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La natura della crisi e le vie d’uscita

Felice Roberto Pizzuti
il manifesto, 5 settemebre 2012

L’Ocse ha annunciato che rivedrà in negativo le previsioni: nella seconda parte del 2013 non ci sarà la ripresa prevista che dovrà essere rimandata almeno al 2014, cioè a 7 anni dall’inizio della crisi. Nel frattempo i dati sull’occupazione peggiorano dappertutto e ancor più nel nostro paese dove la disoccupazione giovanile ha superato il 35%. L’autunno sarà pesantissimo, non si vedono accenni di politiche volte a favorire la ripresa.

Come era inevitabile, anche le economie emergenti, come quella cinese, stanno risentendo della crisi delle economie più avanzate e a nulla stanno servendo le loro politiche monetarie espansive in mancanza di una adeguata domanda interna capace di compensare il calo di quella esterna. D’altra parte, l’attenzione generale continua a concentrarsi sugli aspetti finanziari della crisi, certamente rilevanti, specialmente per l’abnorme rilievo assunto da questo settore che nei passati decenni ha progressivamente mutato il suo ruolo: dall’essere strumentale rispetto all’economia reale all’avere obiettivi fini e se stesso.

Tuttavia, l’aspetto che continua ad essere sottovalutato è che tra le cause fondanti della crisi ci sono quelle di natura reale. In particolare, il forte peggioramento delle condizioni della domanda dovuto agli squilibri dell’economia reale, caratterizzati da una distribuzione del reddito fortemente sperequata e dall’elevata instabilità delle condizioni lavorative e dei salari. E l’evoluzione asimmetrica dei rapporti tra i mercati e le istituzioni che ha visto i primi emanciparsi a livello globale rispetto alle seconde rimaste ancorate alle dimensioni nazionali, con la conseguente impossibilità delle politiche economiche (nazionali) d’interagire con le forze di mercato (sovranazionali) e correggerne le incongruenze.

Questa sottovalutazione delle cause reali della crisi non è casuale, ma frutto del prolungato prevalere degli interessi materiali particolari e delle visioni politico-culturali che hanno sorretto l’affermazione del modello di crescita neoliberista degli ultimi tre decenni. L’ostacolo principale al superamento in positivo della crisi sta proprio nella persistenza delle posizioni che l’hanno determinata.

E se la crisi sta mostrando i suoi crescenti costi sociali è perché i ceti che già penalizzati negli ultimi tre decenni sono quelli chiamati ancora a sostenere l’onere che, del tutto a torto, è ritenuto necessario per superarla. Paradossalmente, ogni tentativo di cambiare rotta viene tacciato come causa d’incertezza che genererebbe reazioni negative da parte dei mercati (che pure hanno accresciuto l’instabilità fino alla crisi globale proprio per essersi «liberati» dalle istituzioni). Cambiare rotta sarebbe «tecnicamente» ingiustificato cosicché le stesse scelte democratiche andrebbero almeno imbrigliate (si comincia così e poi…) per evitare contraccolpi negativi dei mercati. Una esemplificazione di queste posizioni che sostanziano il rischio forse più grave che stiamo correndo – cioè il decadimento dalla democrazia alla tecnocrazia – viene, da ultimo, dall’articolo di Giavazzi sul Corriere della Sera del 4 settembre.

Giavazzi ribadisce l’opportunità delle politiche del governo Monti come la riforma delle pensioni. Eppure cresce l’evidenza dell’esito che, in presenza di crisi e disoccupazione strutturale, forzare l’aumento dell’età pensionabile fa aumentare la disoccupazione giovanile e l’età media degli occupati, fa diminuire la produttività, la capacità innovativa e la domanda; con un colpo solo si sono ulteriormente peggiorate le condizioni della domanda e dell’offerta, aggiungendo agli oneri sociali della crisi un forte sovrappiù di frustrazioni personali diffuse, disilludendo sia chi aspira a lavorare sia chi sapeva di poter andare in pensione (e, magari, nel frattempo è stato «esodato»).

Ma Giavazzi non si limita a ribadire l’opportunità di quella scelta controproducente; in più la vorrebbe blindare rispetto a qualsiasi scelta democratica futura «per rassicurare i mercati» già da oggi. A ben vedere, in questa proposta si fondono sia l’implicita concezione di un «pensiero unico» inderogabile a futura memoria sia lo slittamento implicito della democrazia verso la tecnocrazia. Secondo Giavazzi, il «vincolo liberamente sottoscritto dai partiti e votato dagli elettori sarebbe incomparabilmente più forte (e dignitoso) di qualunque coercizione esterna». Il punto è che questo «vincolo» dovrebbe essere accettato dalla grande maggioranza delle forze politiche presenti nell’attuale parlamento e poi avvallato dagli elettori che, secondo Giavazzi, dovrebbero confermare chi oggi si «lega le mani» nel confermare la politica che ci ha portato alla crisi. Altrimenti, provocherebbero la reazione punitiva dei mercati; cioè non c’è alternativa.

Se oltre ad accentuare la crisi si vuole procedere a delegittimare ulteriormente non solo e non tanto le forze politiche esistenti, ma – più in profondità – la democrazia e la politica, la proposta di Giavazzi va nella direzione giusta.

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