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Caritas: la nuova Italia

Rosa Ana De Santis
www.altrenotizie.org

Mentre il governo applaude alla legge di stabilità che mette in ginocchio l’Italia e la condanna ad una fase di depressione economica di cui finalmente pare accorgersi anche il Pd, esce il Rapporto sulla povertà della Caritas. Sono in aumento i poveri italiani: casalinghe e pensionati le due principali categorie di utenze. Gli stranieri rappresentano comunque il 70,7% di coloro che si rivolgono ai vari servizi di assistenza.

I numeri del rapporto nascono dal monitoraggio di ben 191 centri d’ascolto diffusi sul territorio nazionale e 28 diocesi. Più assistiti nel Nord, ma solo perché nel Mezzogiorno sono meno presenti i centri d’aiuto e i servizi e proprio al sud gli immigrati sono superati dai poveri italiani.

La Caritas parla di “normalizzazione dell’utenza”: genitori separati con figli conviventi, donne casalinghe, anziani. Diminuiscono gli emarginati e gli analfabeti. La povertà, ormai da tempo, non è quella di chi rimaneva ai margini della società e delle classi produttive.

E’ finita dentro il tessuto economico attivo del paese: persone che hanno perduto lavoro e ne stanno cercando un altro (i cosiddetti candidati alla “ripartenza”), coloro che per vicissitudini familiari hanno perduto ricchezza e stabilità sociale e per i quali il welfare di un tempo ormai non esiste più. Colpa della crisi globale, ma soprattutto di precise scelte politiche che sono andate, con la benedizione di troppi amici del governo, nella direzione di salvaguardare spread, moneta e speculazioni finanziarie, a prezzo di ridurre all’osso servizi, crescita ed economia reale.

I poveri sono cittadini normali: persone che vanno a lavoro ogni mattina per due spiccioli e zero diritti, che hanno un titolo di studio medio-alto, che vivono magari in case di proprietà, ma che non tengono più il passo con i costi della vita reale. In questo si è trasformata la bandiera dell’equità con cui Monti salì a Palazzo Chigi. Imponendo, come la cronaca degli ultimi giorni testimonia, a tutti una tassa non progressiva come l’IVA che colpisce proprio il potere d’acquisto, specialmente dei meno abbienti.

Le richieste d’aiuto non sono solo legate a cibo (ben 449 mense socio-assistenziali), vestiario e altri beni materiali, ma anche ad altri servizi – spesso legati a patologie sanitarie e a problemi di dipendenze – alla ricerca di lavoro, e all’ascolto reiterato nel tempo per problemi personali e famigliari.

La parrocchia continua a mantenere un ruolo attivo importante nel sostegno delle persone che patiscono un disagio socio-economico confermando il ruolo e la vocazione tradizionale della Chiesa sul territorio che mai, come in questa fase, supplisce alla carenza di servizi garantiti dallo Stato.

Nonostante il generale peggioramento e livellamento alle classi sociali più impoverite dalla crisi, ci sono dei numeri di speranza e sono quelli dei “ripartenti”: coloro che in ogni modo chiedono aiuto per non finire nella marginalità sociale. A questo proposito il lavoro della Caritas nell’orientamento e inserimento professionale è aumentato del 122%.

Speranza fatta di benedetta solidarietà ma non di giustizia. Quella che in un paese democratico dovrebbe venire prima della pur lodevole bontà. La giustizia che non va d’accordo con le politiche fiscali inique, con quell’evasione perpetrata dai più ricchi e più corrotti, che toglie servizi pubblici per rimpinguare poche tasche private. La giustizia che non siede ai tavoli di governo, perché costa agli affari e agli stessi serve troppo poco. Questo dicono le lunghe file delle sempre più numerose persone normali insieme ai clochard davanti alle mense.

Quello che abbiamo visto nelle pellicole del cinema americano è sbarcato anche qui. La povertà è pericolosamente normale e vicina alla vita di chiunque. Magia di un mercato spoglio di tutele e diritti e di uno Stato sempre più somigliante a un consiglio d’amministrazione. Con il vantaggio tutto nostrano di una buona dose di mafia e di corruzione infiltrata a tutti i livelli che impedisce quella mobilità sociale che almeno altrove è garantita. Con il rischio che tutti quei poveri “in ascolto” alla Caritas, rimangano lì senza mai l’occasione reale di una speranza che magari fosse, come è scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, il diritto per tutti alla felicità.

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