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La fine del sogno arcobaleno

Marco Zerbino
www.micromega.net

Gli scioperi dei minatori, che si susseguono anche dopo l’eccidio del 16 agosto, mettono in luce l’intreccio fra forti disuguaglianze sociali (non mitigate dalla crescita economica), persistente questione razziale e corruzione politica che sta portando il Sud Africa sull’orlo di una situazione socialmente esplosiva.

«Renderemo queste miniere ingovernabili fino a che i bianchi non ci staranno a sentire. Devono pagarvi un salario decente […]. È il vostro momento. Oggi questo paese è quello che è grazie ai minatori come voi. Dovete reclamare il posto che vi spetta di diritto in Sud Africa. Dobbiamo rimanere uniti e combattere insieme perché, se non lo facciamo, i bianchi vi getteranno via come carta igienica». Julius Malema, l’ex presidente della lega giovanile dell’African National Congress espulso dal partito qualche mese fa con l’accusa di fomentarne le divisioni interne, non ha mai amato i toni concilianti. Ma è anche per sintonizzarsi al meglio con il clima politico e sociale a dir poco rovente recentemente instauratosi in Sud Africa che, pochi giorni fa, ha rivolto le parole appena riportate ai lavoratori dell’azienda mineraria Aurora. Del resto, tanto l’ambientazione quanto gli interlocutori scelti dal giovane politico sudafricano per esprimere il proprio pensiero non sono casuali, e anzi possono servire a dare un’idea dei nodi che ancora oggi, a diciott’anni dalla fine dell’apartheid, il paese fatica a sciogliere.

L’Aurora è un’azienda appartenuta in passato a Khulubuse Zuma e a Zondwa Mandela, rampolli dai cognomi tanto ingombranti quanto possono esserlo quelli di un presidente in carica e di un ex presidente (e padre della nazione). I due nipoti di Jacob Zuma e di Nelson Mandela non hanno dato gran prova di sé come condirettori di questa società impegnata nel settore estrattivo – uno dei motori fondamentali dell’impetuosa crescita economica che ha caratterizzato negli ultimi anni i cosiddetti Brics – tanto che ad un certo punto hanno smesso di pagare i salari ai lavoratori. L’azienda è stata così messa in liquidazione, e i due sono ora sospettati di averne provocato la bancarotta in maniera fraudolenta. Al di là del caso specifico e delle personalità implicate, la vicenda merita di essere menzionata perché mette bene in luce l’intreccio fra forti disuguaglianze sociali (non mitigate dalla crescita economica), persistente questione razziale e corruzione politica che sta portando il Sud Africa sull’orlo di una situazione socialmente esplosiva. Da questo punto di vista, l’uccisione da parte della polizia, a metà agosto, di 34 operai che lavoravano nella miniera di platino gestita dalla società britannica Lonmin a Marikana, nelle vicinanze di Johannesburg, per quanto brutale e apparentemente insensata, non è che la spia di problemi più antichi e più ampi. Un «punto di non ritorno», come hanno sostenuto in tanti, che mette a nudo l’iniqua distribuzione della ricchezza e quella che viene percepita come l’inadeguatezza della classe politica che ha guidato il paese a partire dal 1994.

