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Paestum (NA) – Primum vivere: la rivoluzione necessaria di C.Galetto e D.Lupi

Incontro nazionale di Paestum

Primum vivere: la rivoluzione necessaria
La sfida del femminismo nel cuore della politica

 Carla Galetto, Doranna Lupi

La descrizione e la sintesi politica più efficace dell’evento, da grande giornalista quale è, l’ha data Ida Dominijanni all’indomani stesso sul Manifesto del 9/10/2012, e forse é un’introduzione necessaria su cui continuare a riflettere, perciò la riportiamo per chi non l’avesse letta:

Altro che antipolitica: all’ombra delle rovine di Paestum, tracce parlanti del tempo che alla polis diede origine, quello che si respira è un inequivocabile e dichiarato desiderio di politica. Altro che rottamazione: fra le ottocento e più femministe di ogni età convenute da ogni dove il conflitto generazionale, quando c’è, si gioca in presenza, guardandosi negli occhi, incontrandosi e scontrandosi, ascoltandosi e modificandosi a vicenda. Altro che sprechi: ospitalità generosa e contribuzione condivisa danno corpo a un’economia della cura che vive e consente di vivere nelle pieghe della crisi di civiltà.

La pratica femminista funziona così: mette in scena più che stilare programmi, mostra il cambiamento più che dichiarare intenzioni, modifica la soggettività più che enumerare obiettivi. Quello che Paestum ha messo in scena è un altro ordine del discorso, un altro vocabolario, un’altra modalità, e non da ultimo un’altra estetica della politica, a fronte di quelli correnti.

Nulla di nuovo, si dirà, rispetto alla parabola quarantennale del femminismo, e invece sì. Perché se all’origine il taglio femminista significò il desiderio delle donne di collocarsi altrove e altrimenti rispetto alla politica data, oggi l’altrimenti resta ma l’altrove cade: il desiderio è di mettersi al centro della trasformazione, e di guidarla.

Il femminismo italiano non è mai stato in silenzio, anzi è vivo e vegeto! La storia del femminismo non è stata già tutta scritta. La ricchezza, la vitalità e l’attualità del movimento delle donne costituiscono un patrimonio enorme per una rivoluzione permanente.

Il numero non è una sorpresa: 600-700-800…quasi mille? 50-100 città? Un numero altrettanto alto di associazioni, gruppi e in più le singole. Le bravissime organizzatrici si sono impegnate a fornire una email-list che permetterà a chi vuole di ritrovarsi

Il luogo è simbolico, nel 1976 a Paestum si tenne il primo incontro nazionale del femminismo italiano, al quale parteciparono 1000 donne.

Ma lo spirito che anima il secondo Paestum non ha nulla a che vedere con la nostalgia.

D’altronde, afferma Lea Melandri in apertura, come si può avere nostalgia di cose che non si sono mai abbandonate? Qui le donne sono mosse da un altro desiderio, da altre necessità: rilanciare, tornando alla radice dei problemi, alle intuizioni originali del femminismo, per aprirsi a soluzioni nuove, per lavorare alla costruzione di un nuovo patto sociale.

I percorsi delle donne si sono differenziati, ci sono stati dei conflitti, ma le nostre amicizie hanno fondamenta molto solide ed è evidente che il grande patrimonio politico di questi quarant’anni è la relazione tra donne e la consapevolezza che solo di lì possa passare il cambiamento.

Il metodo è l’elemento più caratterizzante. Non è un convegno, niente relazioni né iniziali né finali, non schemi gerarchici o preiscrizioni, ma una prova quasi del tutto riuscita di un “pensare in presenza”, con interventi dal posto con tre microfoni mobili, nacchere a segnare il tempo, applausi che neanche l’esigenza di risparmiare tempo riesce a eliminare. Ciò che ci accomuna è proprio questa pratica dell’ascolto in presenza per lavorare ad una autonomia di pensiero che sola può produrre azioni efficaci: donne che ricevono la loro forza da sé e dalle altre donne. Metodo è sostanza, dice una giovane sarda. Nel dopo Paestum Lia Cigarini affermerà: “Io sono particolarmente attenta alla pratica più che hai contenuti, perchè la pratica indica la modificazione, indica lo spostamento, indica la presa di coscienza, mentre i contenuti sono qualcosa che è imposto dalla contingenza”.

