Home Politica e Società I nostri no alla zona destinata all’esercizio della prostituzione

I nostri no alla zona destinata all’esercizio della prostituzione

Elvira Reale (Associazione Salute donna), Clara Pappalardo (Arcidonna), Stefania Cantatore (UDI di Napoli)
www.womenews.net

Alle consigliere e i consiglieri, alle assessore e agli assessori di Comune, Provincia e Regione

La proposta del sindaco De Magistris, nelle numerose interviste rilasciate da lui stesso, circa la creazione di luoghi nei quali esercitare la prostituzione, è l’ultima nel corpo di un dibattito sorto in seguito alla chiusura dei bordelli, case nelle quali migliaia di donne vivevano segregate per esercitare la prostituzione, negli anni 50 del secolo scorso. Lo Stato regolava attraverso licenze l’attività, controllava la qualità della prestazione con visite mediche obbligatorie sulle sole donne, traeva profitto da ogni singola “prestazione”. Con la legge 75 del 1958 (detta legge Merlin) lo Stato Italiano pose fine alla sua attività di sfruttamento.

Da allora la prostituzione non è un reato, ma lo è lo sfruttamento delle persone che a qualsiasi titolo la esercitato.

La legge 75 avrebbe dovuto essere una pietra miliare, l’inizio di una nuova civiltà segnata dall’impegno pubblico nella lotta alla più terribile delle schiavitù ancora tollerate.

La prostituzione non è un reato, se rappresenta la libera scelta di una persona. È consapevolezza diffusa e fondata che il numero preponderante delle prestazioni sessuali a pagamento, non corrisponde affatto a transazioni libere e liberamente scelte, ma avviene nell’ambito di contesti criminali dove reclutano donne e una minima parte di uomini in modo schiavistico, usando ricatti, vessazioni e violenze fisiche.

Usare indistintamente il termine prostituzione per tutti i soggetti ai quali i clienti si rivolgono per ottenere prestazioni sessuali, è illusorio ed è una deliberata mistificazione sulla natura criminale e criminogena di un fenomeno strettamente legato alla perpetrazione di alti reati.

La legge 75 si è risolta con la sola chiusura dei bordelli, e da allora gli uomini al potere si sono tenuti ben lontani dall’affrontare il fenomeno criminale che caratterizza lo sfruttamento sessuale, ed anzi è più che mai vivo il desiderio di riorganizzare un servizio per la tutela dei consumatori di sesso a pagamento.

La schiavitù sessuale, cruenta e no, viene ancora vissuta come la risposta necessaria ad un presunto diritto degli uomini a soddisfare la loro eccitazione a qualunque costo. In fondo l’uomo in questa concezione viene considerato portatore di un apparato idraulico da scaricare ciclicamente.

La legge Merlin a distanza di oltre cinquant’anni è rimasta l’unico segno di una diversa concezione delle relazioni sessuali uomo- donna , e a distanza di oltre cinquant’anni lo stato ancora non ha fatto i conti con la propria identità rispetto al rapporto tra generi diversi.

Tutte le proposte che vogliono regolamentare, controllare e circoscrivere la cosiddetta prostituzione, in sostanza, ne affermano la necessarietà. Lo Stato rinuncia ad affrontare un crimine e un’ingiustizia proclamando la presunta impossibilità a porre fine ad un fenomeno che come le mafie, di cui il fenomeno è parte, può finire a patto che lo Stato non si arrenda.

La non conoscenza e la confusione dei termini, la propaganda politica rappresentano la sostanza di un attacco ad una legge fondamentale nell’affermazione dei diritti delle donne. Con l’enorme ritardo di oltre cinquant’anni va fatto quello per cui la legge 75 ha posto le basi.

Abbiamo sentito parlare di zoning come area riservata in cui far accedere le prostitute ed i clienti per operare la mediazione sociale tra loro ed il territorio ed includerle anziché escluderle, abbiamo sentito di zone di controllo sanitario, e di zone in cui combattere la tratta e sottrarle dai protettori per metterle sotto la protezione dello stato ma lasciandole nel ruolo di oggetti.

In qualsiasi modo si tentino iniziative pubbliche per moderare e circoscrivere “le prostitute” si finisce per riferirsi a soggetti differenti tra loro umanamente e civilmente, non tenendo conto che le sex workers libere e liberate non possono essere accomunate con le vittime di tratta né dal punto di vista delle soluzioni né dal punto di vista securitario. Alle seconde non è rivolto un servizio, ma una protezione aggiuntiva che non elimina quella dello sfruttatore, che anzi di riflesso gode di una sorta di legittimazione. Le prime non hanno ovviamente alcun interesse ad essere recluse ed individuate in assenza di un riconoscimento della loro professione.

Qualsiasi forma di “regolamentazione” imposta dal soggetto pubblico inoltre ripropone vistose frizioni con una legge dello stato, appunto la legge 75. L’esperienza della Giunta Alemanno a Roma ne è la prova.

L’ansia di proteggere i clienti, in un clima culturale che al di là del termine “prostituta” non vede età, condizione di schiavitù i rischi per la salute e la sicurezza di donne e ragazzine, è un tema ricorrente. La cultura dominante è ancora pervasa da una concezione che attribuisce agli uomini il diritto a fare sesso indipendentemente dalle relazioni umane. A questo diritto corrisponde la necessari età della prostituzione, non importa se volontaria o no, garantita dal punto di vista sanitario.

La zona, il quartiere o comunque vengano ridefiniti i luoghi che intendono riproporre il bordello, rappresentano un aggiramento di una legge dello stato che, come tutte le leggi (dall’aborto a quelle sulla violenza sessuata) conquistate in nome della libertà femminile, nessun partito sembra voler affrontare a viso aperto. Erodere, svuotare è la strategia. Il senso profondo ed emblematico delle proposte indecenti, che ogni tanto ascoltiamo, è quello di aprire una strada per lentamente normalizzare la privazione dei diritti.

Le opposte tifoserie accese intorno alla proposta del Sindaco De Magistris, rappresentano poco o niente dei motivi profondi che vietano quella normalizzazione.

Noi intanto proponiamo che si volti pagina, che ci si allontani dal pensiero delle aree riservate . e si guardi a quella parte criminale e criminogena di commerci sessuali impropriamente chiamati “prostituzione” in un’altra ottica. Un’ottica mai considerata, per più di sessant’anni allontanata dall’interesse della politica ignorando le connessioni strette col femminicidio: la violenza sessuata in tutte le sue forme. La pubblicizzazione delle possibilità di sostegno previste dal comma 1 dell’art. 18 del TU sull’immigrazione “che permette allo straniero di sottrarsi ai condizionamenti e le violenze dell’organizzazione criminale”, una corretta e capillare informazione sui rischi per la salute e l’incolumità distribuita ed affissa nei luoghi frequentati sono mezzi attivabili con costi contenuti e doverosi da parte di tutti i responsabili e del Sindaco, tutore per legge del diritto alla salute e all’incolumità “dei cittadini presenti sul territorio” .

Proponiamo inoltre di riaprire una riflessione franca sulle origini e l’evoluzione della prostituzione propriamente detta, affrontando stereotipi e pregiudizi, ed anche le implicazioni legate al rischio professionale e civile, la criminalizzazione dell’autodeterminazione sessuale femminile, la depenalizzazione strisciante “alegale” dello sfruttamento dissimulato tramite agenzie e faccendieri.

È necessario che si parli a partire da queste proposte, ed esplicitamente chiediamo a tutte coloro alle quali ci rivolgiamo di pronunciarsi: condividerle o apertamente ricusarle.

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