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Futuro Concilio: Vaticano III e/o Gerusalemme II? di L.Sandri

Luigi Sandri
Roma, 15 settembre 2012

Lasciando sullo sfondo le importanti relazioni appena sentite, vorrei affrontare – in dieci minuti… per flash – un problema che si ricollega al Vaticano II: dopo di esso è pensabile, a distanza ravvicinata, un Vaticano III per la Chiesa cattolica romana, e un Gerusalemme II per l’intera ekumene?

L’ipotesi di un nuovo Concilio della Chiesa romana fu adombrato, da qualche audace padre – non in assemblea, ma in interventi a parte – già durante il Vaticano II. Ma l’ipotesi divenne più corposa alla fine degli anni Settanta. Informations Catholiques Internationales dedicava a questo tema un suo numero del marzo 1977, dicendosi favorevole. Nello stesso anno, Concilium promosse un incontro, all’università cattolica di Notre-Dame, presso Chicago, su «Verso il Vaticano III». In un editoriale di apertura del libro Verso la chiesa del terzo millennio (Queriniana, 1979), che conteneva gli interventi principali del simposio, Giuseppe Alberigo spiegava le ragioni di chi aveva proposto la suadente ipotesi: «Perché un nuovo Concilio?

Da un lato la risposta va cercata nel grande impulso derivato a tutte le Chiese dal Vaticano II; da un altro è utile ricordare come il progetto stesso dell’incontro di Notre-Dame e il suo svolgimento si sono situati negli anni terminali del pontificato paolino, quando cioè non solo la spinta conciliare sembrava spenta, ma la guida della Chiesa soffriva di una stasi allarmante. In tali circostanze sembrava urgente stimolare una riflessione sul futuro prossimo della fede e della Chiesa, auspicandone la realizzazione nel quadro di un nuovo Concilio». Ma nel suo intervento a Chicago lo storico si era detto contrario all’idea, pur sostenuta dai più, ritenendo non più pensabile che una Chiesa celebrasse da sola un Concilio, con il rischio di chiudersi in orizzonti ristretti; si doveva, invece, egli auspicava, puntare ad un Concilio davvero universale, nel quale la Chiesa romana partecipasse con tutte le Chiese.

Ma, sempre a Notre-Dame, Hans Küng perorava invece un nuovo Concilio per varare una serie di riforme nella Chiesa romana, come: elezione di tutti i responsabili di istanze decisionali importanti, da parte di organismi di uomini e donne che rappresentino con buona credibilità la comunità o la regione (diocesi) interessata o la Chiesa universale; Sinodo deliberativo a livello di Chiesa universale; declericalizzazione dell’attività pastorale; abolizione del celibato sacerdotale obbligatorio; equiparazione della donna nella vita ecclesiale e nel ministero; apertura del riconoscimento reciproco dei ministeri con le altre Chiese. E il canonista olandese Peter Huizing annotava: «Il Vaticano II non ha tradotto la sua dottrina nelle istituzioni della Chiesa. Le dichiarazioni sulla collegialità dei vescovi e sulla responsabilità dei laici non servono affatto se non vengono calate nelle istituzioni della Chiesa. Questa è la ragione principale del fallimento del Vaticano II. Il Concilio Vaticano III dovrebbe riempire questa lacuna».

Nei primi anni del pontificato di Giovanni Paolo II le ipotesi di un nuovo Concilio in casa cattolica si sono raffreddate ma, poi, hanno ripreso vigore. Nel ‘96, con un discorso ad Oxford, monsignor John Raphael Quinn, già arcivescovo di San Francisco e già presidente della Conferenza episcopale statunitense, trasse quelle che, a suo parere, potevano essere le conseguenze forti dell’Ut unum sint, l’enciclica del ’95 nella quale papa Wojtyla aveva affermato la disponibilità a cambiare il modo di esercizio del primato petrino, sempre salvandone la sostanza. Quinn fece una critica serrata della Curia romana; propose una serie di riforme strutturali per attuare la promessa dell’enciclica e suggerì che, per vararle davvero, si celebrasse un Concilio all’inizio del nuovo millennio.

Nel ‘97 “Noi siamo Chiesa”, presentò in Vaticano 2,5 milioni di firme raccolte in vari paesi europei e in nord America ad un “Appello dal popolo di Dio”. Inascoltato. Nel contempo, il movimento cattolico di riforma ecclesiale proponeva la celebrazione di un Concilio della Chiesa romana, per andare poi ad un Concilio di tutte le Chiese.

Il 7 ottobre ‘99, al Sinodo dei vescovi convocato per riflettere sull’evangelizzazione dell’Europa, l’allora arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, elencò i “nodi disciplinari e dottrinali” che, secondo lui, incombevano irrisolti sull’intera Chiesa cattolica: gli sviluppi dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II; la carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati; la posizione della donna nella società e nella Chiesa; la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali; la sessualità; la disciplina del matrimonio; la prassi penitenziale; i rapporti con le Chiese sorelle dell’Ortodossia e con l’ecumenismo in generale; il rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale. Per affrontare tali temi, egli aggiungeva, «non sono certamente strumenti validi né le indagini sociologiche né le raccolte di firme», ma forse neppure un Sinodo, ma «probabilmente uno strumento collegiale più universale e autorevole». L’arcivescovo non pronunciava, allora, la parola tabù, Concilio; l’avrebbe fatto in varie interviste, tempo dopo.

