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Chiesa e guerra: un legame ambiguo e mai sciolto di G.Codrignani

Giancarla Codrignani
Adista Segni Nuovi, n°34 del 29 settembre

Tutti sappiamo che, in relazione ai problemi della pace e della guerra, dopo la Seconda guerra mondiale si è registrato quel progresso giuridico che ha sancito, almeno in linea di principio, la carta dei diritti umani e i protocolli sui diritti dei popoli. Carte e principi che, se non normati nelle legislazioni nazionali, sono affidati alla coscienza e alla libera volontà dei cittadini. Le democrazie hanno via via cancellato i codici di guerra e hanno redatto leggi di regolamentazione del commercio delle armi, anche se il dogma mercatista comporta che le fabbriche belliche non siano mai in crisi (anzi prosperino quando le crisi producono miseria), che i Paesi poveri le acquistino prima del pane, che i cittadini disinformati accettino senza protestare di diventare indirettamente complici.

Tuttavia le armi, come simbolo, hanno perduto ogni onore (non dimentichiamo che quando l’Italia non era unita né era “patria” comune, la professione militare era “nobile”) e gli stessi militari debbono aggiungere alla parola guerra qualche aggettivo, giustificativo di atti di violenza che appaiono ancora “necessari” alla sicurezza e alla diffusione della democrazia. Necessari, ovviamente, perché, quando non si avviano tempestivamente iniziative di distensione nelle aree di conflitto, non si riparano i torti remoti, non si fa prevenzione usando la diplomazia e non i missili, le armi “sparano da sole” e la guerra “esplode”. Sta bene così? Anche a chi legge il Vangelo?

Il quotidiano della Cei, Avvenire, l’8 agosto ha dedicato una pagina intera agli «eroi per la pace», in onore dei nostri soldati presenti (e troppe volte morti) in Afghanistan e nelle “missioni di pace” nei Paesi funestati dai conflitti [v. Adista Notizie n. 30/12]. L’Ordinario militare, mons. Vincenzo Pelvi, ci ha messo del suo sottolineando la compatibilità dell’essere cristiani e soldati e definendo l’aeroporto di Ciampino, dove arrivano le bare dei soldati italiani «una scuola di fede». Un buon numero di preti e di laici ha scritto ad Avvenire una protesta appassionata, indicando la necessità di una riflessione in materia a 50 anni dal Concilio Vaticano II e da un papa che ha definito la guerra nucleare un alienum a ratione, una “roba da matti”.

Il direttore di Avvenire si è scandalizzato e ha contestato l’iniziativa, da non ritenersi «non-violenta» (lo scrive con il trattino!), bensì contraddittoria perché la vittima non può contemporaneamente diventare «complice delle stragi». Infatti, la pace secondo la Pacem in Terris sarebbe quella che «garantisce una degna convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà»; dunque, come hanno interpretato altri pontefici, le forze armate rappresentano il «servizio esclusivo di difesa e sicurezza e della libertà dei popoli» (anche se, dicono sempre i papi, «purtroppo talora altri interessi economici e politici fomentati dalle tensioni internazionali fanno sì che questa tendenza costruttiva trovi ostacoli e ritardi»). Per questo la Chiesa continuerà con i cappellani ad offrire il proprio servizio alla formazione delle coscienze, ecc.

La lettera dei preti dissenzienti contestava in primo luogo la presenza nell’ambito delle strutture ecclesiastiche dei cappellani militari. Non mi sembra che dissolva le critiche la citazione di Benededetto XVI che, evocata la Gaudium et spes («quelli che prestano servizio militare» possono essere considerati «come ministri della sicurezza e della libertà dei popoli… se adempiono rettamente il loro dovere»), sostiene che «se il Concilio chiama ministri della pace i militari, quanto più lo saranno i pastori a cui essi sono affidati! Pertanto esorto tutti voi a far sì che i cappellani militari siano autentici esperti e maestri di quanto la Chiesa insegna e pratica in ordine alla costruzione della pace nel mondo»

Che Marco Tarquinio, direttore del quotidiano della Cei, aderisca in quanto buon cristiano, interessa poco. Vorrei riprendere invece Benedetto XVI e le sue citazioni dal Concilio. La celebrazione dei 50 anni dell’apertura del Vaticano II constata il passaggio di mezzo secolo di storia da interpretare: allora gli Stati e i governi, nonostante la Seconda guerra mondiale, combattevano la guerra fredda (il primo aggettivo correttivo usato storicamente) e in Italia mantenevano nella Costituzione il «sacro dovere della difesa» nelle forme della leva obbligatoria. Negli anni successivi gli obiettori di coscienza sono stati legittimati, il servizio militare è diventato professionale e volontario, le missioni nei Paesi in conflitto dovrebbero attendere il sigillo dell’Onu (non per l’Enduring Freedom in Afghanistan).

