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Mario Draghi salverà l’Europa?

Guglielmo Forges Davanzati
www.micromega.net

Mario Draghi è diventato Governatore della Banca Centrale Europea il primo novembre del 2011 e, a quasi un anno di distanza, ha finalmente (e parzialmente) assunto la decisione che molti economisti da tempo sollecitavano, per vanificare o minimizzare ulteriori attacchi speculativi: rendere (o, meglio, provare a rendere) la BCE prestatrice di ultima istanza, consentendole acquisti “in misura illimitata” di titoli del debito pubblico a breve scadenza emessi dai Paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea che ne facciano richiesta.

Il nuovo piano “Salva Stati” è stato battezzato MES, ha ricevuto l’approvazione della Corte Costituzionale tedesca e dovrebbe essere operativo a partire da ottobre. L’intervento della BCE, nell’ambito delle procedure previste dal MES, comporta il rispetto di clausole stringenti per i Paesi che lo richiedono, che dovranno impegnarsi a continuare a perseguire politiche di rigore approssimandosi al pareggio di bilancio.

Occorre riconoscere che è corretto ritenere – come Draghi ritiene – che sia sufficiente il solo annuncio di acquisti illimitati di titoli per creare un potente deterrente alla speculazione al ribasso. Ciò a ragione del fatto che la BCE – potendo creare moneta senza alcun limite – nel momento in cui annuncia di volerlo fare, di fatto erge, per così dire, un “muro” nei confronti degli speculatori, modificandone le aspettative, i quali, per quanta ricchezza monetaria dispongano, non ne dispongono mai in una quantità paragonabile a quella di una Banca Centrale. Si tratta di ciò che alcuni commentatori hanno definito un bazooka, e di una decisione che ha ricevuto il plauso pressoché unanime di politici ed economisti. Non vi è dubbio che la ‘svolta’ impressa da Draghi costituisce un cambiamento significativo nella gestione della politica monetaria nell’Eurozona, e tuttavia alcune criticità – per quanto è noto al momento – possono essere rilevate.

1) Il piano Draghi non prevede immissioni nette di moneta, limitandosi a operazioni di “sterilizzazione”. In altri termini, la BCE dovrà compensare l’acquisto di titoli del debito pubblico sul mercato secondario drenando il medesimo ammontare di risorse dagli Istituti di credito. In tal senso, si tratta di un gioco a somma zero che lascia perplessi in ordine alla possibilità che le banche europee (notevolmente sottofinanziate) siano in grado di cedere risorse monetarie alla Banca Centrale Europea. In tal senso, le misure che verranno adottate non porranno rimedio alla generale restrizione del credito, che costituisce, al momento, uno dei problemi più rilevanti per la ripresa della crescita soprattutto nei Paesi c.d. periferici d’Europa.

2) Le misure di austerità fin qui attuate sono state giustificate con l’argomento stando al quale gli attacchi speculativi si rivolgono a danno dei Paesi con elevati rapporti debito pubblico/PIL. Se il piano Draghi è finalizzato a neutralizzare la speculazione, per quale ragione la sua attuazione è subordinata all’ulteriore implementazione di politiche di austerità? A cosa servono ulteriori misure recessive se, come ritiene il Governatore, la speculazione verrà di fatto bloccata (o minimizzata) dagli interventi della BCE? D’altra parte, è ormai ben noto che le politiche di austerità non riducono il rapporto debito pubblico/PIL e, nella gran parte dei casi, soprattutto per la riduzione dell’occupazione e della produzione che esse generano, semmai lo accrescono. Non sembra casuale, a riguardo, che, in Portogallo, a fronte dell’impossibilità di ripagare il debito attraverso misure di austerità, queste ultime – su proposta della stessa BCE – siano state attenuate.