Un fenomeno in crescita

A più di due settimane di distanza dai drammatici eventi del 16 agosto, non solo gli operai della Lonmin non sono ancora tornati al lavoro, sfidando l’iniziale minaccia di un licenziamento in tronco, ma la protesta si è estesa ad altri siti minerari e ha coinvolto i dipendenti di altre aziende. Ad esempio quelli della Modder East, dove lunedì 3 settembre quattro lavoratori sono stati feriti dai proiettili di plastica usati per disperderne il picchetto. Il settimanale sudafricano Mail & Guardian ha speculato sul fatto che le vittime avessero presenziato al discorso tenuto qualche giorno prima da Malema nel vicino sito dell’Aurora. Alla Kdc, miniera d’oro gestita dalla Gold Fields, la quarta più grande del mondo, 12.000 lavoratori hanno recentemente cominciato uno sciopero che l’azienda e i media hanno definito «illegale». Sull’onda dell’indignazione generata dai fatti di Marikana, si erano invece rifiutati di scendere nei pozzi anche diversi operai della Royal Bafokeng e della Eastern Platinum, mentre la direzione aziendale della Anglo American Platinum aveva ricevuto una serie di richieste salariali che sembravano preludere a una scelta analoga da parte dei suoi dipendenti.
In Sud Africa, diversi opinionisti hanno sostenuto che la combattività e la determinazione dei più sfruttati fra i minatori sarebbe stata fomentata ad arte con promesse mirabolanti da leader politici in odore di populismo come Malema e da sindacati radicali come l’Association of Mineworkers and Construction Union (Amcu). Quest’ultima organizzazione – nata da una scissione prodottasi nel 1998 in seno al sindacato «ufficiale» dei lavoratori del settore minerario, la National Union of Mineworkers (Num), aderente alla centrale sindacale del Cosatu (Congress of South African Trade Unions) – è accusata in particolare di aver «illuso» i lavoratori con l’obiettivo di aumenti salariali «irrealistici» e di averli utilizzati in maniera spregiudicata nel conflitto per l’egemonia che la oppone alla Num fino a determinare il bagno di sangue poi verificatosi a Marikana. Per giudicare in maniera obiettiva la fondatezza di tale interpretazione è tuttavia necessario aggiungere qualche tassello al mosaico della vertenza mineraria sudafricana. Innanzitutto, bisogna chiedersi chi sono i circa 3.000 lavoratori della Lonmin che hanno incrociato le braccia per poi scontrarsi con la polizia, e per quale motivo la loro esasperazione li ha spinti ad affrontare uno sciopero prolungato e «illegale».

Gli ultimi della classe

In realtà, in Sud Africa, gli scioperi non sono illegali, ma solo protetti o non protetti. Non sono atti punibili penalmente ma, se dei lavoratori entrano in sciopero senza la copertura di un sindacato riconosciuto dalla controparte, rischiano seriamente il posto. Perché dunque i minatori di Marikana hanno scelto di portare avanti le proprie richieste tramite l’Amcu anziché servendosi della più «collaudata» Num? Il fatto è che quest’ultima organizzazione, che ha poi finito per richiedere l’intervento della polizia contro gli scioperanti, negli ultimi 15 anni ha visto mutare sensibilmente la tipologia dei propri iscritti. Originariamente si trattava di un sindacato che riuniva in maggioranza lavoratori del settore minerario poco qualificati e molto sfruttati. Col passare degli anni, tuttavia, la composizione degli aderenti alla Num è cambiata in maniera tangibile: oggi solo il 40% dei suoi membri ricadono all’interno della categoria sopra descritta, mentre una quota sempre più consistente dei tesserati è costituita da lavoratori delle aziende minerarie più qualificati. Si tratta di tecnici, colletti bianchi e ingegneri che non lavorano nei pozzi ma in superficie, e che controllano di fatto l’apparato dell’organizzazione.

I 3.000 di Marikana appartengono invece alla categoria dei rock drillers, gli operai che, a centinaia di metri di profondità, svolgono il lavoro più usurante e pericoloso, spaccando la roccia tramite la dinamite per cercare nuovo minerale. Si tratta dunque di lavoratori fra i più esposti al rischio di incidenti, spesso mortali. Ciononostante, la loro paga è nettamente inferiore a quella degli altri operai e degli impiegati, ed è anche per questo che non è la prima volta, negli ultimi anni, che entrano in sciopero reclamando aumenti salariali. Alcune di queste astensioni dal lavoro sono state scatenate, nel recente passato, dal fatto che la Num aveva stipulato accordi che prevedevano per i lavoratori più qualificati dei premi di produzione dai quali i rock drillers erano invece esclusi. A ciò si aggiunga infine che, in ottemperanza ad una vecchia strategia messa in atto dalle industrie minerarie operanti in Sud Africa, abbiamo a che fare per lo più con immigrati interni, generalmente analfabeti, provenienti dalla provincia dell’Eastern Cape. A dividerli dagli altri lavoratori e dalla comunità che vive nei dintorni della miniera vi è dunque anche una barriera linguistica: i drillers in genere parlano xhosa, mentre gli abitanti del nord ovest sudafricano in cui è situata la miniera della Lonmin parlano per lo più tswana.