La bella sorpresa di Paestum sono proprio le numerose giovani donne, intelligenti, colte, “precarie sul piede di guerra”, che hanno preso la parola senza esitazione per dire la rabbia, l’impegno, il desiderio di incidere.

Siamo tutte femministe storiche. Con questo salto simbolico, che delinea un altro modo di declinare il tempo, Eleonora pone fine alla quérelle sull’intergenerazionalità e ci dichiara tutte contemporanee perchè generazione politica che qui e ora, demolendo le differenze anagrafiche, si misurano sulle innegabili diversità. Lo spostamento é tale che da qui in avanti non se ne potrà prescindere e infatti nell’assemblea la sua scoperta rimbalza con gioia in tutte noi.

La prima grande diversità che le giovani pongono inizialmente in termini perentori, come dato quasi ontologico, è il fatto di essere precarie.

Il lavoro politico portato avanti nell’assemblea porterà la stessa Eleonora, per certi versi portatrice di un’analisi politica complessa e articolata e linguisticamente raffinata, a riconoscere che tale termine non deve essere trasformato in un “universale” che impedisce di vedere la complessità del reale.

Se il precariato è una delle modalità in cui oggi storicamente si manifesta il lavoro, la precarietà non conosce distinzioni di età, come afferma Mercedes, la donna di Torino immigrata dell’Alma Mater; anche la malattia e la vecchiaia creano precarietà, aggiungono altre.

Rappresentanza Rappresentazione e 50/50: sembra che nessuna delle presenti creda in una politica delle quote, del 50 e 50, come risolutoria di una presenza qualitativa delle donne nelle istituzioni. La differenza sta tra quelle che la considerano inutile o addirittura illusoria e fuorviante e quelle che la propongono come riduzione del danno utile, se accompagnata da una rivoluzione permanente che riempia di senso questo stare nei luoghi dove si decide (termine questo che Cigarini propone di sostituire al termine “potere”: le donne vogliono essere presenti nei luoghi dove si decide, non vogliono prendere il potere o stare al potere).

E’ sotto gli occhi di tutte e nell’esperienza di molte che non basta che una donna sia dentro le istituzioni o dove si decide perchè la differenza femminile venga significata e la storia ne sia attraversata, perchè le donne in questi luoghi sono il più delle volte costrette dentro misure maschili, rappresentate da valori quali l’efficienza,il profitto,la competitività, difficili perfino da scalfire. Occorre portare in quei luoghi una misura femminile, ma questo richiede una rete di relazioni con le altre donne e pratiche tutte da inventare.

Risulta interessante, anche se Pellerino, assessora del Comune di Torino, nel suo intervento iniziale ne ha evidenziato pure le difficoltà, la pratica di una rete di donne di Torino, chiamata Collettivo civico delle donne, che ha sostenuto la sua candidatura e con cui continua la relazione politica.

Primum vivere: vivere non è sopravvivere, ma dare un senso nuovo alla vita, oggetto della nostra cura. Prendersi cura del mondo, per consegnarlo alle future generazioni, attraverso un nuovo modo di pensare la qualità della vita. Aver cura della vita, del ben-essere e della felicità del vivere. Non si tratta di salvare il mondo, ma di viverci meglio. Per rifondare la politica bisogna mettere al centro la vita; il tempo della vita è tempo della relazione. La cura è quel “di più” che si mette in tutto ciò che si fa: forse si può parlare di amore nella cura.

Il dopo Paestum è già il fiume in piena che si sta riversando sul sito www.paestum2012.wordpress.com. Vi invitiamo a seguire l’ampio e ricco dibattito che sta continuando…

Sul tema del lavoro riportiamo l’intervento di Lia Cigarini:

La lettera di invito a Paestum ha due enunciazioni forse troppo impegnative: “Primum vivere anche nella crisi” e “la sfida femminista nel cuore della politica” ma io e altre consideriamo necessario approfondire e discutere proprio questi due punti.