Ciò che desta sorpresa è la tempistica dell’annuncio del Governatore della BCE. Gli attacchi speculativi di maggiore intensità si sono avuti nell’estate 2011 e, per quanto riguarda l’Italia, nel corso degli ultimi anni, il più alto valore del differenziale fra i rendimenti dei buoni del Tesoro e dei bund tedeschi si è raggiunto a novembre dello scorso anno (sebbene l’andamento dello spread durante il Governo Monti sia stato sostanzialmente uguale a quello dell’ultimo anno del Governo Berlusconi). Nel frattempo, la crisi greca si è accentuata ed è emersa la preoccupazione per la tenuta dei conti pubblici spagnoli.

In sostanza, il ritardo dell’intervento della BCE ha prodotto danni che difficilmente potranno essere risolti a breve termine. Si consideri che, con riferimento alla Grecia (caso paradigmatico degli effetti economicamente e socialmente devastanti delle politiche di austerità), nel secondo trimestre del 2012, il tasso ufficiale di disoccupazione ha raggiunto il 24%, con un aumento di circa 2 punti percentuali rispetto al secondo trimestre del 2011; che la disoccupazione giovanile – nella fascia d’età compresa fra i 15 e i 24 anni – è aumentata, nel corso dell’ultimo anno, dal 43% al 54%; che la disoccupazione femminile è passata da circa il 21% del 2011 a oltre il 27% del 2012.

Ciò che maggiormente desta preoccupazione è che si tratta di disoccupazione di lungo periodo, dunque difficilmente riassorbibile, come testimonia il fatto che quasi il 60% dei cittadini greci senza lavoro cerca un’occupazione – senza trovarla – da oltre un anno. Si può ritenere, come ritengono molti, che si sia arrivati alla ‘svolta’ di Draghi dopo nove mesi dal suo insediamento per le difficoltà, puramente politiche, che il Governatore avrebbe incontrato nel persuadere la Destra tedesca in ordine alla necessità di questo intervento. Il che è possibile, come è possibile che il Governatore della BCE abbia tenuto in considerazione il fatto che la speculazione è da mesi – e, dunque, prima del suo annuncio del 6 settembre scorso – indirizzata nei mercati delle materie prime: Coldiretti stima, a riguardo, con riferimento all’Italia, un aumento del prezzo del mais nell’ordine del 40% nell’ultimo anno e del prezzo della soia nell’ordine del 60% nel medesimo periodo.

Se quest’ultima congettura è verosimile (ovvero se non sussistono, nel breve periodo, fondati timori di attacchi speculativi sui titoli pubblici dei Paesi dell’eurozona), il Piano Draghi non costituisce una ‘svolta’ finalizzata a “salvare l’euro” in una condizione di massima emergenza. Esso rappresenta piuttosto la posticipazione di ciò che si sarebbe dovuto fare in tempi peggiori, e che ora si rende possibile perché è più basso, al momento, il rischio di deflagrazione dell’Unione Monetaria Europea: poco conta, in questa prospettiva, che i Paesi europei abbiano perso milioni di posti di lavoro nell’attesa di un cambiamento di rotta nella gestione della politica monetaria.

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Ora il nemico è la povertà

Guido Rossi
Il Sole 24 Ore, 9 settembre 2012

La decisione della Banca centrale europea di approvare il piano di acquisto di titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona sul mercato secondario, subordinandolo a precise condizioni di rigore e al resto delle modalità ben note, costituisce senza dubbio alcuno un provvedimento contro la speculazione finanziaria atteso da tempo. Due osservazioni, di fronte a questa decisione presa col voto contrario del rappresentante tedesco, tuttavia si impongono.

La prima, che costituisce la più rilevante obiezione a questa importante funzione della Bce, è che essa avrebbe in tal modo minato la sua indipendenza dalla politica. L’obiezione, soprattutto tedesca, suona grossolana e fuorviante, poiché semmai sono la politica stessa e la democrazia degli Stati deboli ad essere dipendenti ed eterodirette, tra gli altri dalla Banca centrale, che mantiene invece una sua dignitosa indipendenza e che esercita fortunatamente con decisa autorità i suoi poteri.

