Home Politica e Società Il femminicidio in famiglia che non lede la morale

Il femminicidio in famiglia che non lede la morale

Lia Celi, Lettera 43
www.zeroviolenzadonne.it

Perché un uomo che abusa della “sua” donna non rappresenta una vera minaccia per la società. A quest’ora, la prossima condannata a morte sta probabilmente cucinando il suo ultimo pasto. Probabilmente lo consumerà insieme al boia.

Il femminicidio – la privatizzazione della pena capitale per infrazione dei tabù patriarcali che l’Italia ha tacitamente adottato, nella totale apatia delle istituzioni, e che nel 2012 procede al ritmo di un omicidio ogni due giorni – toglie alle giustiziate anche il piccolo, estremo lusso riservato ai morti che camminano: non dover lavare i piatti dell’ultima cena.

UN OMICIDIO OGNI DUE GIORNI. Se dall’inizio dell’anno anziché 101 madri, lavoratrici o studentesse fossero stati uccisi 101 preti, poliziotti o, Dio non voglia, politici, ci sarebbe la legge marziale (se poi fossero stati 101 cagnolini sarebbero scoppiate sommosse di piazza).
L’opinione pubblica chiede pene esemplari, polizia per le strade e telecamere ovunque se una madre, una lavoratrice o una studentessa (specie se italiana) viene aggredita o uccisa in un parco o in una stazione ferroviaria da balordi sconosciuti (soprattutto se stranieri).
Visto che le donne appartengono sempre a qualcuno – padre, marito o partner – le aggressioni da parte di un estraneo creano più allarme, in quanto ledono la proprietà, oltre che la morale pubblica.

DONNE DI PROPRIETÀ. Ma il discorso cambia se a picchiare e a uccidere una donna sono il padre, il marito o il partner. Finché usa e abusa della donna di sua proprietà, l’uomo non rappresenta una vera minaccia per la società. Il femminicidio non è considerato eversivo rispetto allo Stato o alla morale, anzi: visto che questi hanno ancora una base sostanzialmente patriarcale, in un certo senso li consolida.
Quindi, non si avverte il bisogno di elaborare appositi strumenti di giustizia e di prevenzione per fronteggiare la violenza di genere (o quella omofoba), a differenza di quanto si fece per il terrorismo e per la mafia.

CONDANNATE DAGLI UOMINI. La prossima condannata, quindi, sta apparecchiando la tavola.
Forse ascolta in tivù gli ultimi particolari sulla tragedia delle sorelle Petrucci: i carabinieri di Palermo che, alla richiesta d’aiuto della povera Lucia, perseguitata da un Renzo diventato il peggiore dei don Rodrigo, si erano limitati a suggerirle di cambiare numero di cellulare; la madre dell’assassino che giura «è un bravo ragazzo»; il raptus accuratamente premeditato.

Il femminicidio è presente anche nei Paesi più evoluti e paritari.

A seguire, gli autorevoli pareri di opinioniste e tuttologi su questi uomini che «non sanno gestire la rabbia e la sofferenza alla fine della relazione». E già, poverini, «non sanno gestire», come dicono le educatrici alla scuola materna quando un bimbo dà uno spintone al compagno che gli ha strappato il giocattolo.

BAMBINI NON IMPUTABILI. I bambini dell’asilo non sono imputabili, nemmeno quando hanno 20, 40, 60 anni. Ma lei, la condannata, non ci fa più caso e torna in cucina. Cose sentite fin troppe volte, e sempre dalle stesse persone.
Soprattutto giornaliste e qualche sparuto intellettuale, categorie la cui influenza sull’Italia reale è perfino più debole di quella della povera Lucia sui carabinieri di Palermo.
Eppure, le anime buone insistono: «Il femminicidio è prima di tutto un problema culturale». Ora, affermazioni come «il problema è innanzitutto culturale» o «ci vuole una cultura del…» (completare a piacere con: rispetto, legalità, salute, prevenzione…) sono sinonimi politicamente corretti di «c’è poco da fare».

L’UTOPIA DEI BENPENSANTI. I benpensanti, ahimé soprattutto di sinistra, sognano un mondo in cui nessuna donna verrà più uccisa perché nessun maschio, opportunamente imbevuto di cultura (del rispetto, della legalità, ecc…) sentirà più bisogno di torcere un capello a una donna.
Il che è utopia: il femminicidio, seppure con ben altre cifre rispetto al Pakistan o all’Italia, è presente anche nei Paesi più evoluti e paritari. E non c’entra con l’emancipazione femminile, come vogliono suggerire alcuni (sottintendendo: donne, la vostra libertà spaventa il maschio, poi scegliete voi se è meglio essere una schiava viva che una suffragetta morta).

VIOLENZA A TUTTE LE LATITUDINI. Nell’800, quando le donne valevano poco più di niente, venivano ammazzate ugualmente come mosche da mariti e amanti, complice il diffuso alcolismo che non aiutava certo gli uomini a «gestire la fine delle relazioni».
La violenza è sempre lì, nel pozzo nero delle più antiche e indicibili pulsioni umane, a tutte le latitudini. E ogni uomo, fin da ragazzo, deve imparare a rinnegarla e a schiacciarla dentro se stesso.