Primum vivere anche nella crisi è la prima affermazione del Sottosopra “Immagina che il lavoro” uscito tre anni fa nell’ottobre 2009.

In Libreria, nel gruppo lavoro e nell’Agorà di Milano, abbiamo parlato e discusso molto della crisi e abbiamo concluso che il cambiamento del lavoro e del mondo, parte, se parte, da dentro la vita di ciascuna/o più che dalla scienza economica.

Perciò si è proceduto per tutt’altra strada partendo dalla nostra esperienza di vita e lavoro trovando subito alla nostra riflessione un titolo: primum vivere.

Il PIL, i parametri di Maastricht, che sono una gabbia che produce povertà e infelicità, le stime di crescita economica e come ottenerla (la proposta corrente è, come sempre quella di aumentare i consumi ) non danno risposte utili per correggere i guasti del passato e per progettare il futuro, anzi mai come oggi i cosiddetti saperi degli esperti hanno svelato la loro parzialità e la loro impotenza. Questo lo dicono anche molti economisti critici del sistema capitalistico. Voci che però rimangono inascoltate e prive di efficacia politica perché anch’essi non mettono in gioco la soggettività di chi lavora.

Nei gruppi lavoro si è potuta intravedere un’altra strada perché qualcosa di imprevisto è cambiato nel mercato del lavoro negli ultimi decenni: ci sono moltissime donne più scolarizzate degli uomini, e con altri bisogni, desideri e interessi.

Le donne infatti mettono in primo piano il loro rapporto con il lavoro, con la politica ecc. e il senso che danno a quello che stanno facendo, cioè la soggettività. Fino ad ora il lavoro era solo quello comprato e venduto nel mercato, una merce.

Lavorando invece dentro la vita si può pretendere da parte delle donne che cambi il concetto di lavoro e di tempo di lavoro. E a partire da qui, dal lavoro inteso come unità di lavoro produttivo e di relazione, si può pretendere di ridefinire l’economia; le priorità, che non penso proprio debbano essere solo quelle che portano ai bilanci in pareggio.

Uno stato, secondo me, può addirittura rasentare il fallimento ma rendere la vita più vivibile e intelligente ai propri cittadini.

Primum vivere. La mia proposta, dunque, è di dire pubblicamente quello che sappiamo su come vogliamo vivere, e sul lavoro necessario per vivere, a partire dalla critica, della evidente unilateralità dell’economia maschile sia di quella dominante che di quella di opposizione, con la consapevolezza che quello che si dice e si agisce ha un valore universale non è solo delle donne.

Una, in una riunione, ha detto: non riusciremo a cambiare il lavoro e l’economia, e neppure a placare la violenza degli uomini sulle donne, se non imponiamo loro un impegno costante nella vita quotidiana.

Sono d’accordo, dalla crisi si può uscire, nel modo di cui parlavo prima, solo se anche gli uomini saranno finalmente disposti a prendere nelle loro mani la responsabilità delle loro vite, e non continuino a chiedere nello spazio domestico, protezione e cura alle donne. E soprattutto che essi riconoscano che questo possibile spostamento possa cambiare il pensiero politico e la pratica politica stessa.

C’è un conflitto tra i sessi su questo punto e tra le donne stesse.

La presenza delle donne nello spazio pubblico, donne che la presa di coscienza rende protagoniste, è dunque l’elemento dirompente nel mercato e apre nuovi conflitti sul piano politico e simbolico, quello in cui, più della rappresentanza conta la auto-rappresentazione di ciò che si vive e che si vuole. Perché una persona possa orientarsi ha bisogno di un’immagine di sé, di quello che desidera e di quello che le capita.

