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Il candidato di Goldman Sachs

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Il trionfo elettorale di Barack Obama nel 2008 era stato reso possibile non solo dal desiderio di cambiamento diffuso tra gli americani dopo i due mandati di George W. Bush, ma anche e soprattutto dall’appoggio garantito all’allora senatore dell’Illinois dai grandi interessi economici e finanziari del paese. Tra di essi spiccavano per generosità alcune delle principali banche di investimenti di Wall Street responsabili della crisi tuttora in corso, a cominciare dal colosso Goldman Sachs il quale ora, come ha messo in luce un lungo articolo del Wall Street Journal, sembra avere voltato le spalle al presidente democratico in vista del voto di novembre.

Secondo i dati dell’istituto di ricerca indipendente Center for Responsive Politics citati dal Wall Street Journal, i dipendenti di Goldman Sachs avevano contribuito alla precedente campagna di Obama per la Casa Bianca con un totale di oltre un milione di dollari. Quest’anno, invece, la cifra complessiva sborsata per il candidato democratico ammonta ad appena 136 mila dollari, meno cioè di quanto Obama ha ottenuto dai dipendenti del Dipartimento di Stato. Ancora più significativo è poi il fatto che gli uomini di Goldman Sachs non abbiano versato un solo dollaro alla più importante Super PAC che appoggia la rielezione del presidente e che potrebbe ricevere donazioni da aziende e cittadini privati senza alcun limite.

Il denaro destinato ai candidati a cariche elettive dai vertici di una grande compagnia americana, fa notare il Wall Street Journal, non ha mai cambiato destinatari in maniera così brusca come in questo caso. Il voltafaccia nei confronti di Obama appare particolarmente clamoroso, poiché Goldman Sachs è stata l’azienda privata che più ha donato al Partito Democratico nei 23 anni coperti dalle ricerche del Center for Responsive Politics. I suoi dipendenti hanno donato finora alla campagna per la Casa Bianca di Mitt Romney ben 900 mila dollari, a cui va aggiunta una cifra simile destinata ad una Super PAC che lo sostiene.

Secondo il Wall Street Journal e i manager di Goldman Sachs intervistati, il cambiamento registrato nelle contribuzioni elettorali dipenderebbe dal loro sentirsi traditi da Obama e dai democratici al Congresso, sui quali la banca aveva puntato per la difesa dei propri interessi a Washington. Nel concreto, a pesare sono stati i ripetuti attacchi populisti e puramente retorici rivolti dal presidente alla compagnia per le pratiche criminali che hanno portato al tracollo finanziario del 2008. Bersaglio delle critiche di Wall Street è anche lo sterile tentativo di regolamentare il settore finanziario statunitense passato sotto il nome di “Dodd-Frank Act”, firmato da Obama nel luglio del 2010.

A determinare il cambiamento di prospettive al vertice di Goldman Sachs è stato indubbiamente anche il passato dello stesso Romney nel mondo dell’alta finanza come fondatore della compagnia operante nel “private equity” Bain Capital. La sua attività in questo business gli ha permesso di mettere assieme una fortuna pari a oltre 250 milioni di dollari e di costruire strettissimi legami con Goldman Sachs e con gli altri istituti di Wall Street dediti alla speculazione finanziaria.

Per legge, in ogni caso, una compagnia come Goldman Sachs non può contribuire direttamente in quanto tale alla campagna elettorale di un candidato, perciò le donazioni provengono dai singoli dipendenti che versano denaro a titolo personale. Goldman Sachs, inoltre, ha adottato una regola interna che vieta le donazioni a nome dell’azienda anche alle Super PAC. Questo codice di condotta è ovviamente solo fumo negli occhi, dal momento che l’influenza di Goldman Sachs sulla politica di Washington è profondissima e ben documentata.

Altri dati indicano come non sia solo quest’ultima compagnia ad avere voltato le spalle a Obama e ai democratici, bensì quasi tutta l’industria finanziaria USA. Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Bank of America e Morgan Stanley nel 2008 donarono complessivamente al candidato democratico per la Casa Bianca 3,5 milioni di dollari, mentre quest’anno si sono fermate a 650 mila dollari contro i 3,3 milioni destinati a Romney.

Più in generale, l’industria finanziaria nel suo insieme versò alla campagna di Obama 43 milioni di dollari nel 2008 per passare nel 2012 a 12 milioni, una cifra che rappresenta meno della metà di quanto ha ricevuto l’ex governatore del Massachusetts, facendo di questo settore la più importante fonte di denaro per la sua corsa alla presidenza.

