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Israele e Usa: il Medio Oriente e il Pacifico

Gaetano Colonna
www.clarissa.it

È molto probabile che nelle prossime settimane la situazione internazionale dia origine ad avvenimenti importanti, non solo per la fiammata anti-americana accesasi nelle ultime ore nel mondo arabo. Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale si concentrava sulla grave crisi economico-finanziaria, infatti, si è prestata minore attenzione ai segnali di un mutamento che si vanno profilando con sempre maggiore evidenza nelle relazioni internazionali a livello mondiale. Storicamente, infatti, gli Stati Uniti d’America hanno sempre dovuto bilanciare le esigenze strategiche dei due grandi teatri oceanici sui quali si affacciano, quello dell’Atlantico e quello del Pacifico: la necessità di stabilire una priorità fra i due si era progressivamente attenuata dalla fine degli anni Settanta del Novecento, dopo la conclusione della guerra del Vietnam e l’avvio della cosiddetta “politica del ping pong”, che apriva la distensione con la Cina comunista.

Ma, dopo più di trent’anni, gli Usa si trovano oggi a dover considerare il Pacifico come nuova priorità politico-militare, a causa della crescita di capacità strategica della Repubblica Popolare Cinese: negli ultimi mesi, infatti, le prese di posizione dell’amministrazione Usa su questo punto sono state numerose, concordi ed esplicite.
L’emergere di questo relativamente nuovo orientamento degli Stati Uniti, proprio quando il paese leader del mondo si trova profondamente implicato in una crisi sistemica sul piano economico e sociale, comporterà modifiche rilevanti nella condotta nordamericana a livello globale, dall’America Latina all’Europa, dall’Africa al Medio Oriente.

In questo ultimo caso, in particolare, l’adozione di un’impostazione rivolta prioritariamente al Pacifico comporta non tanto la modifica dei capisaldi strategici statunitensi, ma una loro inevitabile reinterpretazione: il Medio Oriente, cioè, non perde affatto la sua importanza, che semmai si accresce, ma diventa fondamentale poter evitare l’impegno diretto “sul terreno”, ponendo fine all’interventismo che gli Usa hanno sviluppato a partire dal 1991, quando, a livello planetario, non vi erano più serie minacce alla loro leadership ed era anzi necessario trovare nuovi avversari per giustificare il ruolo di poliziotto planetario assunto dall’America nella prospettiva del Nuovo Ordine Mondiale, teorizzato dal presidente Bush padre.

Qualora infatti la nuova prima linea americana si collochi sull’Oceano Pacifico e l’Asia orientale, gli Stati Uniti sono obbligati, non fosse che per ragioni logistiche e di numeri, a delegare ad altri il controllo ordinario dell’area mediorientale, che da sempre fa da cerniera fra Atlantico e Pacifico via Gibilterra, Mediterraneo, Suez, Oceano Indiano: un ruolo che la storia del XX secolo ben conosce, basti considerare quanto il controllo di tale linea si sia dimostrato vitale per l’Impero britannico nella I e nella II guerra mondiale.

Da questo punto di vista, il terreno non è stato mal preparato, nonostante l’oramai evidente sconfitta strategica dell’Occidente in Iraq ed in Afghanistan, dove in luogo di libertà e democrazia regnano la guerra civile e religiosa. La polverizzazione di questi ex-Stati, si accompagna alla sostanziale disgregazione politica di tutti i Paesi del mondo arabo: avendo Libia, Egitto, Libano e Siria perduto di conseguenza qualsiasi capacità di influenzare il quadro mediorientale, restano, come possibili proconsoli dell’Occidente, Israele, Turchia e i Paesi del Golfo Persico, guidati dall’Arabia Saudita.

Questi ultimi sono in tutto dipendenti dagli Usa, grazie ad una sorta di patto non scritto in base al quale gli Stati Uniti e gli alleati occidentali forniscono loro ogni tipo di supporto tecnico-militare e politico, in cambio di stabilità nelle forniture e nei prezzi del petrolio, integrazione finanziaria dei grandi capitali accumulati grazie ad esso, collaborazione con Israele.

