Home Europa e Mondo Romney: l’ideologia e gli interessi

Romney: l’ideologia e gli interessi

Marco d’Eramo
il manifesto, 31 agosto 2012

Nelle elezioni presidenziali Usa vittoria o sconfitta dipenderanno non tanto dagli indecisi, quanto dal tasso di astensione delle proprie truppe: Il rischio per Obama sta nello scontento della sua base democratica e per Romney nel sospetto e nella sfiducia della destra che lo considera un voltagabbana. Ma chi c’è dietro “le ideologie” del candidato repubblicano?

Se (come le azioni) i delegati «non si contano, ma si pesano», alla Convention repubblicana di Tampa (Florida), chiusasi all’alba di oggi ora italiana, sedeva un delegato (eletto nello stato di New York) che pesa più di tutti gli altri 4.400 delegati (tra titolari e supplenti) messi insieme. Pesa più del candidato presidente Mitt Romney e del candidato vicepresidente Paul Ryan.

Questo delegato si chiama David Koch (pronunciato Kok), 72 anni, comproprietario insieme al fratello Charles (78 anni) e vicepresidente esecutivo delle Koch Industries. Si tratta di un conglomerato dal fatturato annuo di 98 miliardi di dollari, con quartier generale a Topeka in Kansas, che include raffinerie di petrolio ed etanolo, gasdotti e oleodotti, industrie chimiche, minerarie, fertilizzanti, fibre, polimeri, polpa cartacea e persino allevamenti di bestiame, tutti settori che dipendono fortemente dalle materie prime. Secondo l’agenzia finanziaria Bloomberg, la fortuna combinata dei due fratelli ammonta «almeno» a 70 miliardi di dollari: ma quel che più interessa è che martedì 6 novembre (giorno del voto) i fratelli Koch avranno investito nella campagna elettorale repubblicana di quest’anno ben 400 milioni di dollari, secondo le informazioni raccolte da Politico: il contributo di una sola famiglia ammonta a più dei 350 milioni di dollari che aveva raccolto in tutto il candidato repubblicano John McCain per la sua campagna nel 2008, e più della metà di quanto avesse raccolto il candidato democratico Barack Obama (750 milioni di dollari) che con quella cifra aveva stabilito il nuovo record di finanziamenti. E questi fondi non includono le cifre che i fratelli Koch hanno sborsato dal 2009 per non solo finanziare, ma organizzare, addestrare, mobilitare, insomma creare di sana pianta il Tea Party.

Certo, i fratelli Koch sono finanziatori di lungo corso di tutte le possibili e immaginabili cause di estrema destra negli Stati uniti, ma lo sforzo di quest’anno è eccezionale, tanto che c’è da chiedersi cosa pensano di ricavare da questo investimento due abili businessmen come loro. Una parte della risposta ce la fornisce sempre Bloomberg. I due fratelli infatti sono anche protagonisti del mercato dei derivati sulle materie prime attraverso una filiale, la Koch Supply and Trading LP, uno dei maggiori operatori mondiali sui derivati dell’energia (futures e swaps) che scambiano anche per conto di fondi pensione ed hedge funds: nel 1986 i Koch furono i primi a introdurre swaps del petrolio. Il problema è che, dopo la crisi del 2008, il Congresso ha imposto regole più strette – maggiori riserve di capitale e condizioni collaterali più cogenti – per quegli operatori di swaps il cui volume di scambi aperti superi gli 8 miliardi di dollari annui. Questa norma costa alla Koch Supply and Trading somme dell’ordine dei miliardi di dollari. Da anni i Koch cercano di farla abrogare con un martellante lavoro di lobby affidato a Greg Zerzan, già responsabile delle politiche pubbliche per la International Swaps and Derivatives Association. Ma invano. Come stupirsi se il candidato Romney ha già promesso di deregolamentare questo settore di attività borsistica?

