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Palestina – Un report particolare

Maureen Clare Murphy
www.electronicintifada.net, 23 agosto 2012

Mentre Israele continua la sua occupazione della Palestina, con l’aiuto di soldati, coloni, attraverso arresti arbitrari, furto di terra, acqua, gas e di tutte le risorse naturali, appoggiato da tutti quei Governi che usano le tasse dei propri cittadini per sostenere uno Stato estero con soldi e armamenti. Mentre la colonizzazione israeliana si espande, all’estero. In Italia: con la compiacenza di Sindaci, Presidenti di Provincia e Governatori, attraverso accordi commerciali e, addirittura, collaborazioni in campo sanitario (vedi il caso Abruzzo). In Europa: dove è stata permessa la costituzione di un “Parlamento Europeo Ebraico”.Mentre tutto questo accade, nella cecità assoluta di chi dovrebbe essere il cane da guardia del Potere, pensiamo che l’intervista rilasciata da Saeed Amireh a The Electronic Intifada sia la miglior risposta che quelli che combattono, lealmente, per la propria libertà e chi sta dalla loro parte, possano dare alla tracotanza e all’arroganza di un Potere che, finché ci sarà una sola barca che va a rompere l’assedio, un solo Essere Umano ancora ricco di ideali, sarà destinato a essere sconfitto. (Marisa Conte)

Saeed Amireh, che ha contribuito a portare il suo villaggio, Nilin, della Cisgiordania occupata, nel raggio d’azione della solidarietà, ha preso un aereo, il 20 settembre, che lo ha portato in Svezia per un giro europeo di conferenze. Si è trattato del primo viaggio di Saeed, fuori dalla Palestina.

“Non sono mai stato a Hebron, Betlemme, Qalqilyia o altre città della Palestina, a parte Ramallah e Nilin”, ha raccontato Amireh. “Una volta arrivato in Svezia, sono rimasto completamente scioccato. Non ho potuto dire una sola parola per le prime due settimane; ho passato le prime due settimane a piangere perché si sente come ci sia un’enorme differenza tra la vita in Europa e quella sotto l’occupazione militare israeliana, in Cisgiordania.”

“Ho avuto un assaggio di una dormita senza (paura), una camminata per le strade senza checkpoint e senza essere fermato da chiunque”, ha detto Amireh. “Qui, devi sempre avere con te la tua Carta d’Identità, nel caso di un checkpoint o che qualcuno ti fermi e ti arresti … Ho potuto gustare una libertà temporanea, per tre mesi.”

Anche se Amireh dice di aver ricevuto l’offerta allettante di rimanere in Europa, cosa che sa non essere utopica, è stato questo assaggio di libertà che lo ha motivato a tornare a Nilin “per raccontare alla mia gente, al mio villaggio e a tutti i miei amici per quale libertà stiamo lottando. Tutte le nostre generazioni sono nate sotto occupazione. Stiamo lottando per la libertà e la liberazione ma non sappiamo come è fatta, nel nostro territorio.”

Per Amireh la lotta per la Palestina significa costruire il movimento popolare a Nilin, diffonderlo agli altri villaggi e “costruire un forte (sistema) che includa anche la vita culturale del villaggio” per combattere il meticoloso assalto di Israele a tutti gli aspetti della vita palestinese.

Quasi dieci anni di lotta contro il muro

La resistenza popolare contro il muro e gli insediamenti, a Nilin, è iniziata, spontaneamente, nel 2003, quando gli abitanti si unirono alla contrapposizione del vicino villaggio di Budrus, per impedire ai buldozer israeliani di scavare la terra per costruire il muro. Questo è successo, prima che iniziassero a formarsi i comitati popolari, in tutta la Cisgiordania, prima che arrivassero gli attivisti israeliani e internazionali e prima di qualunque attenzione data dai media.

“Abbiamo radunato gente da tutti i villaggi e siamo andati a protestare contro la costruzione del muro dell’apartheid (a Budrus)”, ha raccontato Amireh.