Un’eredità a rischio

È appunto questi minatori che l’Amcu cerca di organizzare. Un compito tanto più difficile in quanto si tratta di personale assunto con contratti precari e a tempo determinato, spesso tramite l’intermediazione di un caporale. Alle volte esso dipende da aziende di dimensioni più modeste che lavorano in outsourcing per la società che ha in usufrutto la miniera. Ma esistono anche «minatori illegali», che scavano con vanghe e dinamite di loro proprietà e che poi vendono il minerale a degli intermediari, i quali a loro volta hanno contatti con le grandi industrie del settore. Considerate nel loro insieme, tutte queste sono categorie prodotte dal processo di precarizzazione della forza lavoro cominciato nelle miniere sudafricane a partire dagli anni ’80. Parallelamente, è andato tramontando anche il sistema delle township organizzate dall’intervento dello stato centrale, in cui masse considerevoli di lavoratori di colore, ghettizzati ai margini delle grandi città, risiedevano all’interno di case assolutamente misere, ma almeno in muratura. Oggi molti lavoratori delle miniere sono di fatto dei senza tetto o vivono in baracche che sorgono spontaneamente nelle vicinanze del posto di lavoro.
Alla luce di quanto appena detto, risulta pertanto comprensibile come la Num, un sindacato che ha avuto in passato un ruolo di primo piano nella lotta contro l’apartheid, sia andata incontro negli ultimi anni ad una significativa perdita di iscritti a vantaggio dell’Amcu. Non è un caso che a Marikana, nei giorni iniziali della protesta, i dirigenti del vecchio sindacato minerario si siano sempre rivolti ai lavoratori dall’interno dei blindati della polizia, misura cautelare alla quale non sono dovuti ricorrere gli attivisti della più giovane organizzazione scissionaria. Frans Baleni, il segretario generale della Num, ha difeso apertamente in un’intervista rilasciata dopo i fatti l’operato delle forze dell’ordine. Più in generale, è la confederazione alla quale il sindacato dei minatori appartiene, il Cosatu, ad aver subito negli ultimi anni un processo di logoramento della propria base di massa a causa della sua partecipazione all’«alleanza tripartita» che regge le sorti del Sud Africa dal 1994. La centrale sindacale e il Partito Comunista Sudafricano (Sacp) sono gli alleati di ferro dell’Anc sin dai tempi dell’apartheid, non si presentano autonomamente alle elezioni (vale ovviamente soprattutto per il Sacp) ma hanno diritto a candidare alcune loro personalità nelle liste del partito di governo. Il Cosatu è stato spesso estremamente critico nei confronti di quest’ultimo, stigmatizzandone la gestione del potere corrotta e clientelare e l’acquiescenza agli interessi della grande impresa, che in Sud Africa è tutt’oggi saldamente in mano ai bianchi e a una minoranza di neri cooptati nel sistema in virtù dei loro legami politici. Eppure, il sindacato stesso non può affermare di essere immune da fenomeni di corruzione e di commistione con il potere politico e con gli interessi di quella che dovrebbe essere la sua controparte. Basti pensare che Cyril Ramaphosa, storico leader del Num e personalità di primo piano nella lotta contro il regime segregazionista, di fatto uno dei padri del nuovo Sud Africa, è oggi un ricchissimo uomo d’affari che, manco a farlo apposta, siede nel consiglio di amministrazione della Lonmin. Baleni, attuale leader dell’organizzazione dei minatori aderente al Cosatu, è uno dei sindacalisti più pagati del paese, si è da poco aumentato lo stipendio del 40% da un anno all’altro e cumula a questo emolumento la remunerazione che riceve dalla Development Bank of South Africa, del cui consiglio di amministrazione fa parte.

