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Il Concilio Vaticano II mezzo secolo dopo

Nino Lisi
Comunità cristiana di base di san Paolo – Roma

Il prossimo 11 ottobre si compiranno cinquanta anni dall’apertura nel 1962 del Concilio Vaticano II e se ne annunciano le prime commemorazioni. Una si terrà a Roma il 15 settembre nell’auditorium dell’istituto Massimo, all’Eur. La promuovono una novantina di soggetti tra riviste, associazioni, comunità e gruppi, con l’intento, desumibile dalla convocazione dell’assemblea, di guardare al Concilio con gli occhi d’oggi. Approccio quanto mai opportuno, perché da anni è in atto un dibattito su un dilemma interpretativo: il Concilio segnò o no una discontinuità con il passato?

La risposta è importante, perché da essa dipenderà se la carica innovativa del Concilio sarà definitivamente soffocata o no; questione, come chiarirò più avanti, che non riguarda solo i “credenti”.

In realtà, per alcuni temi il Concilio fu davvero dirompente; per altri segnò invece una conferma. Perché allora il dibattito? Perché dietro di esso si nasconde, schematizzando, una dialettica che, non raramente, diviene scontro tra due logiche che si fronteggiano nella chiesa quasi dai suoi albori.

Una, che potremmo chiamare istituzionale, è protesa a custodire una verità ritenuta compiutamente rivelata una volta per tutte e a tutelarne la integrità. Per farlo si è istituita l’area inaccessibile del sacro, cui solo pochi (la gerarchia) vengono ammessi per cooptazione, e vi si è rinchiuso il “patrimonio della fede”. Si è così rinnovato quel potere del tempio che Gesù combatté e dal quale fu messo a morte; potere che oltre a sospingere uomini e donne a rendere a Dio gloria nei cieli e ad essere obbedienti, non può fare a meno, come ogni potere, di preoccuparsi del proprio rafforzamento.

L’altra, che potremmo chiamare dell’annuncio, è protesa a diffondere il detto evangelico secondo cui perseguire la verità e la sua giustizia rende liberi e la notizia della fraternità e sorellanza che legano insieme tutti gli esseri umani. Induce a praticare la “libertà dei figli di Dio” e ad occuparsi che in terra si renda giustizia in particolare ai più deboli, essendo questo l’unico sacrificio gradito a Dio. In questa ottica le conseguenze della buona novella vanno scoperte, capite e realizzate nella storia.

La logica dell’annuncio porta poi a diffidare di ogni potere e sovente ad opporvisi, mentre il potere del tempio è inevitabilmente contiguo agli altri poteri, perché il potere ha tante facce ma in sostanza è uno ed i suoi diversi aspetti si intrecciano, si contaminano e si spalleggiano reciprocamente. Quando scoppiano conflitti intestini la logica istituzionale porta a schierarsi con chi difende lo status quo, per l’ovvio motivo che il mantenimento dell’ordine costituito garantisce alla istituzione ecclesiastica la conservazione del suo potere, mentre un sovvertimento potrebbe metterlo in discussione.

Due logiche distinte e per molti versi contrapposte generano dunque contraddizioni, tensioni e conflitti nella chiesa come nella vita e nella coscienza di tanti e tante uomini e donne di chiesa.
E’ da augurarsi che l’assemblea del 15 settembre riesca a discutere apertamente delle due logiche in conflitto, essendo ciò il presupposto necessario per elaborare proficuamente la memoria del Concilio e farne scaturire impegni per il futuro, come i promotori si ripromettono.

L’andamento del conflitto e l’esito dell’assemblea dell’Eur sono importanti per tutti, non solo per i credenti. In primo luogo perché l’istituzione ecclesiastica, anche in virtù delle oltre cento nunziature e della rete di enti sparsi sul pianeta, è parte integrante del sistema di governo di “questo mondo”; e poi, perché connesse alla dialettica di cui si è detto ci sono non solo differenti idee di chiesa ma anche visioni diverse del divino e le idee sul divino che circolano in una società hanno grande influenza sul modo in cui essa si plasma. “Si immagini – come suggerisce la teologa femminista Mary Hunt – un mondo in cui il divino venga compreso come Amico invece che come Padre, come Fonte invece che come Signore, come Pacificatore invece che come Sovrano, come cittadino invece che come Re”. Si intravedrà qualcosa di quel mondo migliore cui tanti aspirano.

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