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Non banalizzare il bastone e la carota di Profumo

Giuseppe Aragno
www.ilmanifesto.it, 11 ottobre 2012

È inutile tirare a campare e fingere di non capire. Ormai c’è davvero di che preoccuparsi.
A Genova, pochi giorni dopo le violente cariche contro gli studenti e alla vigilia di una manifestazione nazionale della scuola, il ministro Profumo non ha esitato ad affermare che «il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota. In altri momenti bisogna dare più carote, ma mai troppe».

Bisogna che il ministro l’abbia chiaro: non ci fa paura. Chi ogni giorno, per passione civile, prima ancora che per dovere professionale, nelle scuole e nelle università, forma coscienze critiche, non muterà rotta per approdare a rinnovate barbarie. Ci fa da bussola un imperativo etico e abbiamo una stella polare: denunciare con fermezza i rischi sempre più evidenti che corre la democrazia.
Se è passato in fabbrica, con Marchionne, l’allenamento che ha in mente Profumo deve restare fuori dalle aule, rifiutato da docenti decisi a difendere le radici profonde della storia repubblicana e dei suoi autentici valori.

Bisogna tornare all’antifascismo, alla grande lezione di Don Milani e trovare il «coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni».

Di fronte alla sfida di nuove tecnologie e ai rischi di un soffocamento del servizio pubblico, Arfé, acuto osservatore e inascoltata Cassandra, invano propose all’europarlamento un progetto di «spazio europeo» comune e di rimodulazione del sistema di informazione pubblico-privato. Non se ne fece nulla e sulle televisioni purtroppo non c’è più da contare.

In quanto alla carta stampata, se dovesse chiudere il manifesto – ma si sta coraggiosamente tentando di impedirlo – ci toccherà rimettere mano al ciclostile.

Attenti a non banalizzare. Il «bastone e la carota» di Profumo non sono lo scivolone d’un dilettante e bisogna riconoscerlo: guardarono lontano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, padri dell’Unione Europea uccisa nella culla, quando individuarono nel grande capitale, «che ha uomini e quadri adusati al comando» il vero nemico dell’Europa dei popoli.

A leggerlo oggi, il monito appare non solo incredibilmente lucido, ma attuale e inquietante: «Nel grave momento, essi scrissero, infatti, sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti».
Sono trascorsi molti decenni, è vero, ma hanno avuto ragione. L’antifascismo, che molto lottò per un’Europa libera, è ormai uno dei tanti clandestini nella memoria storica e nella realtà quotidiana dell’Italia europea voluta dai neoliberisti.

Sarò felice se i fatti si incaricheranno di smentirmi, ma non sarebbe saggio fingere d’ignorarlo: qui da noi, le gravi crisi del capitale finanziario sono diventate sempre e anzitutto crisi di una già storicamente fragile democrazia.

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