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Due cristianesimi di M.Vigli

Marcello Vigli

Sono tempi duri per i cattolici che credono in Gesù di Nazaret. Quel Gesù che si sottomette all’autorità costituita per gestire il potere politico e perfino rinvia i guariti alle autorità religiose per legittimare i suoi miracoli. Si trovano governati da un papa irretito in una Curia inquinata proprio da feroci lotte per il potere e confusi con i Formigoni di turno, che del potere fanno il loro unico scopo.

Non c’è da meravigliarsi quindi se alcuni si ritagliano spazi di autonomia dichiarando apertamente di non riconoscersi nell’uno e nell’altro, pur senza costruire nuove autorità sempre a rischio di inquinamento, ma sentono l’esigenza di fissare confini e di darsi una identità. I due cristianesimi (*) è il titolo, infatti, che Antonio Thellung ha dato al suo ultimo libro. Contrappone, quale radicalmente diversa, l’ottica del modello di Cristo a quello della cristianità, come recita il sottotitolo.

Dimostrarlo è l’obiettivo delle 155 pagine del libro. In esse, dopo aver individuato la coesistenza dei due modelli negli stessi testi neotestamentari, prima ripercorre, in una concisa, ma ben chiara sintesi, il dipanarsi della nascita, sviluppo, affermazione e decadenza del secondo modello, mutuato dalla struttura gerarchica dell’impero romano, poi, a conclusione, si diffonde a presentarne come emblematico il pontificato di Giovanni Paolo II.

In questa sua analisi il discorso muove da una denuncia puntuale dei limiti del modello di cristianità evidenziando come in esso sia prevalsa, a partire dal compromesso costantiniano, la logica della ricerca del potere e della ricchezza. Se papa Silvestro è stato indotto a farsi strumentalizzare, poi, però, quella logica si è imposta nella stessa gestione del governo della cristianità per tutto il Medio Evo e, in modo diverso, fino ai nostri giorni, attuando la visione delle due città di Agostino legittimata nel Dictatus di Gregorio VII.

Gli ordini cavallereschi furono approvati, gli ordini mendicanti perseguitati: solo Francesco prima maniera si è salvato perché praticava la povertà non la predicava per la Chiesa! Alle istanze di riforma emerse nel tempo i papi risposero con l’Inquisizione e con il Sant’Uffizio, furono, però, pronti alla sudditanza verso il potere politico dei sovrani assoluti quando, con l’illuminismo, l’Europa si affrancò dall’egemonia della Chiesa.

Passando attraverso gravi contraddizioni, che l’autore evidenzia con l’analisi dei pronunciamenti, le “bolle papali”, si giunse all’età moderna dei concordati quando, però, la secolarizzazione e la diffusa emancipazione sociale resero più forti le voci che proponevano il modello di Cristo: da Rosmini ai preti operai, fino alla scelta radicale di papa Giovanni di convocare il Concilio.

Da qui il conflitto fra i due modelli si fa più evidente e investe la chiesa a tutti i livelli. Ad esso Thellung dedica la seconda parte del suo libro mettendo a confronto Paolo VI e Giovanni Palo II, Madre Teresa e il fondatore dei Legionari di Cristo, la Dichiarazione di Colonia firmata da 163 teologi con il depotenziamento del Sinodo dei vescovi e delle Conferenze episcopali. Le indubbie modernizzazioni imposte da papa Woytjla in alternativa alla repressione sistematica delle sollecitazioni al rinnovamento promosse da teologi e gruppi di base.

Questa vivacità e ricchezza di luci e ombre non è venuta meno con l’esplosione degli scandali della pedofilia, dello Ior e della “fuga” di notizie, riservate ma non edificanti, che stanno caratterizzando i pochi anni del pontificato di Benedetto XVI. In contrasto con essi non mancano persone capaci di incarnare concretamente Cristo nella vita quotidiana, rassicura Thellung aggiungendo che bisognerebbe aver ben chiaro che il messaggio di Cristo è un intreccio indissolubile di utopia e realismo.

Forte di questa convinzione sostenuta dalla speranza di un mondo migliore, l’autore mentre rifiuta l’opinione molto diffusa che questo momento della storia sia peggiore di altri precedenti, si impegna ad indicare come consentire a questa speranza di concretizzarsi. Bisogna innanzi tutto ridimensionare il suo obiettivo che non è quello di cambiare il mondo ma di trasformare in bene quella porzione di male che incontriamo quotidianamente sul nostro cammino, riconoscendo i limiti costituzionali nelle nostre capacità a fare meglio a cominciare almeno con un primo passo.

Bisogna cioè imparare a usare correttamente la parola Chiesa, perché di essa e di un’autorità c’è bisogno: Non è possibile seguire Cristo individualmente, mentre è indispensabile farlo insieme ad altri, in un cammino comune. Si tratta di un’ecclesialità come incontro e confronto, comunione di consensi e dissensi , ricerca di aiuto per farsi migliori, pur se non può prescindere dalla presenza di un’autorità che pur avendo inevitabilmente tutti i limiti della natura umana, sappia assumere anche un senso costruttivo per tendere a formare coscienze adulte.

Si tratta, in verità, di una Chiesa capace di superare il dualismo dei modelli per diventare espressione di un cristianesimo finalmente maturo in cui i cristiani compiranno gli stessi gesti di Gesù Cristo senza neppure nominarlo.
In esso, forse, potranno vivere la loro esperienza di fede senza sentirsi a disagio, quei cattolici che, seguendo il modello di Cristo, rifiutano quello di cristianità.

(*) Antonio Thellung I due cristianesimi edizioni la meridiana, Molfetta, 2012, pp. 155

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