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Possessioni americane

Gianni Ballarini
www.nigrizia.it, 5 ottobre 2012

Etiopia e Rwanda sono due santuari americani nell’Africa subsahariana. La loro possibile instabilità – soprattutto ora che il nord del continente e l’area saheliana sono scoppiate di rabbia contro lo zio Sam – allarma chi ogni giorno studia e analizza i dossier africani a Washington: dagli uomini del Dipartimento di stato, a quelli del Consiglio nazionale di sicurezza, dai militari del Dipartimento della difesa (Pentagono) fino agli spioni della Cia.

Già nel 1998 l’allora presidente Usa Bill Clinton etichettò Meles Zenawi, il rwandese Paul Kagame e l’ugandese Yoweri Museveni come i «leader della rinascita africana» che, al di là del loro carattere dispotico e dittatoriale e dello sfregio dei diritti umani e politici, dovevano essere sostenuti in quanto campioni della stabilità politica ed economica e alleati-chiave nella guerra al fondamentalismo islamico. La morte di Meles e i fucili puntati su Kagame da parte delle istituzioni internazionali per l’“affaire Kivu” – che ha obbligato Washington a bloccare gli aiuti a Kigali – agitano i think tank Usa.

Certo, l’Africa parrebbe non essere al centro degli interessi americani. Tuttavia, è la realtà a smentire questa ipotesi. Dopo i fatti dell’11 settembre e dintorni (vedi box), la Casa Bianca non può ignorare ciò che accade in questa fetta del mappamondo. E del resto, già da tempo si registrano segnali di un’attenzione crescente reciproca. Lo testimonia anche il tour africano di undici giorni di Hillary Clinton, segretario di stato, nelle prime due settimane di agosto. Nove i paesi visitati: Senegal, Uganda, Sud Sudan, Kenya, Malawi, Sudafrica, Nigeria, Ghana e Benin. Elargite a piene mani le tipiche opere di bene marchiate Usa: democrazia, crescita e sicurezza. Già a giugno Obama aveva annunciato le nuove linee della politica africana degli Stati Uniti: consolidamento delle istituzioni democratiche, stimoli alla crescita e agli investimenti, priorità alla pace e alla sicurezza e promozione dello sviluppo. La “missionaria” Clinton le ha annunciate ai suoi partner africani. Ma gli obiettivi reali del suo viaggio avevano un altro nome: Cina, petrolio, terrorismo.

Arginare Pechino

Nel suo primo discorso a Dakar, il 1° agosto, Clinton non l’ha mai citata. Il suo intervento, tuttavia, traboccava di riferimenti alla Cina, colpevole di muoversi con le mani libere facendo affari, ma calpestando diritti e democrazie. Pechino dal 2007 è il primo partner commerciale del continente. Gli scambi, nel 2011, hanno superato i 166 miliardi di dollari. L’ex Impero di mezzo ha appena aperto una linea di credito di 20miliardi di dollari per l’Africa. Il suo soft power ha scalzato molti paesi occidentali, compresi gli Usa, in larghe fette del continente, da nord a sud. La Cina, per gli africani, è considerata affidabile. C’è chi bolla come neo colonialista la sua azione e rapace la sua politica. Ma chi lo afferma è molto spesso lo stesso artefice del vecchio scambio ineguale e, magari, intrattiene ancora oggi legami molto stretti con regimi repressivi del continente. La retorica americana su democrazia e sviluppo, quindi, non è sufficiente a dissuadere i paesi africani dall’accettare i finanziamenti cinesi. Anche perché il denaro è più eloquente delle parole. Tuttavia, Pechino sta ottenendo successi pure in ambito culturale. Ad esempio, il governo dello stato di Lagos, nel sud-ovest della Nigeria, ha deciso che dal prossimo anno scolastico introdurrà il mandarino, lingua ufficiale cinese, nelle scuole pubbliche locali. «La conoscenza del cinese aiuterà gli studenti a proseguire i loro studi in Cina, paese strategico nell’economia mondiale», ha giustificato la scelta Olayinka Oladunjoye, delegata del governo locale all’istruzione.

Strategico, soprattutto per l’Africa. La Cina, per la prima volta nella storia, non solo interviene nel continente trasferendo contemporaneamente merci, capitali e manodopera. Ma utilizza il continente per delocalizzare. Come è il caso, ad esempio, dell’Etiopia, dove la prima fabbrica con capitali cinesi è di Huajian, uno dei più importanti produttori di scarpe, che intende investire fino a due miliardi di dollari per produrre scarpe da esportare in Europa e Nord America.

Ma non è il timore di perdere il mercato calzaturiero che toglie il sonno agli strateghi americani. Il problema per Washington è che le viscere africane custodiscono un eldorado di materie prime. L’obiettivo Usa è tutelare i suoi interessi minerari contrastando la monopolizzazione delle risorse naturali e alimentari della Cina.

A caccia dell’oro nero

Basta scorrere i nomi dei paesi visitati ad agosto dal segretario di stato. Almeno la metà traboccano di petrolio: Nigeria, Ghana, Sud Sudan. Ma anche Uganda, dove nel 2007 sono stati scoperti importanti giacimenti di greggio e gas naturali, e Kenya che s’è accorta di sedersi sull’oro nero nel marzo scorso. Circa il 20% degli approvvigionamenti energetici americani proviene dall’Africa, in particolare, da Nigeria, Algeria, Angola e Guinea Equatoriale. Una quota che è cresciuta costantemente dal 2002 a oggi.

