Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia La famiglia tascabile

Maria Novella De Luca
Repubblica, 23.08.2012

Le famiglie italiane sono sempre più piccole, microscopiche anzi. Tre, due, uno, questa è la formazione, gli altri restano fuori dalla porta. Addio clan, il nucleo si è scisso, diviso, “atomizzato” in mille forme nuove, e ognuno vive orgogliosamente sotto il proprio tetto. Felici? Forse, abbastanza, chissà. Figli o non figli la famiglia è diventata mini. C’è il nucleo di tre: mamma, papà e un bambino. C’è il nucleo di due: si chiama “monoparentale” e vuol dire (ottanta volte su cento) che in quell’appartamento c’è una mamma-sola e un ragazzino da crescere. E poi ci sono i numeri “uno”: nuclei unipersonali dice l’anagrafe, ossia single, soli, in Italia quasi 5 milioni di persone, una valanga, a Milano rappresentano il 40% della popolazione cittadina, e insieme ai figli unici hanno mutato per sempre relazioni, affetti, e regole del mercato.

Dal macro al micro. Nel 2011 dice il Censis, «il 35% di tutte le compravendite immobiliari ha riguardato case di taglio piccolo e monolocali». Una vera mutazione antropologica, spiegano i demografi. Negli anni Cinquanta in media un bambino italiano poteva contare su circa 30 parenti, tra nonni, zii e un mucchio di cugini. Oggi chi arriva a 10 è fortunato. Il cambiamento è stato lento, all’inizio, poi sempre più veloce, repentino, e in poco più di un decennio testimoniano i dati dell’ultimo censimento Istat, l’Italia è diventata il paese delle «mini famiglie». Che sono cresciute di numero, passando dai 20 milioni degli anni Novanta ai 24 milioni di oggi, ma il numero dei componenti si è invece assottigliato, scendendo dai 2,7 di ieri, ai 2,4 di oggi.

Un mega-mini-mondo. Quattro nonni, pochissimi cugini. Dietro ci sono la fecondità in picchiata (1,42 il tasso di figli per donna in Italia, 46,5% le coppie che hanno soltanto un bambino), i divorzi e le separazioni, gli anziani che vivono da soli. Ma anche una irresistibile voglia di autonomia. Più piccoli, più solitari, infatti, ma non per questo necessariamente più soli, ed è questa, dice Alessandro Rosina, demografo dell’università Cattolica di Milano, la vera «anomalia italiana». «Se da una parte questa scissione in piccoli nuclei ci avvicina a modelli di vita da Europa del Nord, la differenza è che le relazioni familiari in Italia sono ancora molto forti. Si sta a distanza, non più sotto lo stesso tetto, ma il contatto e il mutuo-aiuto sono tuttora fondamentali».

Sveva e Giulia sono mamma e figlia, 40 anni la prima, dieci la seconda, vivono a Roma, in un piccolo appartamento del quartiere “Talenti”. Luce, sole, e il gatto Josè. «Quando ho comprato una casa nello stesso palazzo di mia madre, così, per fare un investimento, non credevo che poi sarebbe stata così importante. Invece dopo la separazione da mio marito sono rimasta sola con Giulia, e questo appartamento è diventato un approdo. E pensare che per anni non avevo fatto altro che viaggiare, fuggire, mettere distanze, volevo autonomia, indipendenza. Adesso — confessa Sveva — senza mia madre che si occupa di Giulia e la adora, non saprei come fare, visto che lavoro tutto il giorno. Però le due case sono fondamentali: c’è un momento in cui si chiudono le porte ed ognuno resta con la propria famiglia. Giulia ed io, e Clara, oggi single dopo la morte di mio padre, con i suoi libri, le sue amiche…».

Si chiama «intimità a distanza » e sembra davvero un modo tutto italiano di concepire le relazioni familiari, se pensiamo che soltanto il 16% dei giovani quando esce di casa va ad abitare a più di 50km dalla famiglia d’origine, e che il 62% resta comunque nello stesso comune. Spiega Alessandro Rosina: «La morfologia della famiglia è cambiata, però l’impronta mediterranea resiste. Non si coabita più, ma non per questo i bambini hanno meno relazioni con i parenti, in particolare con i nonni. I quali spesso preferiscono essere autonomi fino a che possono, piuttosto che andare a vivere a casa dei figli. Ed è questo nuovo ruolo degli anziani uno dei fattori della scissione della famiglia, a cui si aggiungono i genitori-soli, nell’80% dei casi madri single. E le coppie che vivono a distanza, i Lat, living apart toghether, un fenomeno assai più diffuso di quanto si pensi». Soli però non è facile. E tantomeno essere un micro-nucleo, con un figlio unico, in un condominio senza cortile, magari in una grande città. Così nel mondo «atomizzato» delle nuove famiglie nascono le reti: solidali, di cohousing, tra anziani, tra mamme-single, tra padri-soli, tra genitori di bambini della stessa classe. «Voglia di comunità», l’aveva già definita Zygmunt Bauman.