La seconda osservazione, di molto maggior rilievo, è che se questa decisione può avere effetti benefici contro la speculazione sui titoli di Stato dei Paesi dell’euro, certamente non costituisce alcun passo in avanti per quella, invano continuamente a parole ricercata, unità politica dell’Europa, che neppure per gradi si è finora riusciti a raggiungere. Quest’ultima considerazione ne porta purtroppo con sé un’altra, provocata dal Leviatano tecnico-burocratico che, nel suo esercizio di potere nello stato di eccezione, minaccia tracolli e baratri, sottovaluta completamente gli effetti nefasti di una giustizia sociale sempre più assente e quindi poco si occupa della “nuova peste” incombente, la quale ha due sinonimi fra loro collegati: disoccupazione e povertà. Il rischio povertà è ufficialmente stato valutato dal l’Ocse e dalla Commissione europea, nel corso della conferenza “Jobs 4 Europe”, tenutasi il 6 e 7 settembre scorsi. Essi hanno stimato in 116 milioni le persone nei Paesi dell’Unione a rischio povertà.

Non solo. Vi sono altresì 7,8 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni che non hanno impiego e che non stanno studiando. Le percentuali in Grecia, Spagna e Italia sono le più alte di tutta l’area dell’Euro.
Le prospettive sono agghiaccianti, tanto che nel discorso di apertura Angel Gurrìa, il segretario generale dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, si è riferito ai giovani dichiarandoli una «lost generation». Alla disoccupazione e alla povertà così estese in Europa i governi offrono sacrifici e privazioni.

A questi dati ufficiali delle istituzioni internazionali corrispondono dichiarazioni di importanti imprese europee tra le quali il colosso anglo olandese Unilever, il cui numero uno per gli affari europei Jan Zijderveld, in un’intervista di qualche giorno fa al Financial Times, ha esordito dicendo che «la povertà è tornata in Europa», e che quindi «non ha senso offrire mega pacchi di detersivo, che costano al minimo metà del budget giornaliero dei consumatori». La conseguenza è che Unilever in questa Europa dove le misure adottate contro la crisi del debito sovrano hanno gravemente colpito il potere d’acquisto, nonché i metodi di produzione e di distribuzione, deve profondamente modificare questi ultimi e renderli simili a quelli che funzionano in grandi paesi asiatici dove è scarso il potere d’acquisto. Le strategie finora seguite non servono più e gli esempi che vengono fatti per andare incontro alla riduzione dei consumi sono stupefacenti.

Non diverse valutazioni emergono dal “rapporto Coop 2012”, leader italiano della grande distribuzione. Il rapporto evidenzia come in Italia i redditi siano i più bassi d’Europa, e per il suo Presidente non vi sono dubbi che «per il consumatore italiano è l’anno peggiore dal dopoguerra». Nonostante l’Italia sia l’unico paese in cui diminuiscono i risparmi, i consumi segnano un calo rispetto al picco della crisi economica del 2009, con un’ulteriore previsione al ribasso.

Si ripropone allora, per chi tiene il governo della politica, oltre alla necessità su cui abbiamo più volte insistito, di lottare nel perseguire una vera Unione politica europea, di comunque, a evitare che gli attuali cittadini d’Europa non la rifiutino, promuovere politiche di giustizia sociale. Queste devono garantire, pur non trascurando l’esaltato, ma spesso nell’applicazione ingiusto criterio della meritocrazia, non tanto il mito degli uguali, ma i diritti fondamentali garantiti da tutte le Costituzioni a una vita dignitosa, alla salute, al lavoro e alla cultura.

Non mi resta allora che chiudere citando la conclusione del recente libro del filosofo dell’Univerità di Harvard Michael J. Sandel «What money can’t buy» (2012): «La democrazia non esige uguaglianza perfetta, ma richiede che i cittadini condividano una vita comune. Ciò che importa è che la gente di diversi background e posizioni sociali si incontrino e si confrontino l’un l’altro nella vita di tutti i giorni. È così che sopportiamo le reciproche differenze e arriviamo ad occuparci del bene comune»

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