C’è una questione che vi voglio porre, un fatto che si deve registrare: le donne vogliono esserci e contare nel mondo anche nei luoghi dove si decide, e possibilmente trovare una misura femminile dell’esserci (la coscienza di questo è molto più ampia di quello che si crede: i piccoli interventi di cambiamento nel minuscolo là dove arrivano le proprie relazioni, ci sono). Le crisi portano miseria per molti ma possono essere produttive di nuove idee. L’allenamento nel microscopico delle relazioni tenendo conto della situazione dell’altra è un sistema più lento ma più vero. Fermo restando questa pratica io penso, che bisogna noi stesse slanciarsi in un orizzonte più grande, ad esempio io penso che siano necessarie azioni di rottura e di rivolta e mi aspetto che da questo nostro incontro alcune, molte, tutte escano con la voglia e la capacità di farlo.

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Decostruire e ri-costruire la polis

 Imma Barbarossa
www.womenews.net

Eravamo tante a Paestum e perciò la voglia di discutere ha subìto drastiche limitazioni nelle due plenarie, meno nei gruppi, che erano non tematici, privi di quei formalistici report che diventano quasi “piattaforme”, impegni di lavoro, formalità organizzative, dove non c’è tutto quello che ci dovrebbe essere, anzi vengono offuscate proprio le cose dette con passione.

Che tante donne, tante femministe abbiano sentito il desiderio di incontrarsi, abbiano deciso di trasformare i loro disagi personali in una passione politica è parso a tutte un evento.

Che tante giovani si siano incontrate tra loro mettendo in una discussione comune la rabbia contro la precarietà e il furto del futuro, e abbiano voluto parlarne con le femministe scherzosamente dette ‘storiche’, è un altro evento.

Che alcune abbiano promosso tutto questo e che il tutto sia stato puntigliosamente e affettuosamente organizzato da poche (tre è stato detto da Lea Melandri) donne di un’associazione intitolata al nome greco di una dea, “cacciatrice” ma insieme orgogliosamente “indifferente” al fascino maschile e desiderosa di compagne donne (Artemide), è stato davvero molto bello.

Eravamo tante e perciò la voglia di discutere ha subìto drastiche limitazioni nelle due plenarie, meno nei gruppi, che erano non tematici, privi di quei formalistici report che diventano quasi “piattaforme”, impegni di lavoro, formalità organizzative, dove non c’è tutto quello che ci dovrebbe essere, anzi vengono offuscate proprio le cose dette con passione.

Mi limiterò ad alcune considerazioni:

–  le giovani hanno occupato il centro delle discussioni, con la loro critica radicale dell’esistente, la loro indignazione, la loro “pretesa” di giustizia. La proposta del reddito di cittadinanza (o di esistenza) viene così declinata nell’alfabeto femminista reddito di autodeterminazione e, opportunamente, sradicata non dal lavoro (come accusano alcune riflessioni sindacali), ma dall’idea produttivistica del lavoro, che oggi più che mai è lavoro servile e sotto ricatto.  Si pensi alla tragedia dell’Ilva di Taranto, dove – caso particolarissimo nella storia del movimento operaio – i lavoratori e le lavoratrici sono in gran parte “costretti/e” a stare con l’azienda, in una sorta di corporativismo sia pure senza fascismo. Si pensi a Pomigliano, dove tante donne (in percentuale più degli uomini) hanno detto NO a Marchionne nel referendum, nonostante la concezione ‘familistica’ e ‘aggiuntiva’ del salario femminile.

