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La terra ha bisogno di riposo

Emanuele De Gasperis
www.riforma.it

Oggi sentiamo parlare frequentemente di Taranto e dei suoi problemi, la città dei due mari in cui ha sede un complesso industriale che occupa una superficie maggiore di quella della città stessa. In questo territorio, infatti, si trovano l’Ilva, l’acciaieria più grande d’Europa costruita a ridosso del quartiere Tamburi, il cementificio Cementir e la raffineria dell’Eni (queste ultime due in fase di ampliamento). L’impronta ecologica di questa città supera enormemente i confini territoriali tanto da alimentare tensioni incredibili fra lavoro e salute, industria e agricoltura, economia e ambiente. A chi da anni vive in questa morsa senza riuscire a diffondere le notizie sullo stato di salute del territorio sembra incredibile che oggi finalmente se ne parli, sembra essersi sbriciolato un muro di omertà, di omissioni e di disinformazione che sembrava irremovibile. In pochi sanno che da decenni singoli cittadini si battono in solitudine proprio contro lo sfruttamento indiscriminato qui perpetrato a discapito della salute e dell’ambiente.

Ci si interrogava, spesso invano, sul da farsi, ma l’intuizione e la determinazione di Alessandro Marescotti (presidente dell’associazione Peacelink) hanno permesso di invertire il corso degli eventi. È bastato far analizzare un pezzo di formaggio prodotto con il latte di ovini che pascolavano nei paraggi della zona industriale per ottenere un risultato poi rivelatosi una prova schiacciante: il campione esaminato è risultato contaminato da diossine in quantità rilevanti.

Da quel momento sono scattati i controlli sulle sostanze alimentari di origine animale e successivamente è stata emessa un’ordinanza per il divieto di pascolo nel raggio di 20 km dall’area incriminata. A questo punto mi sono trovato coinvolto direttamente in quanto membro della famiglia alla quale sono stati abbattuti il maggior numero di capi di pecore e capre dopo un vincolo sanitario durato diversi mesi. A partire da questo evento è stata sporta denuncia, inizialmente contro ignoti. Anche in questo caso, come ormai in molti altri, grazie alla magistratura è iniziato un lungo percorso alla ricerca della verità. Recentemente, non senza problemi, i periti sono riusciti a dimostrare che la diossina presente nelle pecore e nelle capre era sovrapponibile a quella proveniente dall’Ilva.

Fin dai primi momenti si è cercato di diffondere quello che stava accadendo attraverso i media e le istituzioni, per mezzo di video, lettere, libri, manifestazioni e contatti personali. Ma mai finora siamo riusciti a far trapelare in maniera adeguata il dramma di chi ha perso il lavoro dal 2008, le conseguenze subite da una terra ormai inutilizzabile, di attività agricole azzerate nel raggio di 20 km. dall’area industriale e, soprattutto, del rischio elevato per la popolazione che paga con la propria vita. Solo ora, appunto, tutti possiamo finalmente accedere ai risultati della perizia epidemiologica disposta dal Gip e a una parte degli studi effettuati dall’Istituto superiore di Sanità.

Trovandomi in questa situazione non ho potuto fare a meno di interrogarmi come cristiano, come cittadino e come veterinario. Come cittadino ho percepito tutta la prevaricazione da parte di chi si sente al di sopra delle leggi, di chi calpesta il diritto e la vita in nome del profitto, imponendo un ricatto occupazionale inaccettabile; parallelamente ho percepito l’evidente miopia di una politica che si è rivelata completamente fallimentare e inadeguata.

Come veterinario credo che il problema verificatosi a Taranto sia rilevante in termini etici. Mi riferisco all’abbattimento di molti animali contaminati da «residui» tossici. Animali appartenenti ad allevamenti non intensivi ed esenti da malattie infettive, abbattuti perché contenenti livelli di sostanze tossiche superiori ai limiti di legge consentiti negli alimenti. Sto parlando di allevamenti nei quali il benessere animale era al primo posto e lo stato di salute era ottimo. Fino a pochi anni fa il sequestro, l’abbattimento si praticavano per evitare la diffusione di alcune malattie infettive e di zoonosi (malattie trasmissibili all’uomo). Parlando invece di contaminanti il rischio non esiste fino a quando gli alimenti non arrivano sulla tavola dei consumatori. Leggi che funzionavano per contesti e sensibilità diverse sono state applicate a Taranto a mio avviso inutilmente. Sarebbe bastato considerare gli animali in quanto esseri senzienti e non come alimenti per cercare soluzioni diverse.

Come credente ho vissuto un’angoscia ed una rabbia non facilmente descrivibili quando ho assistito al sequestro e all’abbattimento degli animali per vederli smaltire come rifiuti tossici (fino a oggi più di 2000 capi). Non ho potuto fare a meno di pensare che dai tempi biblici ovini e caprini sono stati usati come vittime sacrificali e che a loro si attribuiva la dignità di poter sostituire l’uomo nell’espiazione delle colpe; oggi purtroppo continuano a essere vittime per le nostre colpe, ma questa volta senza dignità né valore. Nessuna dignità, nessun valore da attribuire a nessuna delle vittime sacrificali che oggi l’idolatria del terzo millennio richiede dentro e fuori le fabbriche. Profitto, sete di potere, prevaricazione, individualismo e indifferenza ci hanno portato a questo punto critico. Quale sarà la soluzione? Da chi potrà arrivare? Sicuramente da nessun teatrino che ogni giorno viene messo in piedi e ci mostra giochi di prestigio di basso livello.

Nel corso degli anni a Taranto è cresciuta una meravigliosa consapevolezza nei cittadini, che ha avuto come conseguenza la nascita e la proliferazione di nuove associazioni e l’impegno in politica da parte di persone che prima non avrebbero mai pensato di farlo. Molto spesso si è cercato di distorcere e manipolare l’informazione per creare divisione e fomentare conflitti fra la popolazione, ma nonostante tutto si è formato un movimento plurale al quale appartengono cittadini e lavoratori pensanti che lottano per i propri diritti. La soluzione può arrivare soltanto da un risveglio delle coscienze.

Rifacendomi a vicissitudini personali, oggi mi ritrovo a realizzare quale grande responsabilità abbiamo nei confronti dell’intera creazione, e penso a quanto sia attuale oggi l’affermazione «La terra ha bisogno di riposo», una frase che non è soltanto da considerare come un’esortazione formulata più volte nel libro del Levitico, ma che ormai dovremmo ricevere come un imperativo sempre più sostenuto che risuona nelle nostre coscienze addormentate, come espressione di un gemito e un travaglio che richiama violentemente ogni credente a interrogarsi sulle proprie responsabilità oggi.

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