Martini voleva dunque un Vaticano III, però assai differente dal II: questo aveva affrontato amplissimi temi teologici e pastorali (nella Lumen gentium e nella Gaudium et spes), che erano però rimasti a livello teorico; il futuro Concilio avrebbe dovuto invece affrontare temi più ristretti, selezionati, per arrivare a decisioni operative.

La Curia romana, salvo eccezioni, rimase di sasso; Wojtyla non accettò mai la proposta, e il cardinale Ratzinger vi si oppose fermamente. Ma l’idea martiniana (o possiamo chiamarla profezia?) camminò, in modo carsico, nel corpo vivo della Chiesa romana. E, per i più attenti, si è imposta come il testamento del prelato scomparso due settimane fa.

Vi è da rilevare che, quando si dice Vaticano III, non si intende che la futura Assemblea debba celebrarsi là dove si tenne la II della serie; si tratta di un’etichetta convenzionale, per dire che si vuole un Concilio. Che, evidentemente, si chiamerebbe Messicano I ove fosse celebrato a Puebla (Jon Sobrino auspica che si svolga nel continente latino-americano dove gran parte della popolazione è crocifissa dall’opprimente neoliberismo), Filippino I se celebrato a Manila, e Kenyano I se a Nairobi. E, poi, riguardo ai partecipanti, tutti i gruppi di base escludono un Concilio solamente episcopale, ma lo immaginano con una forte presenza anche di preti, e di laici, uomini e donne.

Nell’aprile 2002 trenta vescovi, in gran parte brasiliani, lanciavano un appello per chiedere «al papa, vescovo di Roma, la convocazione di un nuovo Concilio che aiuti la nostra Chiesa a rispondere evangelicamente – in dialogo fraterno e con la maggior collaborazione possibile con le altre Chiese cristiane e con le altre religioni – alle gravi sfide dell’umanità, in particolare dei poveri, in un mondo in rapida trasformazione e sempre più interdipendente». E proponevano che l’iniziativa fosse concepita «come un processo conciliare, partecipativo e corresponsabile, iniziando dalle Chiese particolari, locali e continentali».

Da allora, negli ultimi dieci anni – a livello episcopale, del mondo teologico, di storici della Chiesa e, soprattutto, a livello di base – da più parti si è invocato, nella Chiesa cattolica, un nuovo Concilio. La richiesta, deliberatamente ignorata da Benedetto XVI, sarà raccolta dal successore?

Dietrich Bonhoeffer nel 1934 – in pieno Nazismo – auspicò che le Chiese celebrassero insieme un Concilio dedicato alla pace. L’idea non ebbe seguito, allora, ma in qualche modo fu ripresa dalla VI Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese che, a Vancouver (Canada), nell’83 lanciò il «processo conciliare per Giustizia, Pace e Salvaguardia del creato». Il progetto è stato portato avanti, soprattutto a livello di base, mentre dal punto di vista istituzionale è rimasto vago. Konrad Raiser, da segretario generale del CEC, negli anni Novanta appoggiò fortemente la proposta, delineando il cammino che potesse presto portare alla celebrazione di un Concilio autenticamente universale. Egli a ragion veduta non usò l’aggettivo ecumenico, per qualificare tale Incontro, per non creare confusioni e precisarne l’originalità.

La proposta di Vancouver ha trovato consensi, a livello di base, o nel mondo teologico, pure in campo cattolico, anche da gruppi, comunità e riviste sponsors di questo nostro convegno. L’Ortodossia, al momento tiepida su quella prospettiva, sta preparando un suo Grande e Santo Concilio, per affrontare, in particolare, i problemi posti dalla modernità alle Chiese orientali.

Conclusione. Sull’ipotesi di un nuovo Concilio, in campo cattolico si confrontano tre opinioni: la prima, forte nella Curia romana e negli ambienti conservatori, respinge la proposta, nel timore che la futura Assemblea non finisca con l’essere troppo progressista. La seconda, è di quegli intellettuali e vescovi che temono che, date le nomine episcopali fatte da Wojtyla e da Ratzinger, il nuovo Concilio non finisca addirittura per arretrare rispetto al Vaticano II. Adesso, essi insistono, è il tempo di attuare il Concilio voluto da papa Giovanni, senza pensare ad uno nuovo.

Infine, terza opinione, quella di quanti e quante ritengono che, proprio per attuare il Vaticano II anche nei punti “aperti” ma lasciati inattuati, e per affrontare i problemi cinquant’anni fa non esistenti o, se tali, non sentiti (la questione femminile, le nuove tecnologie, la democrazia nella Chiesa), sia necessario un Vaticano III: naturalmente, non come una scelta per chiudersi compiacenti in se stessi, ma solo come tappa per andare poi, sciolti i nodi in casa cattolica, ad un Concilio autenticamente universale di tutte le Chiese. L’auspicato Gerusalemme II (o come si chiamerà, dal luogo della celebrazione) per porre tutte le Chiese, riconciliate, al servizio del mondo, in nome di Gesù.

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