–  mancava qualcosa a Paestum secondo me: mancava la presenza politica autorganizzata delle donne “eccentriche” o “asimmetriche”: lesbiche, migranti, lavoratrici sessuali. Avremmo avuto contributi e sguardi importanti e si sarebbero messe in scena contraddizioni culturali, teoriche, politiche. Non già, come è avvenuto purtroppo, la noiosa e antica querelle sulla presenza di donne 50 e 50 nelle liste elettorali e nelle istituzioni (Parità? Diritto? Democrazia di genere? Elemento di civiltà? Omologazione? Neutralizzazione della differenza femminile?).  Ma attraverso elementi di forte soggettività femminile, di protagonismo al di là delle pur giuste rivendicazioni di diritti e della descrizione/analisi di condizioni di disagio, la presenza politica delle donne migranti e ‘straniere’ – come ha ben detto Mercedes Frias – ci avrebbe richiamate a confronti ravvicinati sui fondamentalismi occidentali e ad una critica più radicale dell’eurocentrismo e della scandalosa assegnazione del Nobel per la Pace ad una Unione Europea che diffonde la pace attraverso le guerre; l’autoaffermazione di soggettività lesbiche avrebbe ‘mescolato le carte’ e avrebbe aperto a tutte un orizzonte di senso antipatriarcale più ampio; il contributo, spesso ‘unilaterale, delle sex workers (come ha scritto Pia Covre) avrebbe suscitato certo qualche accesa e utile discussione.

In ogni caso, il senso dell’incontro sta secondo me nel desiderio (e nel bisogno) delle donne e delle femministe di mettersi in gioco insieme in quanto soggetto collettivo fatto di differenze, di corpi, di desideri, di passioni. Non tanto per entrare in una polis costruita dagli uomini a loro misura, ma per decostruire e ri-costruire quella polis. Per sconfiggere il patriarcato, che è sì in forte ed evidente crisi di identità ma che allo stesso tempo tende pervicacemente ad una continua ristrutturazione.

Mi è inoltre parso di cogliere, diffuso, quello che è anche il mio desiderio, quasi una fissazione, quello di “continuare”, che ci sia un dopo Paestum nella mente e nelle pratiche di tutte. Un movimento politico di donne? Una rete? Non importa, purché questo incontro non sia solo una data da ricordare con amore o, peggio, con nostalgia.

Giacché, come ha ben detto Lea Melandri all’inizio, non si può rimpiangere qualcosa che non si è mai lasciato.

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Un grande evento, un’occasione sprecata

Rosa Calderazzi
www.womenews.net

Non è detto che da questo convegno non possano sorgere movimenti e spinte diverse sia per quanto riguarda la riflessione sia soprattutto per diventare un movimento che agisce e pesa sulla scena politica. Avendolo già fatto in altre occasioni è possibile che ciò accada. Speriamo che non sia troppo tardi…

La partecipazione alla 2 giorni è stata altissima: circa 1.000 donne provenienti da tutta Italia, con la presenza dell’intero arco del femminismo storico (Libreria delle donne, Libera Università delle donne, Casa internazionale delle donne e centinaia di femministe note…) ma anche di un discreto numero di giovani: segno della necessità di incontrarsi e confrontarsi. Il confronto si è svolto in assemblea plenaria il sabato e la domenica mattina in maniera simpatica e inusuale (facendo girare il microfono nella sala, senza interventi e relazioni precostituite) e in gruppi di lavoro multitematici il sabato pomeriggio.

Per almeno la metà del tempo si è discusso del tema della rappresentanza/partecipazione politica, il 50e50, non so se per la preoccupazione per la prossima scadenza elettorale, se per la presenza di assessore locali, se per la presenza di alcune donne di SNOQ: è certo che a me e a molte è sembrato eccessivo focalizzarsi su questo tema che aveva già causato divergenze insanabili in Usciamo dal silenzio. Fortunatamente si è giunte ad una sana mediazione: le donne che hanno desiderio di percorrere una strada istituzionale devono poterlo fare senza limitazioni e sostenute da altre donne, ma senza che ciò diventi obiettivo prioritario del movimento.

L’altro tema discusso ad opera soprattutto delle giovani è stato il lavoro e il precariato, precariato che ormai investe molte vite anche adulte e che crea un serio ostacolo per l’emancipazione e la liberazione. Alcune hanno posto l’obiettivo del reddito di esistenza. Altre, come un’operaia Fiat di Acerra, hanno mostrato la difficoltà di essere donne oggi e di poter sviluppare un movimento su temi concreti.

L’altro tema messo all’ordine del giorno dall’appello Primum vivere sessualità, corpo, violenza quasi non è stato toccato dal dibattito: a causa dell’età mediamente elevata delle partecipanti?