Ma i Koch non sono i soli a essere spinti da un proprio personale tornaconto. A tutt’oggi il finanziatore più generoso nei confronti di Romney e dei repubblicani (con 36 milioni di dollari) è Sheldon Adelson, 79 anni, imprenditore di case da gioco sia a Las Vegas che a Macao: i casinos di Macao hanno generato 2,95 miliardi di dollari di introiti, su un fatturato totale annuo di 5,34 miliardi di dollari per il gruppo. Se Romney vincesse e mettesse in atto le promesse elettorali per costringere la Cina a rivalutare lo yuan, Adelson ne ricaverebbe consistenti profitti: basterebbe una rivalutazione del 5% del renminbi per far guadagnare ad Adelson circa 150 milioni di dollari in più all’anno. E poi, una vittoria i Romney libererebbe Adelson dall’inchiesta del Dipartimento di Giustizia Usa per corruzione di funzionari cinesi a Macao.

Né è per disinteressata generosità che Harold Simmons (81 anni) ha finanziato il Political Action Commettee (Pac) di Romney con 15,7 milioni di dollari: Simmons, la cui fortuna è stimata a 5,6 miliardi di dollari, possiede la Simmons’s Contran Corp basata a Houston (Texas). Che a sua volta detiene il 90% della Valhi Inc. in crisi per la sua filiale di gestione dei rifiuti, Waste Control Specialists, che perde denaro ininterrottamente da 5 anni, ma potrebbe generare utili record se con una presidenza Romney la società riuscisse a vincere il contratto per un nuovo deposito di scorie radioattive nella sua discarica da 535 ettari nel Texas Occidentale, dopo che la precedente soluzione a Yucca Mountain (Nevada) è stata scartata. Romney infatti, a differenza dei presidenti che l’hanno preceduto, è favorevole a far gestire le scorie radioattive dai privati.
La lista potrebbe essere ancora lunga, ma ogni nome mostra che dietro le battaglie “ideali” si celano interessi materiali precisi, corposi.

Del resto non è una situazione sconosciuta all’Italia, proprio come ha fatto sussultare tutti gli italiani la promessa di creare «12 milioni di nuovi posti di lavoro» che il 42enne Paul Ryan ha lanciato nel suo discorso di accettazione della candidatura alla vicepresidenza. Noi già abbiamo sentito da Silvio Berlusconi un’identica promessa (anche se in scala più ridotta, un milione solo: l’Italia è molto più piccola degli Stati uniti), una promessa che celava la difesa di interessi personali altrettanto corposi. Sappiamo come è andata a finire. E anche gli Usa rischiano la stessa fine, nel malaugurato caso dovesse vincere Romney: dal suo cilindro uscirebbero non milioni di posti di lavoro ma miliardi di dollari per i Koch, gli Adelson, i Simmons e confratelli.

Per fortuna la vittoria di Romney è improbabile. E non solo perché questa Convention è stata un mezzo fiasco, e non solo a causa del ciclone Isaac (ora ridimensionato a semplice tempesta) che ha ridotto di un giorno la durata dei lavori e per un altro giorno ha dirottato l’attenzione dei media. Ma perché la fiducia sembra non essere di casa a Tampa. In attesa di conoscere il discorso di Mitt Romney (previsto per stamane all’alba ora italiana), l’unico oratore che ha suscitato entusiasmo è stato appunto Paul Ryan, perché giovane e di bell’aspetto. Ma neanche lui è riuscito a infervorare gli animi come aveva fatto Sarah Palin quattro anni fa (e anche allora si sa come andò a finire).

Nelle elezioni presidenziali Usa vittoria o sconfitta dipendono non tanto dagli indecisi, quanto dal tasso di astensione delle proprie truppe. Il rischio per Obama sta nello scontento della sua base democratica e per Romney nel sospetto e nella sfiducia della destra che lo considera un voltagabbana. Se il partito democratico è demoralizzato dalla sconfitta elettorale subita nel 2010, il partito repubblicano, che dovrebbe avere il vento in poppa, è in realtà spaccato dalle lancinanti divisioni tra i suoi moderati e i conservatori: nel ticket repubblicano Romney dovrebbe “coprire” i centristi e Ryan la destra estrema, il Tea Party, ma col rischio che l’estremista Ryan dissuada i moderati dal recarsi alle urne e il centrista Romney disgusti e spinga all’astensione gli esagitati del Tè.