Un affratellarsi tra «simili» laddove prima la fratellanza era data dalla nascita, dalla parentela, dall’essere in tanti sotto lo stesso tetto. Nel caldo di agosto Antonia Piscitelli, mamma over 40 di Fabrizio, 7 anni, sorveglia, affannata, 4 bambini che monopolizzano la piscina di un assolato centro sportivo. «Sono quasi sempre le donne a cercare strategie di sopravvivenza», spiega Antonia che dirige uno studio di restauro. «Ho un figlio unico, sono riuscita ad avere soltanto lui, e credo che crescere senza fratelli sia una gran perdita. Vengo da una famiglia numerosa e vedo la differenza.

La scuola per Fabrizio, ma anche per noi genitori è stata fondamentale, per la socializzazione, per trovare amici con cui condividere la vita dei figli. Ci spartiamo gli accompagnamenti a scuola, a calcio, a nuoto, facciamo insieme almeno una vacanza all’anno. E i bambini dormono spesso a casa di uno o dell’altro. Non è come avere dei fratelli, ma è molto simile…». Attenzione alla nostalgia però. Perché seppure rassicurante, la famiglia di ieri, «era in realtà molto più chiusa all’esterno», dice Tilde Giani Gallino, già ordinario di Psicologia dello Sviluppo all’università di Torino. «Non c’è da rimpiangere nulla, ogni forma di famiglia risponde a tempi ed esigenze nuove, e sia i bambini che gli adulti riescono ad adattarsi. Sono più di 20 anni che studiamo i figli unici, sempre con il timore di vederli soffrire di solitudine, e invece loro ci hanno sorpreso, diventando bravissimi nel trovarsi degli amici-fratelli. E poi non dimentichiamo la tecnologia, la rete, il poter essere incontatto sempre…

Conosco molte donne, mamme-sole che grazie ad Internet si sono incontrate, e hanno creato legami di amicizia e solidarietà». Una comunità di relazioni dunque, al posto di una comunità “di sangue”. Immaginando nuove architetture, nuovi modi di abitare. Antonella Sapio, psichiatra, ha curato il saggio «Famiglie, reti familiari e cohousing» edito da FrancoAngeli. «C’è un gran bisogno di condivisione, tra gli anziani, tra le coppie con i figli piccoli. Ma per non sentirsi isolati oggi lo spazio familiare — dice Antonella Sapio — deve essere condiviso ed esteso. In questo senso il cohousing, vivere in appartamenti privati ma condividendo luoghi ed esperienze comuni, può essere una risposta. In Italia abbiamo poche e rare esperienze di cohousing, ce ne sono alcune in Lombardia, altre in Emilia Romagna, ma realizzare questo tipo di strutture abitative è difficilissimo. Anche se in realtà gli spazi ci sarebbero, penso alla dismissione dei grandi edifici pubblici, alle ex caserme…».

Ma forse il cambiamento è avvenuto troppo in fretta. Lasciandoci sorpresi e impreparati a gestire questa “intimità a distanza”, questo vivere ognuno rigorosamente per sé. Per Carla Facchini, professore ordinario di Sociologia della Famiglia alla Bicocca di Milano, «il costo sociale ed economico di queste scelte sembra oggi molto alto». Il clan infatti, l’abitare insieme mescolando le generazioni, ha sempre significato «avere una pluralità di affetti e una molteplicità di aiuti, oggi invece la rete parentale si è così assottigliata che molti bambini non hanno quasi più né zii né cugini». E allora, dice Facchini, «visto che la famiglia estesa è una formula in cui non ci si riconosce più, ma il nucleo troppo chiuso non appare una soluzione felice, dobbiamo pensare a nuove forme di familiarità alternativa”.