Vecchi problemi e nuovi leader

Se dal versante sindacale ci si sposta a considerare quello politico, le cose non vanno molto meglio. La grande crescita economica conosciuta dal Sud Africa negli ultimi anni non ha affatto comportato una redistribuzione della ricchezza e un aumento del benessere della popolazione. In un paese nel quale le disuguaglianze economiche tendono a coincidere con quelle razziali, ciò spiega la crescente disillusione provata da molti cittadini di colore, soprattutto da quelli nati o cresciuti nell’era del post-apartheid, nei confronti delle aspettative del 1994 e del partito che allora si assunse la responsabilità di tradurle in realtà. Un interessante articolo comparso di recente sul The Observer, significativamente intitolato Perché i giovani sudafricani voltano le spalle a Mandela e all’Anc (26/8/2012), illustra bene la frustrazione provata da molti giovani neri in relazione allo stallo sociale e politico che affligge il paese. I cinque ragazzi intervistati dall’articolista, tutti residenti a Città del Capo e tutti esponenti della cosiddetta «borne free» generation, concordano nelle loro critiche severe al passo da lumaca che il cambiamento sta prendendo e nella loro disillusione rispetto alla retorica ufficiale della rainbow nation, la nazione arcobaleno. In una società nella quale la disoccupazione giovanile raggiunge il 45%, e colpisce nella stragrande maggioranza ragazze e ragazzi di colore, non c’è di che stupirsi. Grande è inoltre la sfiducia degli intervistati verso il presidente Jacob Zuma, e perfino nei confronti della figura di Nelson Mandela: «Quando ero piccolo e sentivo il suo nome», afferma ad esempio il ventiquattrenne Asanda «mi veniva da piangere. Ora sono cresciuto e mi chiedo chi ha beneficiato della transizione, all’epoca […]. Penso si possa sostenere che Mandela ha venduto il nostro popolo».

Nello scenario politico attuale, la figura alla quale i ragazzi contattati dal giornale britannico, insieme a molti altri sudafricani neri, guardano con crescente interesse è invece quella del già menzionato Julius Malema. Personaggio controverso e chiacchierato (è di questi giorni la notizia secondo cui la magistratura sudafricana sarebbe sul punto di ordinarne l’arresto sulla base di accuse di corruzione e di evasione fiscale), giudicato da molti un populista che soffia pericolosamente sul fuoco dell’odio razziale, famoso per il suo stile comunicativo irruento e per le sue intemperanze non solo verbali, l’ex presidente dell’organizzazione giovanile dell’Anc è da tempo indicato da molti come il futuro leader del Sud Africa. È anche per questo, forse, che il partito di Zuma, con il quale Malema si è spesso scontrato pubblicamente, ha alla fine deciso di espellerlo sulla base di ragioni disciplinari. Ma il trentunenne enfant terrible della politica sudafricana non si è certo scoraggiato e, nelle ultime settimane, ha saputo inserirsi con abilità nelle polemiche seguite alla vicenda Lonmin. Alla cerimonia funebre per gli operai morti, il suo intervento è stato il più seguito e il più applaudito dai lavoratori, che gli hanno riservato slogan e ovazioni, mentre i rappresentanti del governo si sono dovuti allontanare alla chetichella per ragioni di sicurezza. Malema è del resto da sempre uno strenuo assertore della necessità di nazionalizzare il settore minerario e di redistribuire la terra (nel 2010 ha guidato una delegazione di giovani dell’Anc e del Partito Comunista alla volta del Venezuela, per studiare il programma di nazionalizzazioni messo in campo da Hugo Chavez). Più in generale, l’ambizioso esponente politico ama presentarsi come colui che vuole rimettere radicalmente in discussione la supremazia economica dei bianchi e dare finalmente corso alle aspettative del 1994, tradite dai successori di Mandela. La sua crescente popolarità fra le masse sudafricane è dunque una prova ulteriore del fatto che la situazione, nel paese, va radicalizzandosi, e che le contraddizioni sociali ereditate dall’epoca dell’apartheid ed acuitesi per effetto della crescita economica disordinata degli ultimi dieci anni rischiano, presto o tardi, di esplodere.

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