Ecco perché Obama cerca di presentarsi come l’ultimo baluardo contro la barbarie di un fascismo razzista e Romney si offre come l’unica possibilità per difendere l’America dal «socialismo spendaccione» di Obama. Come si ama dire oggi, sono due “narrazioni” divergenti: la vittoria dipenderà da quale narrative prenderà il sopravvento. Se Romney riuscirà a fare di queste elezioni un referendum sul (deludente) bilancio di Obama (cosa che per esempio non riuscì – a parti invertite – a John Kerry nel 2004 con George Bush), allora i repubblicani avranno una speranza di vittoria. Se al contrario Obama riuscirà a fare delle elezioni un referendum sull’inconsistenza, le menzogne, le giravolte di Romney, allora Obama ha la rielezione in tasca. Nonostante le benedizioni del Cardinale di New York che dovrebbero concludere la Convention repubblicana, con un’ingerenza inaudita (e inedita) della Chiesa cattolica nella politica Usa. Sempre che l’economia europea non trascini con sé nel baratro non solo l’economia Usa ma anche le speranze di rielezione del primo presidente nero.

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La convention delle corporation

Michele Paris
www.altrenotizie.org

In ritardo di un giorno a causa dell’arrivo dell’uragano Isaac, la convention repubblicana ha inaugurato martedì a Tampa, in Florida, la tre giorni che si chiuderà con il discorso di accettazione della nomination per la Casa Bianca da parte di Mitt Romney. Al di là delle celebrazioni ufficiali, il tradizionale evento quadriennale vivrà i suoi momenti più importanti in quella che il New York Times ha definito una “convention parallela”, nella quale “politici eletti, delegati e membri del partito offrono a corporation, gruppi di interesse e lobbisti la possibilità di promuovere i loro interessi”.

Il costo complessivo stimato per la convention repubblicana di quest’anno è di 73 milioni di dollari, mentre quella democratica, in programma settimana prossima a Charlotte, in North Carolina, sarà di 55 milioni. Le convention sono in parte finanziate dai versamenti volontari dei contribuenti americani, così che la Commissione Federale Elettorale per il 2012 ha versato ad ognuno dei due partiti più di 18 milioni di dollari in fondi pubblici. Il Congresso, a sua volta, di milioni ne ha stanziati 50 per far fronte alle spese legate alla sicurezza nelle due città che ospitano le convention. Il resto del denaro arriva infine da ricchi finanziatori, dal momento che la legge USA vieta per questo genere di eventi donazioni dirette da parte di corporation o organizzazioni sindacali.

Sul versante democratico, il partito del presidente Obama ha stabilito un codice di autoregolamentazione che fissa a 100 mila dollari il tetto per i contributi individuali durante la convention di Charlotte. Il Partito Democratico ha però creato un’apposita organizzazione “no-profit” (New American City) che, sfruttando le scappatoie permesse dalle regole elettorali, accetterà donazioni senza limiti anche dalle grandi aziende.

Le differenze tra i due partiti, d’altra parte, sono in gran parte solo apparenti. Mentre i repubblicani si presentano apertamente come il partito dei grandi interessi economici e finanziari, da cui accettano senza riserve il sostegno e i contributi, i democratici adottano invece una strategia all’insegna dell’ambiguità. Se da un lato, cioè, pretendono di volere tenersi alla larga dalle grandi corporation per non alienare una parte fondamentale del proprio elettorato, il Partito Democratico ne riceve il pieno appoggio, sia pure in maniera più discreta.

Dal momento che, come ha scritto settimana scorsa il Wall Street Journal, le convention quadriennali hanno di fatto perso da tempo la propria funzione e i candidati alla presidenza vengono decisi molti mesi prima, gli eventi organizzati sul finire dell’estate dai due partiti servono allora per dare visibilità mediatica agli sfidanti per la Casa Bianca e, soprattutto, per offrire un’occasione ai rispettivi finanziatori di entrare in contatto con i membri del partito.

Quasi sempre lontano dai riflettori, così, a margine del programma ufficiale vanno in scena eventi esclusivi, durante i quali i ricchi finanziatori e le grandi aziende possono avanzare i propri interessi. Tra gli eventi sponsorizzati questa settimana dalle corporation che sostengono il Partito Repubblicano a Tampa spiccano ad esempio quelli di Anheuser-Busch, storica azienda del Missouri nota soprattutto per la birra Budweiser, del colosso farmaceutico Merck & Co., e dell’hedge fund Elliott Management Corporation, il cui fondatore, Paul Singer, ha già donato un milione di dollari ad un’organizzazione che sostiene la campagna di Romney.