“I soldati fecero una linea, davanti a noi, e ci dissero “se attraversate questa linea, consideratevi morti.” Ci siamo presi tutti per mano – uomini e donne; c’erano decine di donne, a quel tempo – abbiamo contato uno, due, tre e siamo saltati sulla linea insieme, tutti noi. I soldati non poterono ucciderci tutti ed ebbero paura perché sapevano che, se fossimo riusciti ancora a rompere tutte le paure e fare questo, la lotta sarebbe diventata più forte”, ha detto.

Un anno dopo, i buldozer arrivarono a Nilin e gli abitanti protestarono tutti i giorni, dormendo fuori per più di un mese, per impedire alle Forze israeliane di scavare la terra. Questo ha impedito, per quattro anni, all’Esercito di costruire il muro, secondo quanto raccontato da Amireh, e ha aiutato il villaggio “a salvare più di 3.000 dunums (un dunum equivale a mille metri quadri) della nostra terra che si supponeva sarebbe stata portata via dal muro.”.

Ma l’Esercito tornò nel luglio del 2008 “con così tanta rabbia e tanta preparazione per la soppressione collettiva”, ha ricordato Amireh. L’Esercito impose il coprifuoco, nel villaggio, per quattro giorni consecutivi, iniziò a condurre dei raid notturni regolari, ad arrestare attivisti e a usare la forza bruta contro quelle che, ora, sono diventate le proteste settimanali del villaggio, guidate da un Comitato popolare, i cui leader sono stati presi di mira e arrestati.

Cinque residenti uccisi in un anno

Molti residenti di questo piccolo villaggio sono stati uccisi dall’Esercito, durante le continue proteste settimanali. Amireh ha parlato con The Electronic Intifada, a fine giugno, poco dopo che il villaggio ha ricordato l’anniversario dell’uccisione di Aqil Srour, di 36 anni, colpito alla testa dalle forze israeliane, il 9 giugno 2009, durante la manifestazione settimanale (Aqil Srour è stato preso di mira dalle Forze israeliane, oltre 120 volte, nel corso degli anni, durante le manifestazioni settimanali n.d.t.). Un proiettile calibro 22 (i proiettili calibro 22 sono considerati illegali, secondo la legge internazionale n.d.t.) perforò il torace di Srour, mentre cercava di recuperare un ragazzo di 16 anni che era stato colpito allo stomaco. Srour morì, durante il tragitto verso l’ospedale. Il più giovane dei suoi quattro figli, Ramees, doveva ancora nascere.

Saeed Amireh e altri hanno attentamente documentato la lotta del loro villaggio. Un video caricato su YouTube mostra Srour ferito al torace e un abitante del villaggio che, con notevole calma, chiede a un soldato israeliano perché l’Esercito è presente nel villaggio e perché hanno sparato a Aqil Srour, dopo che avevano sparato a un ragazzo, nello stomaco.

Il soldato israeliano risponde, spassionatamente, con un fucile M16 attorno al suo torace, “dopo il ferimento del primo, voi avete cominciato a lanciare pietre e il soldato si è sentito minacciato.”.

Altri quattro abitanti di Nilin sono stati uccisi, durante le manifestazioni settimanali, nel corso di un anno: Ahmed Moussa, di 9 anni, Youssef Amireh, di 17 anni, Arafat Khawaje, di 23 anni e Muhammad Khawaje, di 18 anni. Centinaia di altri sono stati feriti, alcuni di loro hanno riportato disabilità permanenti.

“Quando (l’Esercito israeliano) se ne va e lascia i bossoli, su di essi è scritto “Made in USA”, ha sottolineato Amireh.

Amireh ha descritto l’uccisione di Ahmed Moussa: “Ero vicino a lui, in quel momento (in cui l’Esercito gli sparò); avevo 16 anni e mezzo. Quando ho portato Ahmad all’ambulanza, il suo cervello è fuoriuscito dalla sua testa e è finito nelle mie mani e sono svenuto (per lo shock).”.

