Home Europa e Mondo Egitto e Iran, un rapporto nuovo

Egitto e Iran, un rapporto nuovo

Vincenzo Maddaloni
www.altrenotizie.org

L’ultima critica feroce è di qualche giorno fa. Appare sul giornale on-line Elaph a firma di Ghassan Muflih, editorialista noto in tutto il Medio Oriente. Cosa ha scritto Ghassan Muflih per suscitare tanto scalpore? Egli ha “semplicemente” raccontato ai suoi lettori chi sono i veri responsabili del prolungarsi del conflitto in Siria e perché Bashar al-Assad non è stato ancora rimosso. “L’Occidente è favorevole alle richieste del popolo siriano [di vivere] nella libertà e nella dignità, ma non incoraggia il successo della rivoluzione”, ha scritto Muflih. E ha spiegato: “Le ragioni sono legate al desiderio di assecondare Israele che vuole la distruzione della Siria per opera delle bande di Assad. L’Occidente le si accoda sventolando argomenti falsi e pretestuosi come quando pontifica sulle forti tensioni cresciute tra brigate partigiane autoctone contrarie ad Al Qaeda e i gruppi fondamentalisti pronti a combattere al suo fianco. Oppure quando parla di un vero e proprio scontro tra i combattenti laici quelli religiosi. Insomma l’Occidente si adopera in ogni modo per esaudire la richiesta di Israele”.

Va pure detto che sebbene la rivolta contro il governo di Assad duri da diciotto mesi, egli gode ancora di una certa popolarità e può ancora contare sulla fedeltà di una gran parte del suo esercito. Si aggiunga pure che a livello regionale ed internazionale la contrapposizione attorno alla crisi siriana – che essenzialmente vede Russia, Cina e Iran schierati contro Stati Uniti (ed alcuni paesi europei), Arabia Saudita, Qatar e Turchia – è più aspra che mai.

Anche perché la recente decisione americana di sottoporre al Consiglio di Sicurezza una risoluzione che ponga la crisi siriana sotto la giurisdizione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (che implica l’eventuale uso della forza) ha rappresentato un’ulteriore escalation, e il conseguente veto russo-cinese ha determinato una nuova, grave spaccatura a livello internazionale che certamente non giova a chi combatte per la caduta del regime di Assad, come lamenta appunto Ghassan Muflih, l’editoriale del quale è stato ripreso anche da alcuni giornali americani.

Naturalmente, l’opposizione che combatte al fronte è rappresentata soltanto in parte dai cittadini che sognano la democrazia. Migliaia sono i fondamentalisti islamici che li affiancano e che con la rivolta popolare, pure legittima e in parte genuina, niente hanno a che fare. Uno scenario che Parigi pare ignorare quando ha annunciato di voler inviare materiale (compresi sistemi anti-aerei) in alcune aree in mano agli insorti, in modo da poter creare una sorta di mini zone dove l’esercito cosiddetto di liberazione possa muoversi con maggiore sicurezza. Indiscrezioni rilanciate dall’Associated Press sostengono che gli Usa si preparano a schierare altri 007 e diplomatici in territorio turco, al confine con la Siria con il compito – assicurano – di coordinare le azioni dei ribelli sulla linea del fronte, senza precisare però la connotazione politica dei ribelli che intendono aiutare.

Stando così le cose, meglio si capisce perché la maggior parte dei media occidentali ha ignorato il XVI vertice dei Paesi Non Allineati (NAM) che si è tenuto a Teheran dal 26 al 31 agosto. Eppure vi hanno partecipato 120 Stati i quali rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale e dell’economia globale. Dovremmo davvero pensare che tutte queste delegazioni si siano spostate per niente?

Creato nel 1956 da Nasser, Nehru, Tito e Sihanouk, il NAM punta ad affermare l’indipendenza e la sovranità delle nazioni contro la logica dei patti militari. Si tenga a mente che durante la Guerra Fredda, i membri non erano né alleati militari degli Stati Uniti né dell’Unione Sovietica. Da sempre il loro vertice è una sorta di forum al termine del quale si stende la dichiarazione finale in cui di norma si evidenziano i temi classici della sovranità, del disarmo e dell’uguaglianza tra le nazioni. Sicché è destinata a diventare storica la dichiarazione finale di qualche giorno fa proprio per i suoi contenuti davvero straordinari che non hanno precedenti nella storia appunto del movimento.

Innanzitutto c’è l’Iran, nuovo presidente del NAM, che ha istituito un segretariato provvisorio per tutti i tre anni della sua presidenza. Esso sarà diretto da una troika composta dall’Iran e dall’Egitto, nonché dal Venezuela, che sta emergendo come un attore inevitabile delle relazioni internazionali. Questi tre Stati rappresentano tre continenti (Asia, Africa, America), ma anche tre scelte di società (una rivoluzione spirituale, l’accettazione del capitalismo liberale, il socialismo del XXI secolo).