Quindi, a 36 anni dall’altro Paestum, un grande evento di partecipazione e di dibattito ma un’occasione sprecata. Pur volendosi considerare una scadenza del femminismo radicale, in contrapposizione a quello di SNOQ, va da sè che la radicalità non si misura sulle frasi enunciate ma sul percorso e le strategie che si mettono in campo e sulla forza e gli obiettivi che si esprimono.

Le conclusioni di Lea Melandri non hanno indicato nulla di tutto questo: nè l’indicazione di punti comuni, nè il percorso futuro, nè obiettivi e scadenze. Sembra di essere fuori dal tempo storico che stiamo vivendo, incalzate dalla crisi economica, politica e di civiltà; sembra di poterci permettere di essere a lato dei problemi e delle vite concrete. Alcune giovani e poche altre come l’operaia Fiat o un’insegnante di Roma hanno mostrato un più concreto e politico punto di vista ma i loro interventi sono stati ascoltati e poi messi da parte. Non un manifesto comune, nè tanto meno una scadenza comune visibile ma solo permanenza del blog e invito a scrivervi e a continuare il confronto.

E’ decisamente un’occasione sprecata: manca la visibilità politica delle donne che pure continuano a lavorare politicamente negli ambiti più svariati e in numerosissimi collettivi. E ci si ritiene soddisfatte delle vecchie forme di pratica politica, oggi seriamente messe in discussione dalla crisi e dai colpi che ci vengono sferrati.

Ma non è detto tutto: la realtà è dura a morire e potrebbe schiaffeggiarci con violenza e costringerci a guardarla in faccia. Non è detto che da questo convegno non possano sorgere movimenti e spinte diverse sia per quanto riguarda la riflessione (che a Paestum mi è sembrata un po’ datata e senza particolari necessarie innovazioni) sia soprattutto per diventare un movimento che agisce e pesa sulla scena politica. Avendolo già fatto in altre occasioni (Usciamo dal silenzio, Sommosse, Snoq) è possibile che ciò accada. Speriamo che non sia troppo tardi…

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Care amiche,

non sono una grande conoscitrice di blog, ma credo di poter dire fuori di dubbio che il blog Paestum 2012 Primum Vivere è di una qualità rara, se non unica, nel suo genere. Se i network ci stanno abituando a comunicazioni sempre più concise e veloci, i commenti che arrivano dopo l’incontro nazionale dei primi di ottobre sono, al contrario, analisi, riflessioni ampie approfondite sui temi che più ci interessano.

Abbiamo pensato che potesse essere il luogo virtuale in cui dare seguito all’ assemblea e ai gruppi di discussione, e di fatto lo sta diventando, nel momento in cui riusciamo a far di nuovo incontrare qui –in attesa di incontri reali in carne e ossa in qualche città- le molte voci che abbiamo ascoltato a Paestum e altre, di chi non c’era. Sarebbe importante, per mantenere la relazione tra noi, mettere in comune temi, proposte, approfondimenti che stanno emergendo negli incontri cittadini, di cui abbiamo notizia dall’agenda.

A Paestum abbiamo condiviso l’esperienza di una pratica politica –il “partire da sé”- e la ripresa di un punto di vista radicale sul mondo, entrambi già in parte presenti agli inizi del femminismo, e che oggi, interrogando la crisi di un sistema economico e di un modello patriarcale di civiltà, riguardano uomini e donne. Sui contenuti sono emerse posizioni diverse ma mai contrappositive –e questo è un grande risultato rispetto alle logiche dell’amico-nemico.

Caso mai si potrebbe dire che i temi sono rimasti spesso solo un’indicazione, senza un adeguato approfondimento, o solo toccati di sfuggita e subito lasciati cadere. Così è stato per la “rappresentanza” (ma forse sarebbe meglio chiamarla “presenza”) delle donne nelle istituzioni, per la “precarietà”, per il “reddito di cittadinanza”, la cura/lavoro, la sessualità, la violenza, il rapporto con le donne di altre culture.