Egli ha aggiunto: “Nonostante l’uccisione, il giorno dopo facemmo una manifestazione e condannammo (la brutalità dell’Esercito) al funerale di Ahmad. Lo stesso giorno, uccisero un altro ragazzo, uno della mia famiglia, uno dei miei migliori amici; il suo nome è Yousef Amireh. (Gli hanno sparato) alla testa con due proiettili d’acciaio, rivestiti di gomma, e è morto in un letto d’ospedale, quattro giorni dopo.

Arafat e Mohammed Khawaje sono stati colpiti alla testa con proiettili attivi, nel dicembre 2008, durante una protesta contro il massacro di Gaza, da parte di Israele. Un attivista statunitense, Tristan Andersen, fu ferito in modo grave dalle Forze israeliane, durante una protesta del 2009 e è rimasto disabile, in modo permanente, per le ferite riportate al cervello.

I bambini, target per gli arresti

Saeed Amireh è stato lui stesso colpito parecchie volte e è stato arrestato, nel dicembre 2008, quando aveva 17 anni ed era all’ultimo anno della scuola superiore.

“Secondo il nostro programma di studi, il nostro futuro dipende da questo anno di studi”, ha detto Amireh. “Seguivo il mio (percorso) scientifico e la mia media era del 95%; arrestandomi, hanno preso di mira il mio futuro e, contemporaneamente, hanno punito mio padre che è uno degli organizzatori di questa lotta, fatta di proteste disarmate contro il muro” (Amireh ha raccontato a The Electronic Intifada l’arresto di suo padre, due anni fa.

I bambini sono il bersaglio degli arresti, ha detto Amireh, perché le Forze israeliane ottengono i più grandi successi, costringendoli a firmare false dichiarazioni, usate per incriminare e arrestare la leadership della Commissione popolare, per “protesta illegale” o per essere in una zona militare chiusa.

“(L’Esercito) fa una massiccia campagna sui raid notturni, con arresti (di massa), come hanno fatto nel 2009, nel 2009 e nel 2010. Negli ultimi quattro anni hanno usato lo stesso sistema, arrestando tra le 40 e le 50 persone, a volte 60, nel villaggio.”, ha spiegato Amireh.

Secondo Amireh, molti di quelli arrestati di recente, nel villaggio, sono stati imprigionati, durante l’ultima ondata di arresti, e, a fronte del loro rilascio, la Corte israeliana ha loro proibito di partecipare alle proteste per i prossimi due o tre anni. Criminalizzando la protesta, Israele ha creato un sistema di prigione che è un circolo vizioso, per reprimere il movimento di base.

“Noi facciamo le manifestazioni (comunque) perché non obbediamo alla legge israeliana, perché questa è l’occupazione e il giudice è un colono e il legislatore è un israeliano. Da dove ottieni giustizia? Non ci arrenderemo mai, nonostante tutti questi arresti; dopo che sono state arrestate, le persone si uniscono di nuovo alle manifestazioni.”, ha detto Amireh.

La pulizia etnica all’orizzonte

Nonostante le uccisioni, la repressione, Amireh afferma che lui e gli altri del villaggio continueranno la lotta per una reale esistenza di Nilin.

“Non vogliono ucciderci e massacrarci, come fecero nel 1948, con la Nakba e la Naksa.”, ha detto Amireh, riferendosi all’espropriazione della Palestina storica, con la costituzione dello Stato di Israele e l’occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza, a seguito della guerra del 1967. “Quello che vogliono è uccidere la fonte dell’esistenza per la gente, così che se ne vada di sua iniziativa.” In Palestina, dove l’agricoltura è la principale industria, significa impedire alla gente di lavorare la sua terra.

Amireh ha aggiunto che la popolazione di Nilin, situata nell’Area C della Cisgiordania, il che significa che è sotto il pieno controllo militare israeliano, è molto diminuita, come risultato della colonizzazione e dell’oppressione israeliane. Gli attuali “abitanti sono in tutto circa 5.000, su un totale di 12.000, in quanto circa 7.000 hanno lasciato il villaggio, dal 1967”, emigrando nelle città vicine e più lontano, in Germania, dove il rappresentante diplomatico palestinese è di Nilin e è un parente di Amireh.