A Tampa sono accorsi anche i principali media d’oltreoceano, alcuni dei quali organizzeranno incontri assieme alle stesse corporation. Uno di questi è la testata on-line Politico.com che, come ha scritto l’Associated Press, per tutta la settimana della convention terrà una “Nightly Lounge”, da riproporre poi tra pochi giorni a Charlotte, co-sponsorizzata da compagnie come BAE Systems, Intel e Coca-Cola.

BAE Systems è una multinazionale britannica che opera nel settore aerospaziale e della difesa, nonché una delle dieci aziende che vantano il maggior numero di appalti pubblici ottenuti negli USA. Nel solo 2011, BAE Systems si è aggiudicata contratti con il governo di Washington per quasi 7 miliardi di dollari, nonostante sempre lo scorso anno abbia dovuto pagare una multa da 79 milioni per aver violato le leggi americane sull’esportazione di armi.

Intel, invece, ha già speso in questo ciclo elettorale 1,7 milioni di dollari in attività di lobby al Congresso per promuovere una legislazione fiscale che riduca le tasse che gravano sulle corporation. Allo stesso scopo anche Coca-Cola ha sborsato finora 2,8 milioni di dollari, denaro che dovrebbe servire anche a garantire che nelle mense scolastiche americane si continui a vendere la bevanda di propria produzione.

Tradizionalmente legata al Partito Repubblicano, anche l’industria petrolifera è molto attiva a Tampa, tramite l’associazione di categoria American Petroleum Institute, impegnata nel promuovere la propria campagna “Vote 4 Energy”. Quest’ultima è stata lanciata qualche mese fa per ottenere, tra l’altro, l’approvazione a Washington dell’oleodotto Keystone XL – che dovrebbe collegare il Canada al Texas passando attraverso una falda acquifera in Nebraska e Oklahoma – e l’espansione delle trivellazioni sul suolo americano.

L’influenza maggiore sulla politica d’oltreoceano è esercitata però dall’industria finanziaria. L’associazione che rappresenta le banche di Wall Street, Financial Services Roundtable, ha perciò un ricco programma di eventi questa settimana e la sua presenza indica il cambiamento dell’atmosfera politica negli USA rispetto al 2008, quando il malcontento popolare nei confronti dei colossi finanziari era tale da convincere i due partiti della necessità di prendere le distanze nei loro confronti.

Tra le altre potenti corporation che hanno deciso di sponsorizzare la convention repubblicana spiccano infine anche Chevron, Microsoft e Volkswagen. Tutti gli eventi che consentiranno l’incontro tra esponenti politici repubblicani, lobbisti e rappresentanti delle più grandi aziende statunitensi, vengono invariabilmente presentanti come occasioni per promuovere la crescita economica o le libertà democratiche.

Lo stesso candidato alla presidenza, Mitt Romney, secondo il Wall Street Journal, prima di accettare la nomination presiederà un club esclusivo di 1.500 finanziatori repubblicani che hanno raccolto per la campagna in corso almeno 250 mila dollari ciascuno. Altri lussuosi “benefit” sono previsti poi per un gruppo di finanziatori definito “Consiglio dei 100”, formato da coloro che si sono impegnati a raccogliere almeno un milione di dollari.

Come ha commentato il New York Times qualche giorno fa, le pratiche che vanno in scena durante le convention dei due partiti sono tutt’altro che aberrazioni o anomalie del sistema a cui si assiste ogni quattro anni, bensì riflettono quanto accade quotidianamente a Washington, dove l’influenza dell’élite economica e finanziaria sul sistema politico americano è ormai al di fuori di ogni controllo.

Nonostante corporation e grandi banche abbiano investito massicciamente su entrambi i partiti, la loro preferenza in questa tornata elettorale va decisamente a quello Repubblicano. A confermarlo sono anche le cifre relative ai finanziamenti raccolti finora dai due candidati. Al 31 luglio, infatti, Romney aveva a disposizione poco meno di 186 milioni di dollari, contro i 127 di Obama. Inoltre, circa il 71% delle donazioni andate finora al miliardario mormone sono state fatte da individui che hanno sborsato almeno mille dollari, una percentuale che scende significativamente al 30% per l’attuale inquilino della Casa Bianca.

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