Da un punto di vista religioso sarebbe istruttivo fare memoria che nel 1965 alcuni cappellani militari della Toscana pubblicarono un documento per definire l’obiezione al servizio militare «un’espressione di viltà»; seguirono la risposta di don Milani, l’ammonimento a don Milani da parte del cardinal Florit, la denuncia di ex-combattenti alla Procura di Firenze, il processo a cui don Lorenzo morente partecipò con la famosa Lettera ai giudici, l’assoluzione perché il fatto non costituiva reato.

Non è possibile ripetere gli errori. Anche se non sarà la nostra epoca a vedere la scomparsa degli eserciti, nessuno ignora che si arriva alle guerre partendo da interessi che coinvolgono la responsabilità degli umani negli inganni degli egoismi e dell’ignoranza che producono nazionalismi e conflitti. Proprio in questi mesi sono in incubazione conflitti destinati a erompere se non controllati e aiutati a recuperare umanità e c’è bisogno di capire quanto grande sia la responsabilità di affidare la sicurezza solo agli eserciti. Per una cattolicità che ha perduto il mordente di quell’amicizia fra confessioni che credono in un solo Gesù Cristo (che chiamavamo ecumenismo, oggi termine desueto) sarebbe urgente, tanto per cominciare, testimoniare il valore della libertà religiosa attivando con urgenza il dialogo con le diverse espressioni dell’Islam. Le guerre si prevengono attivando processi distensivi quando c’è ancora tempo per evitarle: la cooperazione solidale (che è ancora senza indirizzo strategico) non basta se non si attivano le diplomazie dei governi e dei partiti, ma anche della società civile. Le Chiese per prime debbono dimostrare che la diplomazia non è difesa degli interessi costituiti per altra via, ma ricerca di relazione, possibilmente amicale: per questo il Vangelo è sicuramente per tutti, non per molti.

Oggi il compito dei preti in mimetica è finito e il papa potrebbe dire ai militari «non avete più bisogno di noi». Non solo lo Stato italiano risparmierebbe 15 milioni l’anno e i non credenti smetterebbero di lamentarsi per il peso sui contribuenti di finanziamenti impropri, ma ci libereremmo tutti da questa equivoca complicità con i valori di gerarchia, obbedienza, disciplina, militarizzazione indiretta dell’istituzione religiosa. Che un vescovo sia equiparato a un generale (con relativo stipendio e vitalizio) è cosa che sconcerta: Pax Christi lo segnala da decenni.

Nonviolenza è recente termine simbolico di alta pregnanza laica, ma anche (direi soprattutto) religiosa. Si nominano volentieri Buddha, Socrate, Gandhi, non si cita mai la lotta nonviolenta dello sciopero, Bonhoeffer, Hillesum; ma l’identificazione più autentica sembra piuttosto Gesù Cristo. Il Vangelo intero è all’insegna della nonviolenza.

La violenza è, invece, cara a quanti la ritengono caratteristica umana “per natura”, la “caduta” degli uomini per un “peccato” chiamato “originale” più perché non si sa che cosa sia che perché stabilito come origine del male. Ragionando senza aggiornare i registri ermeneutici sui valori simbolici e non letterali della Scrittura, si accettano passivamente l’accadimento delle guerre, la corsa agli armamenti, le carneficine per ragioni umanitarie. Un embrione rappresenta “la vita” più delle centinaia di afgani uccisi. Il pessimismo cupo e inguaribile delle gerarchie vaticane può contribuire a peggiorare le difficoltà di quanti ancora sperano in una Chiesa visibile attenta all’evolversi della storia umana e alla ricerca di nuovi “segni dei tempi” positivi, che incoraggino, soprattutto i più giovani, alla dura fatica di prevenire i conflitti, da quelli personali a quelli planetari.

Il Maestro consegnava il pensiero teologico più alto a una donna della comunità samaritana che non lo aveva accolto; ma l’insegnamento sul senso della fede per spendere coerentemente la vita lo dà facendosi testimonianza nella morte, dopo aver redarguito l’apostolo che aveva preso la spada e dopo essere stato rinnegato da Pietro. La Chiesa – che ha incominciato senza aver capito bene che cosa voleva il Signore – faccia capire che ci sta pensando più seriamente. Non siamo ai tempi di un Giulio II con l’armatura e la spada in mano: vorremmo sentire da Benedetto che la pace non si realizza – anche se ci sono e resteranno a lungo – con gli eserciti.

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