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La carica dei nonni quei nuovi single a sostegno dei figli

Chiara Saraceno
Repubblica | 23.08.2012

Una delle cause maggiori di cambiamento nella composizione delle famiglie è l’invecchiamento
della popolazione. Il doppio fenomeno della riduzione delle nascite e dell’innalzamento delle
speranze di vita ha cambiato la forma sia delle unità familiari residenziali (chi vive sotto lo stesso
tetto) sia delle reti parentali e dei rapporti tra le generazioni. Ai molti nipoti che, ancora nella mia
generazione di settantenne, non hanno conosciuto nessun nonno, si sono sostituiti i pochissimi
nipoti che spesso hanno per lunghi tratti della propria vita quattro nonni e diventano adulti
avendone ancora qualcuno. Non ci abitano insieme, per lo più, ma hanno relazioni frequenti e
spesso intense. La riduzione del numero di persone che compongono una unità familiare di
residenza va letta innanzitutto in questo contesto di profonda trasformazione demografica.
Le famiglie sono diventate piccole non tanto perché non si vive assieme con i propri nonni, ma
perché più “nonni” sopravvivono a lungo e quindi appaiono nelle statistiche come “coppie senza
figli” (perché i figli non vivono con loro) o, se vedovi, come “famiglie unipersonali”, con un
meraviglioso ossimoro tutto italiano.

Neppure nel passato la maggior parte delle persone vivevano sotto lo stesso tetto in famiglie a tre o
più generazioni. Era vero solo per alcuni ceti (per lo più rurali) e regioni (il Centro, il Nord-Est). Ma
anche in queste regioni e ceti quel modo di fare famiglia è progressivamente divenuto una
eccezione, nonostante l’innalzamento delle speranze di vita lo rendesse teoricamente più accessibile
e per un periodo più lungo. In compenso, l’esperienza di avere reti generazionali a tre e anche
quattro generazioni nel corso della propria vita è diventata una esperienza normale. Avviene in tutti
i paesi sviluppati, ma in Italia il fenomeno ha una intensità maggiore, data la storica importanza
delle reti di parentela nella vita quotidiana e sociale, e negli scambi di aiuti, nel nostro paese. Una
importanza insieme data per scontata e rafforzata dalla debolezza del welfare pubblico ed ora sotto
tensione proprio per l’intrecciarsi di mutamenti demografici e inadeguatezza del welfare. Non c’è
solo il fenomeno della sempre più lunga permanenza dei figli in famiglia, che ritarda la possibilità
che questi ultimi si facciano una famiglia propria. Anche quando escono di casa, i giovani spesso si
appoggiano alle famiglie di origine per accedere ad una abitazione o per far fronte a imprevisti
economici. I nonni, e soprattutto le nonne, più che in altri paesi sono una risorsa indispensabile per
l’organizzazione di una famiglia giovane in cui entrambi i genitori, o l’unico presente, lavorano. E
gli anziani fragili o non autosufficienti devono necessariamente contare su figlie e nuore in assenza
di una rete di servizi capillare e accessibile. Anche quando c’è una badante, spesso chi tiene la regia
è una figlia o una nuora. “Intimità a distanza” e interdipendenza più o meno forzata sono due facce
della stessa medaglia.

Non sono solo i fenomeni demografici a trasformare il modo di fare famiglia e a modificare i
confini tra relazioni familiari e altri tipi di relazione. La stessa riduzione delle nascite è esito di
profonde trasformazioni culturali relativamente alla importanza dei figli, o meglio del loro numero,
per la realizzazione di sé, ed insieme dell’accresciuto investimento su ciascun figlio. Separazioni e
divorzi segnalano, non già che si è diventati meno capaci di fare un buon matrimonio, ma che sono
mutate le aspettative. E si è meno disposti/e a stare in un rapporto diventato negativo o privo di
senso. A questa maggiore, ancorché rischiosa, libertà nei rapporti familiari fa da contraltare un
allentamento dei confini tra relazioni familiari e non. Non mi riferisco solo alle famiglie di fatto,
etero e omosessuali, ma anche alle cosiddette “famiglie di elezione”, basate sulla scelta reciproca di
solidarietà più che su statuti istitituzionali. Può assumere la forma del co-housing, ma quello più
frequente è quello di una rete di auto-mutuo aiuto e di socialità quotidiana. È un fenomeno che in
Italia riguarda soprattutto le coppie giovani con figli piccoli, che integrano, o sostituiscono, la rete
parentale orizzontale con quella che costruiscono con amici. In altri paesi, ad esempio quelli
nordici, l’Olanda, gli Stati Uniti, riguarda sia giovani che non hanno ancora formato una propria famiglia,
sia anziani. La capacità di costruire famiglie e reti “familiari” continua ad essere vitale.
Basta guardare al di là del modello unico.

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