Cultura della legalità significa far capire che lo Stato è a fianco delle donne

La più elementare cultura della legalità è disincentivare la violenza di genere mostrando che chi la commette viene immancabilmente punito con equità, rapidità e certezza. E che la «passione» è un’aggravante, quando significa negazione della libertà dell’altro.
Cultura della legalità significa far capire che lo Stato, con tutta la sua forza e autorevolezza, è sempre attivamente a fianco delle donne e sempre contro chi fa loro del male, con atti e minacce.

BASTA GIUSTIFICAZIONI. I maschi smettano di considerare i femminicidi come «compagni che sbagliano»: le spiegazioni, le giustificazioni dolciastre, le teorie sulla crisi del maschio occidentale lasciamole agli psicologi del carcere. In terza battuta, occorre che si senta molto più forte e chiara, e a ogni livello, la riprovazione sociale contro chi tratta una donna come «la roba» di Mazzarò, nella famosa novella di Giovanni Verga: distruggendola, quando non può più essere sua.
Ma finché ne parliamo solo noi donne e qualche giornalista maschio d’animo sensibile, ci sono poche speranze che la lotta al femminicidio diventi questione nazionale.

Così, per dire: anziché battibeccare su jet privati e Cayman, i candidati alle primarie del Partito democratico (che si svolgeranno, guarda caso, il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne), potrebbero raccontarci che cosa pensano di fare affinché l’Italia perda il record europeo di morte ammazzate.
TASSA DI DISSUASIONE. Ci piacerebbe sapere che cosa ha in mente in merito il presidente del Consiglio Mario Monti: chissà, una tassa sul femminicidio potrebbe essere un valido strumento di dissuasione.

Alla ministre Elsa Fornero, Annamaria Cancellieri e Paola Severino dico: «Alzate un po’ la voce, grazie». Una parola di Beppe Grillo sarebbe gradita, visto che la violenza maschile uccide più donne perfino del cancro provocato dagli inceneritori. Di un altro monito di Giorgio Napolitano possiamo anche farne a meno. Possiamo riutilizzarne uno vecchio e nessuno se ne accorgerà. E, comunque, per la prossima donna condannata sarà sempre troppo tardi.

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Una sentenza che impone una riflessione

Elvira Reale
www.womenews.net

L’esito ingiusto di uno dei tanti processi per femminicidio, quello a carico dell’assassino di Fiorinda ci parla di quello che è avvenuto in questi anni nelle menti dei giudici e nei tribunali*.

Oggi ci troviamo davanti ad una nuova formulazione del delitto d’onore ( abrogato nel 1981): il così detto delitto passionale o d’impeto. Quando l’assassino dichiara di non ricordare gli atti compiuti e di non essere stato cosciente al momento dell’atto omicidiario, il giudice chiama il tecnico ad attestare la presenza dell’incapacità di intendere e volere .

Il tecnico a questo punto “si sostituisce” al giudice e al linguaggio della giustizia si sostituisce il linguaggio tecnico, i cui fondamenti scientifici non sono sempre certi, che bypassa le prove e le testimonianze processuali e, attraverso improbabili diagnosi, giunge alla valutazione di incapacità di intendere e volere limitata all’evento.

Incapacità non di tutto, infatti l’omicida confesso può lavorare, avere famiglia e esser capace di ogni atto della vita quotidiana, ma incapace solo al momento dei fatti, dell’omicidio

. Una così specifica e chirurgica, quanto improbabile, incapacità offusca ogni altra discussione su prove e testimonianze e soprattutto fa tabula rasa della consapevolezza sociale (tanto sostenuta dal Consiglio d’Europa, dalle Nazioni Unite e da tutti gli organismi internazionali politici e sanitari) che i femminicidi , gli omicidi compiuti dagli uomini contro le donne, sono delitti tutti meditati e pre-meditati dagli uomini-

Le radici di questi crimini affondano nei rapporti instaurati con uomini che considerano le donne oggetto e possesso personale. Il femminicidio non può essere assunto, da un tecnico di turno, per lo più incompetente nella violenza di genere, come sintomo di una incapacità di intendere e volere; esso è invece per lo più effetto di una precisa volontà ed intenzionalità maschile finalizzata a punire le “proprie” donne che disobbediscono e si allontanano dalla relazione violenta.

Le nuove forme striscianti del “delitto d’onore” che, avallate da tecnici che non hanno competenze specifiche, rendono la giustizia incapace di perseguire con regole e strumenti propri (prove e testimonianze) i reati contro le donne e di difendere le altre donne dai nuovi reati. Questo è il motivo per cui noi oggi ci troviamo a contare le morti ed a chiederci perché aumentano: aumentano perché il femminicidio viene tollerato, sottovalutato, considerato impropriamente delitto passionale ( dai mass media) e d’impeto ( dagli psichiatri e dai giudici) con l’esito di rafforzare negli uomini un senso di impunità ottenuto anche con la complicità oggettiva di un sistema psichiatrico-giudiziario che fa uscire il delitto d’impeto dalle aule di tribunale, dai processi giusti, dalle sentenze “provate” e lo affida all’osservazione ed alle cure di un contesto tecnico, salvifico solo per l’omicida.

Questa ultima intollerabile sentenza ci impone una riflessione e nuove iniziative. C’è un mare che divide la vita delle donne dalla giustizia

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