Una maggiore articolazione dei discorsi è quella che si potrà leggere nelle trascrizioni e nei resoconti dei gruppi, man mano che sono pronti. E’ evidente che ognuna di queste tematiche va ripresa. In alcune città lo si sta già facendo e qualora si riuscisse a conoscerne i risultati, non sarebbe difficile trovare punti di condivisione e azioni efficaci da portare avanti insieme anche a livello nazionale.

Lea Melandri

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Paestum 6-7 ottobre 2012 – appunti

L’organizzazione era essenziale, niente di “frontale”, non c’era un tavolo di presidenza, non c’erano relazioni preparate e interventi pronti, ma un gran desiderio di ascoltarsi, il microfono girava liberamente in platea passato da alcune. Tutto è filato liscio, c’è stata un’affluenza superiore al previsto: più di 800 (altre dicono 1000) donne provenienti da 50 città italiane con alcune immigrate. Un metodo che è già politica e insegna molto sulla capacità delle donne di autogovernarsi -e quindi di governare- riducendo a zero le  sovrastrutture. È una cosa che va pensata e fatta conoscere, perché il  ritrovarsi insieme a discutere i problemi urgenti che riguardano tutte/i per  orientare il cambiamento è politica.

La discussione è stata accesa soprattutto sulla questione della rappresentanza: si sono confrontate le posizioni delle donne favorevoli alla formula paritaria del “50 e 50” con quelle che, invece, non hanno una visione “contabile della democrazia” e affermano il valore di altre pratiche; come ha detto Ida Dominijanni cercano “un altro linguaggio, un’altra estetica della politica rispetto a quella corrente”. Forse è mancato il confronto, ed è stato poi pressante l’invito a farlo, con l’esperienza di quelle che hanno abitato e abitano i luoghi del potere, per interrogarle sui costi e sui vantaggi di questa scelta per sé e per le altre, e sugli “spostamenti” che questa esperienza opera (o non opera) nella collettività. “Il loro agire -ha chiesto Giordana Masotto- mette in discussione il potere?”

La rappresentanza basata sul 50 e 50 è una proposta povera -ha detto qualcuna- perché il potere divora la quantità. Cadute le contrapposizioni e le pregiudiziali, è emerso soprattutto in un gruppo (9) la necessità di mantenere viva la relazione con le donne che desiderano stare nei luoghi dove si decide (Lia Cigarini, che ha insistito sullo spostamento linguistico da “luoghi di potere ” a “luoghi dove si decide”). Il protagonismo femminile deve confrontarsi con le pratiche e verificarne l’efficacia.

Sul tema della cura, trattato in particolare nel quarto gruppo e ripreso da alcune, si è sottolineato la necessità di ribaltare il senso della parola cura, che dal rischio di essere una “prigione” per molte donne, deve diventare una pratica che scompagina il potere. Rispetto alla precarietà, problema sollevato con forza dalle giovani perché impedisce anche la libera progettualità del futuro e mette in discussione la loro identità, hanno avanzato la rivendicazione del reddito di cittadinanza, che esiste in altri Paesi. Per le giovani il “reddito di esistenza” è la condizione necessaria per accedere ad altre possibilità di autodeterminazione, al riconoscimento della soggettività. Come ha detto una ragazza, però, non bisogna fare della precarietà un universale. Un’altra ha detto basta con le distinzioni fra le giovani e le anziane: “perché siamo tutte nella storia, tutte contemporanee.”

Riunione plenaria di sabato Lea Melandri: “È necessario tornare alle radici del femminismo. Nessun  atteggiamento nostalgico: non si può avere nostalgia di quello che non si è mai abbandonato. Sono presenti donne con percorsi molto differenti che non si incontravano da anni. Non ci sono discorsi precostituiti. Il pensiero e la parola nascono dall’ascolto. La politica comincia con l’introdurre nuove  modalità di parola”.

Adriana Culicchia: “Ho 40 anni, è la prima volta che mi trovo con sole donne, sono davanti alla mia identità”.