Abuja resta il primo fornitore di greggio africano degli Usa, assicurando circa l’8-9% dei bisogni petroliferi americani, risultando al quinto posto tra i fornitori di Washington. La preoccupazione americana nei confronti della setta Boko Haram, che agisce nel nord del paese, ha spiegazioni quindi politico-economiche, non solo di sicurezza contro il radicalismo religioso. Si teme che la possibile instabilità del paese possa mettere a rischio il business delle companies americane.

Ad accompagnare Clinton nel suo tour africano, numerosi manager e imprenditori del settore. Un viaggio anticipato, all’inizio dell’anno, da quello organizzato da Johnnie Carson – segretario di stato aggiunto, con delega agli affari africani – che ha portato quattro colossi energetici americani (Anadarko petroleum corporation, Chevron, General Electric e Caterpillar) a concludere affari in Mozambico, Nigeria, Tanzania e Ghana.

Non è un caso, poi, che la politica estera Usa trovi la sua apoteosi nel Corno d’Africa. La motivazione ufficiale di una presenza importante nell’area è che si tratta di una regione decisiva nella lotta al terrorismo islamista. La verità è che Washington mira a controllare il golfo di Aden, uno degli stretti marittimi di maggior importanza strategica per il mercato internazionale delle fonti energetiche.

Guerra ombra

Il 14 giugno scorso è uscita sul Washington Post una lunga inchiesta sulla rete di piccole basi segrete che il Pentagono ha dislocato in tutto il continente, con l’obiettivo di dar caccia ai ribelli e ai terroristi islamici. L’articolo parlava di una decina di nuove basi. La più importante a Ouagadougou (Burkina Faso). Da qui, poi, gli aerei spia volano verso il Mali, la Mauritania e il deserto del Sahara per dare la caccia ai militanti di Al-Qaida. Le violenza scoppiate l’11 settembre scorso contro le sedi diplomatiche Usa a Bengasi (Libia) e al Cairo (Egitto) – e che poi si sono estese ad altri paesi dell’area – dimostrano quanto siano ancora impopolari gli Stati Uniti nel mondo islamico, soprattutto in quello radicale.

Barak Obama nel suo celebre di scorso di Accra, nel luglio del 2009, lanciò il motto: «Soluzioni africane per le sfide africane». Ma si è rivelata solo una retorica dichiarazione d’intenti, perché la sua politica estera va in controtendenza. Negli ultimi anni Washington ha posto in essere uno stillicidio di micro-operazioni militari e di intelligence nel continente. Coperte da silenzio. Da cautela. Gli esperti l’hanno battezzata “Guerra ombra”. O “Guerra dei droni”. Perché l’amministrazione Usa utilizza questi veicoli senza pilota per eliminare i leader terroristici. Li ha sperimentati in Pakistan e nello Yemen (dove è stato ucciso, il 4 giugno scorso, il numero due di Al-Qaida, il libico Abu Yahya al-Libi). Ora anche nel Corno d’Africa, nel Sahel e in Libia. Una base importante, inaugurata a fine 2011, da cui partono questi aerei si trova a pochi chilometri da Arba Minch, città nel sud dell’Etiopia. Da lì e dalla base in Uganda, visitata da Hillary Clinton il 4 agosto, partono le missioni per Somalia e Sud Sudan, paese, quest’ultimo, dove è prevista una nuova base a Nzara. Con Museveni, la diplomatica americana ha parlato anche della situazione dei Grandi Laghi e del gruppo ribelle dell’Esercito del Signore (Lra, nell’acronimo inglese) guidato da Joseph Kony, per la cattura del quale Washington spedisce regolarmente a Kampala e dintorni propri militari o consulenti.

Molto attivi anche i reparti di Africom, il comando militare statunitense per l’Africa, che ha il suo centro strategico a Stoccarda, in Germania. In particolare, il suo braccio operativo (Usaraf) coordina gli interventi dei reparti di terra e ha la sua sede a Vicenza.

Alcuni funzionari del Dipartimento di stato hanno criticato l’eccessiva militarizzazione della politica estera di Washington nel continente. Il rischio da loro paventato è che quelle azioni possano scatenare continue insurrezioni popolari.

L’amministrazione Obama sembra non preoccuparsene. Tiene sotto coperta queste operazioni. Non emergono nei discorsi ufficiali. Dai quali trapela solo il desiderio del presidente di aiutare il continente. Come è accaduto nel G8 di Camp David, del maggio scorso, quando Obama è stato l’unico leader ad assumere un impegno concreto – 3 miliardi di dollari – per affrontare la crisi degli approvvigionamenti alimentari e per aumentare la produttività africana in agricoltura.

Un impegno che gli è servito, in campagna elettorale, per rassicurare i neri americani. Un sondaggio pubblicato in giugno nello stato della Carolina del Nord aveva infatti mostrato la rapida erosione di popolarità di Obama presso gli elettori neri di origine africana. Secondo quel rilevamento solo il 76% di loro sosteneva Obama, mentre erano il 95% nelle presidenziali del 2008. E nel testa a testa con il candidato repubblicano Mitt Romney, recuperare anche un solo voto vuol dire tornare alla Casa Bianca.

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