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Non si commemora il futuro di G.Codrignani

Giancarla Codrignani
Comunicazione per l’Assemblea “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” – Roma, 15 settembre 2012

Parto da una citazione ormai famosa di Carlo Maria Martini: ” la Chiesa è rimasta indietro di duecento anni “. Forse anche tutti noi, che non siamo come lui così sensibili ai percorsi della storia, non ci rendiamo conto che digitiamo e usiamo tecnologie complesse, ma la nostra mentalità e i nostri linguaggi sono rimasti obsoleti. Ed è per questo che abbiamo attorno pochi giovani e non riusciamo -neppure nei nostri gruppi e neppure con i nostri figli – a trasmettere loro alcun valore se non retorico e opaco: non rispondiamo al loro bisogno relazionale perché sono, almeno intuitivamente, già spostati altrove, anche se destinati a ripetere fallimenti personali ed errori sociali e politici prevenibili se riuscissimo a comunicare.

Anche per una Chiesa auspicabile secondo i valori del Concilio Vaticano II bisogna ripartire dai dati di realtà: i sessantenni di oggi andavano alle elementari quando si apriva – e si chiudeva – il Concilio. Significa che la pubblica opinione, quella dei grandi numeri, interpreta il Vaticano II come uno dei tanti Concili della Chiesa cattolica e non si accorge dell’interpretazione neoconservatrice che viene applicata secondo lo spirito del Vaticano I, se non di Trento. La diffidenza sostanziale della gerarchia nei confronti di questo Concilio (e dei suoi estimatori) parte dall’accusa al suo primo valore, l’essere stato un Concilio “pastorale”, termine ritenuto negativo rispetto al potere dato dal dogma.

Anche la base cattolica, in particolare italiana (di cui è tristemente nota la disinformazione, se non l’inveterata ignoranza sui contenuti della propria religione), non ha chiara né la significazione generale dell’evento (perfino nella terminologia, sostanzialmente poco popolare, da “collegialità” a “ecumenismo”); né i bisogni che il Concilio denunciava, rimossi nonostante lo svuotarsi delle chiese e il contraddittorio affollamento di pompose ritualità; né la deriva delle frammentazioni associative improntate a forte esigenza identitaria e soffocate dal potere delle organizzazioni ufficiali, non più l’Azione cattolica, ma l’Opus Dei o CL. I punti di riferimento locali, con preti o laici sensibili alle istanze di rinnovamento, di fatto o sono diventati luoghi di condivisione autoghettizzata o hanno accettato ridimensionamenti e scomparse delle loro guide spirituali.

Non ci furono più Isolotti e occupazioni di Chiese, ma neppure prese di parola all’altare e nei Consigli pastorali e nemmeno vescovi con la schiena dritta e laici adulti e non passivi. Certo, non era il caso di riprodurre qualche “sessantotto” parrocchiale; ma è vero che non abbiamo saputo argomentare nelle chiese locali e con le diocesi: la nostra presenza è rimasta di nicchia, timida e anticipatrice dell’abbandono dei figli. I più testardi (e scomodi) hanno fatto e fanno il loro lavoro, placidamente esorcizzati e quasi sempre ininfluenti. Inutile accusare la secolarizzazione: le stesse esigenze spirituali non trovano quasi mai risposta nelle chiese.

Credo, pertanto, che il Vaticano II vada ripreso e praticato riconducendolo, in primo luogo, alla grandezza del Papa che lo ha imposto alla Curia romana con l’espediente di annunciarlo alla presenza di giornalisti che diffusero nel mondo la notizia, allora davvero imprevedibile, prima che la conoscessero i curiali vaticani. La grandezza di Giovanni XXIII – definito da subito “il papa buono”, come se gli altri tali non fossero stati (e, forse, la saggezza popolare aveva le sue buone ragioni) – è riscontrabile soprattutto in quella grande virtù che è il “coraggio derivato da fede autentica” e negli scritti che più direttamente risalgono alla sua ispirazione, come le due encicliche (tanto per fare memoria, la Mater et Magistra del 1961 – lo scorso anno poche commemorazioni – e la Pacem in Terris del 1963 – vedremo l’anno prossimo-).

