se necessario dirlo.

Ma sicuramente nella sua funzione principale, è contro il ricatto che esercita la pressione del ciclo capitalista nocivo e infame che trasuda nelle nostre vite. A Taranto la ferita aperta dalla nocività, dalla boria padronale, dagli scondinzolamenti sindacali apre le strada alla ricchezza della vita contro il profitto, si costituisce movimento per rompere la gabbia, per lottare contro la corruzione del lavoro.

Noi vogliamo vivere e non lavorare per morire, questo rimbombava nelle strade di Taranto, negli slogan di migliaia di ragazzi che aprivano la manifestazione senza bandiere e simboli di partito.

Diventa quindi paradigmatica questa lotta perché diviene comune, nella chiave di volta delle contraddizioni che incarna, al centro della crisi di sistema, dentro il nervo scoperto della follia distruttrice del capitalismo. Ci rivedremo molto presto nelle strade di Taranto e aridatece le cozze fresche!

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