Home Politica e Società Eutanasia, una via d’uscita dignitosa

Eutanasia, una via d’uscita dignitosa

Cinzia Sciuto
www.cronachelaiche.it

“Cercasi malati terminali per ruolo da protagonista. Anche prima esperienza”. Non c’è che dire, lo spot dell’associazione Coscioni per la legalizzazione dell’eutanasia colpisce e suscita reazioni contrastanti. Qualcuno potrebbe sentirsi infastidito, qualcuno imbarazzato, qualcuno forse addirittura indignato. C’è chi potrebbe dire che la morte è una cosa troppo seria per farci uno spot sopra. Eppure forse proprio perché troppo seria, la questione va portata alla luce.

Aveva già suscitato polemiche uno spot realizzato da Exit International e diffuso in Italia sempre dall’associazione Coscioni e dai Radicali in cui un malato terminale elencava le scelte che liberamente aveva compiuto nella sua vita, dagli studi al lavoro alla famiglia. Chiedeva di poter compiere liberamente un’ultima scelta, quella di morire dignitosamente e senza sofferenze. E messa in questi termini – gli unici corretti – non si capisce davvero dove sia il problema.

Avere una via d'uscita è quello che molti malati terminali chiedono. E non è detto che la useranno, ma il solo pensiero di non averne è angosciante. Una donna inglese affetta da una grave malattia degenerativa che l'avrebbe condotta certamente prima alla paralisi e poi alla morte ha deciso di recarsi in Svizzera, presso la clinica Dignitas dove è consentito il suicidio assistito, quando era ancora in buone condizioni di salute, per evitare di mettere nei guai i familiari che l'avrebbero dovuta accompagnare quando lei non sarebbe più stata in grado di farlo da sola. Quella donna aveva ancora qualche anno di vita in condizioni relativamente buone, molto probabilmente se nel suo paese fosse stato consentito il suicidio assistito avrebbe aspettato ancora qualche tempo e, chissà, forse non vi avrebbe mai fatto ricorso.

Una via d'uscita era quella che chiedeva anche Piergiorgio Welby. La moglie Mina racconta spesso che il marito le aveva chiesto di non chiamare l'ambulanza se (quando) avesse avuto una crisi respiratoria. Piero sapeva che l'avrebbero tracheotomizzato e che da quel momento in poi, essendo completamente paralizzato, non avrebbe più avuto una via d'uscita. Con tutto l'amore che lo legava alla moglie, non le avrebbe mai fatto una richiesta talmente dolorosa e inaccettabile se questa via d'uscita gli fosse stata serenamente prospettata.

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"Qualche ora di primavera": la Francia di Hollande verso l'eutanasia attiva?

Claudio Tanari

Nelle sale francesi dopo essere stato presentato ai festival di Locarno e Toronto, Quelques heures de printemps di Stéphane Brizé - cronaca di una relazione ritrovata in extremis tra un figlio incompiuto e un'anziana madre malata terminale - affronta con equilibrio e delicatezza il tema del fine vita. Alain e Yvette, interpretati da Vincent Lindon ed Hélène Vincent, si metteranno in viaggio verso la Svizzera, dove l'eutanasia è legale: insieme procederanno con dignità e dolcezza lungo i passi previsti dal protocollo clinico.

Dopo Amour di Haneke, vincitore a Cannes e La bella addormentata di Bellocchio, sembra che il cinema europeo individui nel difficile tema della diritto alla buona morte un argomento particolarmente adatto a scandagliare le profondità dell'animo umano. Senza ideologismi e convinzioni preconcette, in questo ambito davvero fuori luogo.

Il film di Brizé - che a noi italiani richiama irresistibilmente la vicenda dolorosa di Lucio Magri - probabilmente proprio in ragione dei suoi toni misurati, pur nel realismo della sua rappresentazione (quasi insostenibile il piano sequenza finale), ha suscitato in Francia un forte interesse anche da parte dei massimi organi istituzionali. Francois Hollande, dopo aver visto la pellicola e registrato il dibattito nel paese, ha infatti disposto un'inchiesta sul fine vita a livello nazionale, incaricando il professor Didier Sicard, presidente del Comitato nazionale consultivo di etica: entro dicembre l'indagine dovrà dare indicazioni al governo in vista di una modifica della legge del 2005.

Si tratta della Legge Leonetti, dal nome del medico e deputato gollista che la promosse, che autorizza già oggi l'eutanasia passiva: in Francia il malato terminale può rifiutare le cure quando si configurino come accanimento terapeutico. E' per ora esclusa l'eutanasia attiva, l'intervento del medico che pone fine alla vita.

Marisol Touraine, oggi ministro della Sanità, consigliera di Hollande per i temi sociali e della salute, aveva dichiarato nel corso della campagna elettorale che avrebbe portato il leader socialista all'Eliseo: «La legge Leonetti permette di lasciarsi morire. Oggi, invece, dobbiamo permettere l'aiuto a morire».

E sembra che a pensarla così sia la maggioranza dei francesi. Eloquenti i dati del sondaggio Ifop secondo i quali l'86 per cento della popolazione esprime un parere favorevole "a una legalizzazione completa dell'eutanasia". Tra i non credenti la quota sale al 94 per cento, ma la vera la sorpresa sta nel 59 per cento dei cattolici praticanti che condividono l'opinione di gran parte dei loro concittadini.

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