Questo mutato scenario non significa peraltro che Obama non faccia affidamento sui poteri forti e sui super-ricchi americani per riconquistare la presidenza. Ad agosto, ad esempio, in concomitanza con la netta discesa delle quotazioni di Romney, l’élite d’oltreoceano mandò un segnale confortante per le speranze di rielezione del presidente, il quale in quel mese superò per la prima volta il suo rivale nella raccolta fondi (114 milioni a 111). Allo stesso modo, il Partito Democratico ha incassato in totale molto più denaro di quello Repubblicano in questo ciclo elettorale (742 milioni a 638), anche se le Super PAC pro-Romney hanno di gran lunga superato quelle vicine a Obama.

Nonostante le critiche e il dirottamento dei contributi elettorali verso i repubblicani, Goldman Sachs e le altre banche di Wall Street hanno ampiamente beneficiato delle politiche messe in atto dall’attuale amministrazione. Obama e i democratici, al di là della retorica, sono risultati infatti decisivi per il risollevamento e la riabilitazione di Goldman Sachs dopo il crollo del 2008, quando il nome della compagnia era diventato sinonimo dell’avidità, degli eccessi e delle attività criminali dell’industria finanziaria responsabile della crisi.

Come ricorda il Wall Street Journal, le azioni di Goldman Sachs sono risalite del 35% dall’ottobre di quattro anni fa, mentre l’indice S&P 500, che considera le più grandi compagnie USA, è più che raddoppiato dal marzo 2009. Goldman Sachs, inoltre, ha beneficiato del piano di salvataggio delle banche fatto approvare dall’amministrazione Bush sul finire del suo mandato e poi ampliato grazie a Obama.

Goldman Sachs è considerata la più potente banca americana e quella con in assoluto i più profondi legami politici, tanto che viene soprannominata “Government Sachs”. Dalle sue fila sono usciti, tra gli altri, due Segretari al Tesoro – Robert Rubin per l’amministrazione Clinton e Henry Paulson, architetto del piano di salvataggio di Wall Street dopo il fallimento di Lehman Brothers, per quella di Bush jr. – e numerosi altri dirigenti e funzionari che sono andati ad occupare importanti cariche governative. Il CEO, Lloyd Blankfein, è stato poi uno dei più assidui frequentatori della Casa Bianca durante il primo mandato di Barack Obama.

A partire dal 2008, ai danni di Goldman Sachs sono state aperte svariate indagini e inchieste, come quella di due anni fa che vedeva la banca d’affari implicata nella vendita ai propri clienti di titoli legati al settore edilizio spacciati come sicuri a poche settimane dall’esplosione della bolla dei mutui subprime.

Grazie agli investimenti nelle campagne elettorali dei politici di entrambi gli schieramenti, all’intensa attività di lobby e alle connessioni a Washington, nessuna azione penale si è però concretizzata e nessuno ai vertici di Goldman Sachs ha pagato per le operazioni criminali condotte in questi anni. La compagnia ha al massimo ricevuto sanzioni irrisorie a fronte di un giro d’affari di oltre 28 miliardi e di 4,4 miliardi di utili nel solo 2011.

L’appoggio garantito da Goldman Sachs a Mitt Romney e ai repubblicani nel 2012 non comporta comunque un minore impegno da parte dei democratici nella difesa degli interessi di Wall Street, come hanno fatto negli ultimi quattro anni nonostante un sentimento di odio diffuso verso le grandi banche tra la popolazione americana. Ciò è dimostrato dal complessivo aumento dei bonus dei top manager di Wall Street e dall’impennata dei profitti e del valore di mercato delle banche di investimenti mentre la maggior parte del paese continua a dover fare i conti con povertà, disoccupazione e un drastico ridimensionamento dei servizi pubblici.

I membri dell’oligarchia parassitaria americana appaiono risentiti verso Obama e i democratici anche solo per il timido tentativo di limitare le attività speculative che permettono loro di arricchirsi enormemente a spese del resto della popolazione. Costoro sono così tornati a vedere nel Partito Repubblicano il loro naturale alleato a Washington dopo il discredito in cui versava nel 2008, soprattutto in seguito alla scelta di un candidato alla presidenza che è stato egli stesso un membro di spicco dell’élite finanziaria.

Al voltafaccia di Goldman Sachs e delle altre banche di Wall Street, in ogni caso, il Partito Democratico non risponderà con una mobilitazione del proprio elettorato contro i privilegi e le pratiche criminali che hanno portato alla crisi, bensì, coerentemente con la propria natura, con un ulteriore spostamento a destra per tornare ad intercettare i generosi contributi dell’industria finanziaria nel prossimo appuntamento elettorale.

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