Ma vi è, in questo accordo tacito, una parte di crescente rilievo, rappresentata dalla paradossale accettazione da parte occidentale del ruolo ideologico del wahabbismo, la variante più oscurantista dell’Islam, sempre più largamente diffusa nel mondo arabo dall’Arabia Saudita: come abbiamo documentato in Medio Oriente senza pace, si tratta del risultato di un processo avviato fin dagli anni Sessanta, allora in funzione anti-comunista, in seguito ed ancora oggi come arma fondamentale per spazzare via i soli regimi arabi che hanno dato seria preoccupazione agli Anglo-sassoni – i regimi del socialismo nazionale di impronta nasseriana con il loro terzaforzismo, per quanto velleitario potesse essere.

Cadono così i regimi di Gheddafi, Mubarak e forse Assad, dopo quello di Saddam Hussein: ma non ci si deve continuare a fingere sorpresi se la cosiddetta jihad islamica opera in Siria a colpi di auto-bomba, con il beneplacito dell’Occidente, il denaro dei Paesi del Golfo ed il supporto propagandistico di Al Jazira, elegante strumento mediatico sul quale ci sarà molto da scrivere.

La Turchia ha invece un pregio diverso, agli occhi degli Usa: mentre infatti è ben chiaro in Occidente che il wahabbismo serve alla destabilizzazione dei regimi non graditi, quello turco è l’unico modello realisticamente accettabile di riorganizzazione politica dei Paesi islamici. In esso, l’islamismo moderato assolve funzioni di coesione sociale e politica, mentre le forze armate costituiscono insieme il “fattore d’ordine” e la garanzia dell’allineamento filo-occidentale. Questo è il modello che in Occidente ci si augura possa essere adottato quanto meno in Egitto, Libano e Siria nel prossimo futuro, sperabilmente sotto un’influenza stabilizzatrice turca, in grado di evitare eventuali possibili derive anti-israeliane, giacché la Turchia ha rappresentato un modello comportamentale ideale anche da questo punto di vista – con buona pace dei caduti della Freedom Flottilla.

Israele infatti resta sicuramente il maggiore beneficiario, potremmo dire il beneficiario finale, del futuro assetto mediorientale, conseguente al riposizionamento strategico Usa. Del resto, lo Stato ebraico è da trent’anni il paese che più ha influito sulla costruzione dei capisaldi della politica mediorientale degli Stati Uniti a lungo termine, grazie alla piena integrazione in essa delle proprie linee strategiche. Israele è pertanto vocato per definizione ad assumere il ruolo di gendarme regionale in Medio Oriente, essendo l’unico paese che dispone oggi di una proiezione internazionale globale.

L’acceso dibattito interno a Israele, da una parte, e tra il governo israeliano e l’amministrazione Usa, dall’altra, sull’opportunità di un attacco preventivo all’Iran rimanda in ultima analisi proprio alla questione se gli Usa possano affidare al potente alleato il ruolo di proconsole americano oppure consentire quello, assai più rischioso, di vera e propria potenza egemone del Medio Oriente, nel preciso momento in cui quest’area diviene sempre più vitale e sempre più difficile da gestire in prima persona da parte statunitense.

Non pochi analisti americani temono infatti che un attacco israeliano indipendente dal consenso Usa, al di là degli evidenti rischi di una generalizzazione del conflitto, possa attribuire ad Israele una rilevanza strategica che gli Usa rischiano di non poter più contenere, inserendo nel grande gioco mondiale, in un’area tanto importante, una variabile di imprevedibile e certo di non poca grandezza.

Qualora infatti lo Stato ebraico riuscisse a colpire con successo l’Iran senza l’aiuto Usa, acquisirebbe il ruolo di incontrastato egemone dal Mediterraneo all’Oceano Indiano. Un’egemonia che nessun Paese europeo nel Mediterraneo, né Francia né tantomeno Italia, potrebbe contenere, non fosse che per i tagli alle proprie spese militari, una fra le mille conseguenze della crisi europea. Un ruolo egemone che fino ad oggi gli Anglo-sassoni non hanno mai consentito ad alcuno, nemmeno ai loro più fedeli alleati occidentali.

Il prossimo presidente Usa dovrà quindi ben valutare se l’egemonia cui Israele punta in tutto il Medio Oriente sia il prezzo da pagare necessario ad assicurarsi un più sicuro riposizionamento nell’Oceano Pacifico e soprattutto se, pagato un tale prezzo, davvero agli Stati Uniti avranno conservata ancora intatta la propria leadership mondiale.

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