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Maria Nostra Signora

Luisa Muraro

Caro prefetto che hai aggredito vigliaccamente un uomo coraggioso impegnato nella lotta contro la malavita, guarda che hai sbagliato su tutta la linea, anche quella linguistica, perché, primo, chiamando “Signora” la tua collega, quel prete ha usato una parola di grande dignità e, secondo, che altra parola doveva usare?
Infatti, primo: la Madonna, che per Dante e per tutta la civiltà cristiana è la creatura umana più grande che sia mai esistita, si chiama Nostra Signora. Secondo: in Italia, a differenza che in Francia, in Germania e in Spagna, nessuna autorità pubblica finora ha dato indicazioni ufficiali sui titoli di cariche quando queste sono ricoperte da donne. E poi, il tuo giochetto di difendere la dignità di una collega solo per sfogare la tua boria e reprimere le giuste contestazioni, guarda che non ha funzionato: boria maschile e repressione statale erano e restano.

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Il silenzio degli innocenti

Riccardo Menghini
www.altrenotizie.org

Quando un prefetto della Repubblica, in terra di camorra, toglie la parola e umilia pubblicamente un parroco che dedica la propria vita a difendere il proprio territorio dalla criminalità organizzata, allora vuol dire che forse davvero non c’è più speranza. C’è qualcosa di aberrante e spaventoso nel video in cui Don Maurizio Patriciello viene zittito dal prefetto Andrea De Martino per aver chiamato “signora” il prefetto Carmela Pagano: “La mia collega lei deve chiamata prefetto, non signora perché così offende anche me” e ancora “se io la chiamassi signore, lei come reagirebbe? Lei si rivolgerebbe a un sindaco dandogli del signore?”, ha tuonato De Martino.

L’increscioso episodio è avvenuto – nel silenzio delle autorità presenti, prefetti, sindaci, rappresentanti degli enti locali – durante una riunione sui rifiuti tossici presenti nel territorio a nord di Napoli, problema su cui da anni Don Patriciello si batte per sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità. “Il prefetto ha cercato di non farmi parlare davanti a settanta persone ma – questo il prete lo afferma senza polemica – io lo devo ringraziare perché questa storia ora la sanno dieci milioni di persone”. Sarà pur vero, ma resta l’amarezza per l’ingiustificata aggressione verbale compiuta dal prefetto.

Alcune volte la forma è sostanza, altre no. Stride dunque il contrasto tra l’atteggiamento “formale” ma allo stesso tempo carico di disprezzo e di aria da “lei non sa chi sono io” del prefetto e la compostezza mostrata dal parroco umiliato che si è visto zittire alla prima parola pronunciata. Chi era in quel momento il reale rappresentante delle istituzioni? Chi era il portatore degli interessi della collettività? Chi ha visto il video, non può che provare rabbia.

“Quello che accade qui non interessa a nessuno” afferma sconsolato il prete-ecologista riferendosi a Succivo, nel casertano, dove da anni sono presenti amianto sbriciolato e lastre di eternit e dove le donne malate di cancro sono aumentate del 47%.

Nelle zone a nord di Napoli, lo sversamento illegale di rifiuti pericolosi e altamente tossici è diventata ormai la prassi; un’abitudine tale da non suscitare più non solo scandalo ma neppure alcun tipo di interesse. Lo stesso comportamento del prefetto lascia intendere questo modo di vedere le cose e sembra voler dire: si sa che è così, non ci disturbi e anzi, porti rispetto!

Dopo aver in un primo momento rivendicato la propria sfuriata e dopo aver ignorato una toccante lettera inviatagli dal parroco il giorno successivo alla sceneggiata, il prefetto De Martino fa sapere di voler incontrare il parroco. Forse l’ampia risonanza ottenuta dal video pubblicato on-line, che ha superato le centomila visualizzazioni, lo ha convinto (o costretto?) ad una sostanziale retromarcia: ”Si è registrata una situazione che mi ha visto protagonista di un eccesso, forse per stanchezza, perché non riconosco quei toni nella mia indole”.

Ciò nonostante, nel video c’è un’immagine che resta impressa nella mente: è il fermo-immagine pubblicato dai quotidiani che mostra Don Maurizio attonito, curvo e indifeso, e che sembra essere il simbolo dell’impotenza di chi non riesce a far sentire la propria voce ma, allo stesso tempo, lotta senza piegarsi contro qualcosa più grande di sé, come l’indifferenza dello Stato o la violenza delle mafie. Stato e mafia. Termini che purtroppo sempre più spesso sentiamo accostare l’uno all’altro.

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