“La nostra terra era grande più di 50.000 dunums e, ora, abbiamo solo 8.000 dunums”, come risultato dei cinque insediamenti colonici (http://electronicintifada.net/tags/settlements) che circondano il villaggio, il muro di Israele e le strade riservate ai coloni.

Il villaggio butta giù il muro

“Niente può fermare la nostra ricerca di libertà.”, ha detto Amireh. “Anche il muro di Berlino è caduto e questo muro cadrà. Lo abbiamo fatto con successo, parecchie volte (distruggere parti del muro israeliano).”

Lo stesso giorno in cui gli abitanti tirarono giù parte del muro del villaggio di Bilin, nell’ottobre 2009, i residenti di Nilin fecero in modo di smantellare parte del muro costruito sulla loro terra. Da allora, Israele ha fortificato il muro, così ora ci sono una recinzione elettronica, un muro di cemento e un muro fatto di metallo tagliente che taglia fuori il villaggio dalla terra agricola.

“Nonostante questo, abbiamo iniziato a bruciare gomme, ruote, sul muro di cemento … e a lanciare acqua sul cemento, quando è diventato bollente, e abbiamo fatto dei buchi. Così, adesso, ci sono parecchi buchi, nel muro di cemento.”, ha spiegato Amireh.

Il confronto diretto con il muro e l’esercito è solo uno dei tanti metodi di lotta a cui il villaggio deve fare ricorso, secondo Amireh.

“Viviamo sotto occupazione; abbiamo il diritto di resistere con ogni mezzo”, ha detto “ ma vediamo (la lotta di base) come la strategia più efficace che i Palestinesi abbiano mai usato … Vogliamo espandere questa strategia di lotta, in tutta la Cisgiordania, così che ci sia una vera pressione dall’interno della Palestina contro l’occupazione, come è stato durante la prima intifada”, alla fine degli Anni ’80.

La pressione dall’esterno

C’è anche bisogno della pressione dall’esterno, ha spiegato Amireh, aggiungendo che la gente, nel mondo, “ha bisogno di svegliarsi ed essere consapevole di quanto accade … è dovere di ognuno aiutarci a porre termine a questa occupazione, perché parte delle vostre tasse, in America e in Europa, serve a sostenere questa occupazione e, finché questa occupazione verrà finanziata, non finirà mai.”.

Di questa fine, Amireh ha parlato, in Australia, agli inizi di quest’anno (il suo secondo viaggio fuori della Palestina) e sta per imbarcarsi in una serie di conferenze, in Europa, della durata di alcuni mesi, questo autunno. Spera di andare negli USA, il prossimo anno, per sensibilizzare su quanto accade in Palestina e non viene coperto dai media internazionali.

Ma la consapevolezza ha bisogno di essere tradotta in azioni. Il boicottaggio è il metodo principale per fare pressione su Israele, dall’esterno, e Amireh si è impegnato nelle campagne di boicottaggio culturale per spingere le star internazionali a cancellare i loro concerti a Tel Aviv. Amireh e un suo parente appaiono in un video che mostra il loro tentativo di andare al concerto di Madonna, agli inizi di quest’anno, solo per essere fermati dalle infrastrutture dell’occupazione israeliana.

“Israele è consapevole di questa pressione che arriva dall’esterno e dall’interno e cerca di sopprimere questa lotta, con ogni mezzo.”, ha detto Amireh. “Ci sono sfide, in futuro, per far diventare la nostra lotta più forte.”

Esse includono rompere “la paura e il silenzio”, nell’arena internazionale, e, in Palestina, superare le divisioni politiche e costruire forti reti sociali, a livello di base.

“Siamo combattuti dalla Cultura, dall’educazione; Israele controlla tutto e sta cambiando tutto (per il suo profitto).”, ha detto Amireh.

I giovani Palestinesi come Saeed Amireh dedicano la loro vita a trovare dei modi alternativi per sfidare questo sistema di controllo, così che un giorno possa diventare una cosa del passato.

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