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Politiche (anche elettorali) di stato e di chiesa di G.Codrignani

Giancarla Codrignani

Non si sa mai se le scelte politiche degli italiani sono serie, soprattutto quando cercano l’alternativo, “il nuovo”. Per fortuna il Vaticano sceglie sempre il vecchio (consiglio Daniele Menozzi Chiesa e diritti umani), così almeno un punto “fermo” lo si trova.

Sintesi delle elezioni siciliane: chi non si assume la responsabilità del voto (tutti i corrotti su cui si invoca il forcone giustizialista sono stati ripetutamente votati da non innocenti elettori) si autocostringe al silenzio sulle politiche future e ridiventa un suddito che si fa governare. Non ho sintesi anticipata per le elezioni americane, ma temo che non saranno molto diverse: la crisi che coinvolge il mondo è anche crisi della democrazia finora sperimentata.

Le primarie stanno diffondendosi come pratiche di singole formazioni, senza avere vincoli di legge: tuttavia danno il via alla politica personalizzata che o torna alla propaganda “porta a porta”, o investe soldi per fare l’immagine di persone comuni che non sono premi Nobel o calciatori della nazionale. I poveri, ovviamente, esclusi. Per ora siamo alle lobbies casalinghe di parrochie, costruttori, sindacati, cooperative, compagnie di Opere o di bar sport. In vista un Parlamento di ricchi non disinteressati complementare alla strategia di Berlusconi che, dopo essersi comperato un partito e un elettorato per tre volte, ha silenziato l’opposizione, spettacolarizzato l’informazione e, di fatto, distrutto il Parlamento e il senso della rappresentanza. Che deve essere disseppellita per non suicidarci alle prossime elezioni amministrative e politiche.

Il Vaticano, intanto, ha celebrato il Sinodo. Nulla a che vedere con la sinodalità auspicata dal Concilio Vaticano II, nemmeno nella problematica prospettiva del prossimo “anno della fede”. Infatti ci allarma: “i principi stessi della nostra fede sono minacciati”. La colpa è la secolarizzazione. E’ un secolo e mezzo che oltre le sacre mura ne hanno paura ed è un bruttissimo segnale che non si domandino – neppure dopo due guerre mondiali, la democrazia diffusa, i diritti del lavoro, la “parità” delle donne, il divorzio, l’unione dell’Europa, le nuove tecnologie, le staminali – se per caso abbiano proprio loro a che vedere con le cause del fenomeno. Come se non avessero mai visto un filmato sugli entusiasmi che suscitava la speranza (che sarebbe una delle teologali) risvegliata dal Concilio.

Per fortuna c’è a Milano l’erede di Martini che tenta di giocare in proprio la carta del Concilio in una partita che apre sul futuro pontificato. La prolusione al convegno internazionale “Il Concilio ecumenico Vaticano II alla luce degli archivi dei padri conciliari” intende “offrire qualche pista per un’adeguata ermeneutica conciliare necessaria per comprendere il processo di recezione”. Rifacendosi al suggerimento di Benedetto XVI (22. XII. 2005) che, 43 anni dopo il Concilio, invitava a ripensare “il nesso tra ermeneutica e recezione”, Angelo Scola “adegua”. Punto di riferimento resta il Vaticano I e la recezione di questo nel contesto socio-culturale sia dopo la questione romana, sia nei conflitti della prima metà del Novecento, sottolineando appunto i “tentativi precedenti a quello di Roncalli di riprendere il concilio Vaticano I”. Infatti Giovanni XXIII, “un uomo profondamente legato alla tradizione”, insieme con Paolo VI e i padri conciliari, ha inteso “sottolineare la natura salvifica della Chiesa proprio con l’evidenziarne il compito pastorale….

In forza della pastoralità è possibile precisare il rapporto tra cristianesimo e storia nella prospettiva della logica sacramentale”. Studiando gli schemi preparatori e i contributi contrapposti (corregge solo chi li accusava di “miopia ed elefantiasi” ed era Giuseppe Alberigo), condivide l’opinione che siano stati “teologicamente” la fase più importante di un concilio dalle “finalità non sempre tra loro omogenee (aggiornamento, unità dei cristiani e della famiglia umana, attenzione ai segni dei tempi, indole pastorale del magistero, scelta di espore più chiaramente il valore dell’insegnamento piuttosto che di condannare)”. A suo avviso “i documenti conciliari non solo fanno parte dell’evento, ma permettono l’accesso all’evento stesso nella sua verità…Non c’è antinomia tra evento e corpus dottrinale, ma continuità”. Anche se “esiste una sporgenza dell’evento rispetto ai testi”. A parte la scelta del termine “sporgenza”, questa risponde a “un’intenzione generativa dei testi” che impedisce al lettore o allo scienziato di appropriarsene e che “fa emergere l’insostituibile ruolo del protagonista del Concilio e della recezione: il “soggetto Chiesa”. Insieme con molte altre cose, dixit Scola. Candidato almeno a servire un’estrema unzione soft al Vaticano II. Ma anche a qualcosa di più.

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