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Fare cassa sugli insegnanti

Marina Boscaino
www.micromega.net

Leggere nero su bianco l’art. 3 della bozza della legge di stabilità fa una certa impressione: aumento di 1/3 dell’orario contrattuale a medie e superiori, senza corrispettivo salariale. Qualora venisse portata davvero in porto, si tratta di un’operazione da “un tanto al chilo”, quasi il diritto al lavoro dignitoso e – soprattutto – all’apprendimento per gli studenti fosse merce scadente, sulla quale fare approssimazioni e arrotondamenti sommari. C’è da chiedersi quante volte nella storia della nostra democrazia si sia proposta e concretizzata un’ipotesi simile. Assurda, umiliante. Una proposta indecente.

Tra gli interventi a gamba tesa sugli insegnanti, questo è certamente uno dei più clamorosi che il Demagogo 2.0 potesse inventare; ma forse ha toccato il tasto sbagliato: sulla Rete in fermento la parola “follia” è la più gettonata nei commenti. Con piglio da padrone delle ferriere che nessun predecessore ha mai usato (il che è tutto dire), il garbato Profumo, con un 1-2 sorprendente (conferma del blocco contrattuale e aumento di un terzo dell’orario di lavoro a costo zero), ha concluso un processo iniziato molti anni fa, ormai; quando Ichino, Panebianco e Galli Della Loggia diffondevano l’epica del fannullonismo dei prof, culminato concretamente nel muscolare Brunetta-pensiero; assecondato da perle di saggezza che soprattutto la destra italiana ha gentilmente rivolto alla nostra categoria, in una stigmatizzazione etica, politica, professionale non esente dal dileggio.

Si cominciò con Berlusconi che, dopo aver promesso con la consueta raffinatezza durante la campagna elettorale che ci avrebbe “riempiti d’oro”, additava le scuole superiori, nel 2005, come “poteri forti organizzati che sono nelle mani della sinistra”; concludendo, nel 2011, con un’apologia delle scuole private per sottrarre i ragazzi a “quegli insegnamenti di sinistra che nella scuola pubblica inculcano ideologie e valori diversi dal quelli della famiglia”; e Brunetta, che apostrofava i precari come “l’Italia peggiore”. Non dimentichiamo un Fini non ancora ripulito, che nel 2007 rilasciava al Corriere della Sera la seguente dichiarazione: «I nostri figli sono in mano ad un manipolo di frustrati che incitano all’eversione».

In che Paese viviamo? Ecco, infine, il frutto – forse il più beffardo, perché subdolo – di questo processo partito da lontano. La richiesta che falsamente nobilitante: “Chiediamo alla scuola un atto di generosità. Di più, un patto che rifondi questo mestiere così importante”; così Profumo, che si ostina a trattare i docenti italiani come un ricco manipolo (siamo quasi un milione, ricordiamolo) di ottusi. Con le buone o le cattive, interessa fare cassa. Dunque, ben venga cavalcare un pregiudizio popolare – pompato dalle esternazioni dei Soloni di turno – che ci vuole tutti sottoimpiegati, ferie illimitate, propensione all’inerzia, responsabilità impunite.

Qualora il provvedimento diventasse legge, concluderà l’operazione iniziata nel 2008 con la “cura da cavallo” Gelmini, che ha tagliato 85mila cattedre; con l’aumento di un punto percentuale del rapporto alunni-docente, che ha intasato le aule, violando diritti e norme di sicurezza; con il dimensionamento, che ha accorpato scuole a scuole. Far fuori 35mila precari, umiliando la categoria: ecco come gli ormai solo sedicenti tecnici concludono lo zelante lavoro di più di un decennio. Missione compiuta.

L’accanimento irragionevole e cieco che bersaglia la scuola vuol dire qualcosa. Si preferisce affossare chi ha in affidamento bambini e ragazzi, chi è responsabile della loro formazione e cittadinanza, invece di perseguire evasione fiscale, diritti di casta, privilegi acquisiti. Vuol dire tentare di mettere in ginocchio, senza possibilità di risollevarsi, una parte operosa del Paese che, nonostante l’arroganza della politica e il silenzio colpevole dell’intellighenzia, ha portato avanti responsabilmente la scuola italiana, precari o di ruolo non importa. È un progetto strategico; che ha le proprie matrici nella miope trasformazione, dalla legge sull’autonomia in poi, della scuola da luogo dell’interesse generale a risposta a domanda individuale; da risorsa per la collettività e progresso per il Paese mediante cultura e cittadinanza a bacino improduttivo, perché i frutti che rende non sono quantizzabili subito.

È ora che non solo gli insegnanti, ma tutta la società civile si sveglino davanti a questa scelta. Al ministro che ha impudicamente dichiarato che «Il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota. In altri momenti bisogna dare più carote, ma mai troppe» consigliamo (al di là di facili ironie che verrebbero da fare rispetto ad un’affermazione letteralmente delirante) di allenare se stesso ad un principio che finisce allo stesso modo di demagogia: democrazia.

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