Una iniziativa, quella iraniana, che un diplomatico di consumata esperienza come l’indiano Melkulangara Bhadrakumar giudica “molto interessante” poiché spiega: “Il neopresidente egiziano Mohamed Morsi ha chiesto apertamente il cambio di regime in Siria, mentre Iran e Venezuela sarebbero molto ambivalenti sul senso di questo concetto. Ma alla fine, tutti e tre sono giunti all’accordo che la ‘transizione’ deve essere un processo gestito interamente dalla società siriana, senza alcun intervento esterno.” E quindi, conclude Bhadrakumar, “ciò che conta infinitamente più di ogni altra cosa è che Teheran e il Cairo condividano un progetto che respinge ogni intervento straniero per la soluzione della crisi siriana.

L’intesa raggiunta diventa un fatto ancora più importante del destino di Assad medesimo”. Insomma, l’impegno condiviso e declamato, urbi et orbi, mostra il ruolo che l’Iran sciita e l’Egitto sunnita intendono svolgere in Medio Oriente. E’ la nuova risposta religiosa all’ambiguo laicismo sventolato dagli americani e dai loro alleati, al rigido islamismo dei sauditi, a Israele che incoraggia il massacro in Siria e pretende una resa dei conti con l’Iran.

Questo accade sebbene il presidente egiziano Mohammed Morsi abbia vissuto ed abbia studiato per lungo tempo negli Stati Uniti, abbia lavorato per la NASA e sia stato professore in quel Paese. Evidentemente la familiarità con il sistema politico statunitense gli ha consentito di giuocare un ruolo chiave nella creazione dei contatti tra gli Stati Uniti e la Fratellanza Musulmana, che rapidamente si sono sviluppati portando alla visita di una delegazione dei Fratelli a Washington, dove erano stati ricevuti da alti funzionari della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e del Congresso degli Stati Uniti, ed erano stati festeggiati dai think tank connessi con le istituzioni degli Stati Uniti.

Sicché Morsi è ben lungi dall’essere uno sconosciuto a Washington, anzi. Dopotutto è risaputo che in Siria i guerriglieri dei Fratelli musulmani combattono dalla parte dell’opposizione al regime di Assad, fianco a fianco con i tagliagole libici di Al Qaeda, portati in Turchia da aerei inglesi, americani e francesi. Inoltre Qatar e Arabia Saudita, con i loro servizi segreti e ricchi privati, convogliano – è cosa altrettanto nota – denaro alla Fratellanza e ai gruppi a lei vicini.

Pertanto il fatto che gli iraniani abbiano presentato una proposta che ha soddisfatto Morsi, il quale da oggi si schiera (quasi obliando la repressione di Assad) per il non-intervento straniero in Siria, diventa non soltanto un successo della diplomazia di Teheran, ma la piattaforma per il rilancio del nuovo ruolo dell’Islam in Medio Oriente che, capovolgendo lo scenario della Mezzaluna, esalta un’alleanza fino all’altro ieri impensabile e consacra Iran ed Egitto nei ruoli di protagonisti.

Non a caso all’apertura del vertice del NAM, Morsi aveva seguito con molta attenzione l’intervento dell’ayatollah Ali Khamenei durante il quale la guida religiosa aveva rivolto pubblicamente consigliato agli Stati Uniti di affrancarsi “dall’influenza israeliana; difendete i vostri propri interessi, smettetela di screditarvi sostenendo i crimini israeliani”. Frasi pesanti alle quali aveva subito replicato, nel corso di una conferenza stampa a Londra, il generale Martin Dempsey, Capo di Stato Maggiore delle forze armate statunitensi. Il quale dopo aver giudicate velleitarie le minacce di Tel Aviv di bombardare i siti nucleari iraniani, aveva dichiarato che se Israele fosse passata ai fatti egli si sarebbe adoperato per scongiurare la partecipazione di Washington con uomini e mezzi. Una dichiarazione a dir poco epocale poiché per la prima volta dai tempi della spedizione di Suez nel 1956, un alto funzionario americano avverte il mondo che gli Stati Uniti d’ora in avanti non avrebbero più assecondato i “capricci” di Israele.

Tuttavia la maggior parte dei media occidentali, come detto, ha glissato sulle cronache del NAM e naturalmente anche sulle dichiarazioni del generale, sebbene esse presagissero un mutamento di tendenza, una rivalutazione da parte di Washington del ruolo dei Non Allineati e dell’Iran che ne fa parte. Molto vi ha influito il chiasso intorno alle primarie americane con un Mitt Romney che invocando Dio ha promesso un ritorno del primato degli Stati Uniti nel mondo. Con un aspirante presidente che ha rilanciato parole d’ordine bellicose e interventiste, pervase di un neoconservatorismo che gli anni di Bush sembravano avere definitivamente screditato.

Poiché, anche in questa tornata elettorale dei repubblicani, il collante è l’ostentato e roboante nazionalismo, sebbene esso rischi di rendere più arduo agli Stati Uniti il compito di mantenere la loro leadership nel mondo. Non a caso Bruce Jentleson e Charles Kupchan (due columnist di tutto rispetto) sulle pagine del settimanale Foreign Policy hanno definito Romney una “mente pericolosa” che apre al ritorno di una ideologia neoconservatrice intrisa di bullismo. Uno scenario che non dispiacerebbe affatto a Israele.

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