Le letture retrospettive servono soprattutto per indicare le linee metodologiche da perseguire/proseguire. Con i “segni dei tempi” Gesù indica la nostra ottusità: diciamo “rosso di sera” perché crediamo di interpretare il meteo e non cerchiamo il prevedibile della storia e neppure il sublime dell’ “evento Gesù” a cui parteciparono discepoli, spesso anche loro tardi a capire. Nella Pacem in terris i “segni” comprendevano eventi umani e sociali che dovevano provocare l’impegno dei cristiani a contribuirvi responsabilmente: l’affermazione dei diritti del lavoro, la liberazione dei popoli soggetti a dittature, la promozione della parità delle donne. Obiettivi realizzati? in qualche modo certamente sì, anche se i diritti sono sempre a rischio di arretramento e lontana ne resta l’universalità.

Per questo occorre far posto a “nuovi segni” di tempi che siano nostri e interpellino con rigore, a distanza di cinquant’anni, le possibilità di futuro. Riguardano in primo luogo la Chiesa, responsabile (tralasciamo deliberatamente le miserie di peccati, bancari, fiscali o di pedofilia) di ritardi e inadempienze rispetto agli impegni conciliari previsti (c’entrava lo Spirito Santo) dalla Gaudium et Spes, rimasta impigliata nelle reti della Tradizione che riammette il latino di Pio V nella messa o, nel solco storico del potere gerarchico della monarchia vaticana, si è spesso perduta in vane ricerche di autorità e denaro, fino a far lievitare gli apparati burocratici, i riti e gli abiti pomposi, mentre la grandi chiese e le case religiose si sono vuotate.

Non pochi sono al riguardo i “segni” attuali eloquenti: intanto l’introduzione della “povertà della Chiesa” come pratica non irenica, ma come scelta coerente visibile; la necessità di rovesciare la piramide che ancora vede il Popolo di Dio soggetto a una gerarchia che gli toglie la parrhesia e lo condanna all’obbedienza formale; e, come ovvio corollario, l’adozione effettiva della collegialità a limitazione di una monarchia che contraddice il Regno. Ancora: è “segno” l’urgenza di rileggere la Parola alla luce delle esigenze comunicative e culturali attuali e di rinnovare la liturgia di celebrazioni oggi contigue più al sacro alienante che alla relazione di fede.

Di conseguenza è” segno” anche il rispetto della libera ricerca teologica senza censure che mortificano la libertà e la fraternità cristiane. Una responsabilità della vecchia Tradizione ha indotto le chiese a confermare, con la sanzione del peccato, il negativo della corporeità umana – nonostante la nostra fede si fondi sull’incarnazione – e della sessualità: è “segno”, dunque, anche la possibilità di purificare la mente da tabù e pregiudizi. Tramontato il “regime di cristianità” che ha fatto storia, ma ha anche inquinato la coerenza della verità evangelica, sarà “segno” grande la priorità da dare all’ecumenismo, oggi quasi abbandonato: i cattolici non possono annunciare la pace al mondo se non hanno pace con i fratelli che credono nel loro stesso Signore: altrimenti perché avere detto “ut unum sint” ? Ma ancora più grande è il “segno” che ci chiede di sostenere la libertà religiosa: al mondo non ci siamo solo noi cattolici e non ignoriamo che uomini e donne di buona volontà abitano il mondo seguendo culture e religioni diverse: come ricordiamo i progressi fatti nella relazione con l’ebraismo, urge spalancare le porte al dialogo con l’Islam, spesso citato con riguardo formale, ma non ancora accolto con il rispetto dovuto ai milioni di credenti che seguono, non senza problemi di interne differenze, la parola del Corano secondo la volontà di Maometto che, due secoli dopo Ambrogio, credette nel dio unico e auspicò una convivenza di pace e solidarietà tra gli umani.

Anche tra il clero illuminato molti respingono l’idea che sia “segno” la presenza della donna nei ministeri; eppure sarebbe forse, proprio in questi tempi difficili, la miglior apertura alla volontà di un Dio che nella Scrittura creò la donna dalla materia organica dell’uomo plasmato dal fango e le chiese di farsi madre del Salvatore.

