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Scuola e Chiesa di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italialaica.it | 06.09.2012

Il gran clamore suscitato dalla farsa delle prove per selezionare gli aspiranti studenti della facoltà di medicina non ha distratto l’attenzione dei media dalle proteste dei precari della scuola rese più dure dalle polemiche suscitate dall’annuncio della prossima indizione di un concorso per accedere all’insegnamento. Meno rilievo hanno avuto quelle degli insegnanti inidonei dei quali, “per risparmiare”, è previsto il licenziamento e la riassunzione con funzioni amministrative e con stipendi inferiori.

Scarso, invece, l’impegno dei media nel dar conto della drammatica condizione di degrado del Sistema formativo nel suo complesso che, come ormai da anni, il prossimo inizio dell’anno scolastico lascia emergere. Non c’è dubbio che i suoi mali vengono da lontano e da più parti. E’ altrettanto innegabile, però, che costituiscono uno dei peggiori capitoli del rapporto fra Stato e Chiesa e che hanno tratto e traggono forza dalle resistenze clericali alla modernizzazione della società italiana.

Ai padri costituenti sembrò che il compromesso raggiunto con gli articoli 33 e 34 della Costituzione avesse posto le premesse perché i due sistemi scolastici in essi previsti, quello statale e quello privato, potessero svilupparsi parallelamente “senza oneri per lo Stato” e senza reciproche interferenze.

Non è stato così

Se, infatti, il divieto di finanziamento diretto è stato infranto solo recentemente, la difesa degli interessi delle scuole confessionali, la stragrande maggioranza delle private, ha impedito, prima, e condizionato, poi, l’adeguamento alla democrazia e alle trasformazioni sociali della scuola statale, ereditata come scuola di classe dal fascismo. Anche dopo che il boom economico e il sessantotto ebbero ridotto nella Dc l’egemonia delle componenti clericali del mondo cattolico, le sue componenti democratiche pur impegnate nella elaborazione delle riforme non hanno rinnegato l’impegno all’integrazione dei due sistemi, completato con la legge di parità di berlingueriana memoria.

Da allora le posizioni si sono rovesciate e il processo, destinato a ridurre con la concessione dell’autonomia il centralismo ministeriale della scuola pubblica, si è trasformato nell’avvio della sua privatizzazione e aziendalizzazione, che Moratti e Gelmini stavano portando a compimento.

Un esempio per tutti: solo un tardivo intervento governativo ha impedito che in Lombardia si realizzasse la norma regionale che autorizzava la chiamata diretta degli insegnanti nelle singole scuole!

Questa possibilità presto tornerà ad essere riproposta con successo se sarà approvata la proposta di legge ex-Aprea, rilanciata oggi dal Pd e in discussione alla Camera, che disarticola definitivamente il sistema scolastico nazionale pur mantenendone il controllo ministeriale e la gestione autoritaria. Non sarà più facile distinguere le scuole statali da quelle private, del resto già da tempo diventate pubbliche grazie alla suddetta legge che le ha rese paritarie.

Parallelo a questo processo di privatizzazione della scuola statale si è sviluppato il processo della sua confessionalizzazione attraverso il progressivo ridimensionamento del carattere facoltativo, che il Nuovo Concordato craxiano aveva attribuito all’insegnamento della religione cattolica nel confermare per lo Stato l’obbligo di mantenerlo. Per i suoi insegnanti, che continuano ad essere selezionati dalla gerarchia ecclesiastica ma pagati allo Stato, è stato per di più costituito un ruolo che nel garantire la permanenza in servizio, fin quando avranno il benestare del vescovo che li ha proposti, ha aumentato la loro influenza all’interno del corpo docente. Anche grazie alla loro intraprendenza, infatti, si sono moltiplicate le occasioni di partecipazione degli studenti a cerimonie religiose dentro e fuori l’edificio scolastico.

Dello sviluppo e della progressiva integrazione di questi due processi, aziendalizzazione e confessionalizzazione, non c’è traccia nel già asfittico dibattito preelettorale né tantomeno nell’affannosa ricerca di una propria identità politica da parte dei cattolici democratici. Si sono esercitati in questi giorni nell’esaltare il coraggio e la lucidità del cardinale Martini, ma non sembrano disponibili a seguirne l’esempio sottraendosi al ricatto della difesa dei cosiddetti “valori irrinunciabili” per affrontare, invece, il problema dei vincoli, che l’interventismo della gerarchia cattolica nella vita politica ha imposto alla modernizzazione e democratizzazione della società italiana, primo fra tutti quello che impedisce la costruzione di un sistema scolastico democratico e fondato sulla cultura della laicità.

In esso, infatti, sembrano tornare di moda le classi differenziate fra maschi e femmine, né solo nelle scuole gestite dall’Opus Dei ma anche in quelle statali se è vera la notizia diffusa dall’Ansa il 4 settembre: Preside chiede ingressi separati per maschi e femmine e scoppia la polemica. Le aule del liceo artistico pistoiese ”Petrocchi” non sono più sufficienti a far fronte all’incremento di iscritti, in prevalenza ragazze. Sei sezioni dovranno essere trasferite all’istituto ”Pacinotti”, frequentato solo da maschi. La preside del liceo artistico, in un’intervista, afferma di essere disponibile al trasferimento solo se ci sarà un secondo ingresso e nessun tipo di contatto tra maschi e femmine.

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