Ma i tre “segni” di Papa Giovanni erano soprattutto indicatori laici di valori comuni ormai affermatisi almeno per principio. Ma erano soprattutto frecce segnaletiche per la responsabilità creativa dei credenti. Se ripetiamo il metodo, scopriamo tutte le nostre omissioni. Penso che potremmo rimediare. Un “segno” è la ricerca per la pace a partire dalla condanna della guerra, fenomeno “alienum a ratione”: richiama a provvedimenti immediati, come la soppressione dell’Ordinariato militare, e a interventi pastorali per favorire il disarmo e il ridimensionamento del commercio delle armi.

Un ennesimo “segno” è implicito nelle domande che sorgono da scoperte e innovazioni scientifiche spesso problematiche, a cui non serve opporre divieti quando sono in essere, se non si è stati capaci di prevederne l’evoluzione. Cinquant’anni fa sopravviveva la doppia morale, che impediva il riconoscimento della dignità di ciascun uomo e ciascuna donna nel rispetto delle diversità: oggi è “segno” il dovere dell’accoglienza sociale di LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender). Anche gli immigrati rappresentano un “segno” ed è benemerita la Caritas che li assiste, ma è più importante l’esigenza di predicare la cultura della nuova uguaglianza e la nuova parità dei diritti di tutti. Ultimo – ma non ultimo – il “segno” che obbliga a tutelare e conservare l’ambiente, che le chiese chiamano il creato.

Il Vaticano, sia che osservi l’obbedienza al dettato di un Concilio “pastorale”, sia che intenda ridursi al lefebrianismo, ha dei doveri, appunto, pastorali. Deve pensare alla qualità del futuro. Le Chiese non possono permettersi stanchezze o presunzioni di verità e tanto meno reagire con le scomuniche e la difesa delle reciproche prerogative anche quando fossero violate: ricordiamo che tutte le religioni – tranne, forse, e solo in qualche misura, quelle orientali – sono in crisi di autorità e rimediano con l’aggressività quando si sentono minacciate.

Il prossimo sarà ufficialmente per i cattolici l’ “anno della fede”. Per quello che sta in noi vediamo che sia veramente così. Il che significa che, ciascuno secondo la propria coscienza e possibilmente lavorando insieme, accogliamo una grande responsabilità. Forse, in questa evocazione abbiamo incominciato a sentire che è in gioco il destino della “Chiesa di tutti”.

1 comment

Ausilia Riggi mercoledì, 12 Settembre 2012 at 19:13

Cara Giancarla, ammiro il tuo coraggio nella denuncia. Ma ti confesso la mia incapacità di avere le tue stesse reazioni. Sono convinta che i mutamenti di cui ha bisogno la chiesa sono così di fondo da investire le basi su cui essa si regge. Nel mio piccolo cerco di ascoltare cosa vuole Dio da me per aiutarlo nella sua incarnazione nei limiti innumerevoli di TUTTO CIO’ CHE E’ UMANO, e perciò ormai non mi aspetto nessuna palingenesi che provenga dai gruppi più consapevoli, i quali vogliono una novità nella società umana e nella Chiesa cattolica (parlo con particolare riferimento all’Italia) così influente nella mentalità di tutti, atei laicisti et cetera: non si può negare!!! I movimenti di liberazione possono agire sempre all’interno di se stessi, e se si lamentano delle censure e delle condanne, non capisco perché: si aspettano che contestare la chiesa sia il modo di cambiarla????ii Per il resto dei credenti in buona fede – e non è vero che siano pochi – il punto di riferimento resta la parrocchia. Esempio non isolato di come si vendano spesso soltanto parole: io con invalidità riconosciuta, rivolgendomi, com’è di prassi in una prima fase, per avere l’accompagnamento almeno parziale, mi sono sentita dire dalle assistenti sociali di collaudata appartenenza alla sinistra più laica: “cerchi aiuto nelle parrocchie, nel volontarito cattolico”. Così pure per la questione delle donne ex suore o delle donne coinvolte nella questione celibataria (trattata in Donne contro il silenzio), quale aiuto ho avuto se non da chi che è rimasto in qualche modo ligio all’Istituzione? Ne avrei da dire. tutti siamo bravi a contestare a parole, ma il FARE non è caratteristica di chi vuole costruire per davvero la novità di Gesù tra gli esseri umani. Ma il discorso è solo accennato…. Speriamo che qualcuno sappia leggere oltre il non espresso. Ausilia

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