Francesca, avvocata di Bari: “Ho 39 anni, voglio un ponte con le giovani. Sono  favorevole alla rappresentanza del 50 e 50”.

Immigrata di Torino: “Sono integrata e emancipata, voglio parlare della condizione di quelle, chiamate spregiativamente badanti, che hanno permesso a molte di essere qui, ma non voglio maternalismi”.

Paola Bono: “È importante trovare gli impulsi originari per andare oltre”.

Elena: “Ho 70 anni, sono emozionata come al primo Paestum, quando non avevamo, come adesso, un corpus a cui rifarsi. Non provo nostalgia”.

Stefania: “Gli uomini si stanno appropriando di parole che non sono le loro”.

Elisa: “Pongo la questione del 50 e 50 perché non possiamo caricare di pesi eccessivi le poche donne elette”.

Silvia di Venezia: “Ho 29 anni, vivo in un mondo maschile e qui sono emozionata. La percezione del tempo crea una distanza tra soggetti di generazioni diverse. Dobbiamo essere capaci di sentirci contemporanee”.

Maria Luisa Boccia: “Nelle nostre pratiche la dimensione del conflitto è strisciante. Ci confrontiamo pochissimo sulle pratiche e sui risultati. Dobbiamo configgere con le politiche di donne che fanno ostacolo a modificare le nostre vite. La cura del vivere è modificare profondamente il lavoro. Sul 50 e 50 ho cambiato idea. Chiedo a chi è favorevole al 50 e 50, quali sono i guadagni e le modificazioni? Questo tipo di rappresentanza non è una premessa, ma un ostacolo, comunque non voglio mettermi in una posizione frontale”.

Una. “Sono metalmeccanica. L’accordo FIOM viola tutte le conquiste delle donne, per esempio è stata abolita la 104 per il congedo per cura. È necessario che vadano al governo molte donne” (poi racconta che la Fornero ha preso misure contrarie alle donne).

Marisa Guarneri: “Non mi aspettavo qui a Paestum niente di più. In questi anni abbiamo accumulato un patrimonio enorme: la relazione tra donne. Sono presidente della Casa delle donne maltrattate, c’è pericolo che le istituzioni se ne impossessino”.

Rosa di Milano: “Sono di Quaderni viola, ci occupiamo di lavoro. Siamo state sempre attive. Che cosa è mancato? Un ascolto generale, collettivo. Vorrei creare obiettivi comuni e superare settarismi e conflitti”.

Ilaria di Padova: “Il patriarcato per noi è il precariato, che si abbatte soprattutto sulle donne. A Livorno al convegno sul lavoro eravamo tutte giovani”.

Luisa Muraro: “Rispondo all’operaia. Le operaie hanno bisogno di allearsi con le vecchie. Che cosa ha ottenuto da Finocchiaro e Fornero? Nulla. Quindi è inutile che continua a dire: le donne devono andare in parlamento, ecc…” Giulia di Roma: “Sono del collettivo universitario. Nel movimento c’è una presenza determinante delle donne, ma non è visibile l’essere donne.

Anna Rosa Buttarelli: “La politica delle donne è radicale, per questo sono contraria alla rappresentanza di genere: il potere si mangia la quantità”.

Una del gruppo Le troglodite: “Dove indirizziamo questa nostra forza? Diamo alla parola cura un senso sovversivo. La cura può essere una prigione per le donne, ma portata nello spazio pubblico diventa una forza enorme di cambiamento”.

Maria Grazia di Torino: “Sono assessora, prima ero l’unica in giunta, ora siamo la metà e mi sento molto più forte, ma è cambiato il modo di relazionarmi con il movimento delle donne. Il femminismo deve avere strumenti di potere”.

Ida Dominijanni: “Nella lettera di convocazione c’è uno spostamento rispetto  alla questione della rappresentanza verso la rappresentazione. Parlare del 50 e 50 a favore o contro mi porta in una dimensione fantasmatica. È una scorciatoia. Non ho una visione contabile della democrazia.  L’autorappresentazione è importante perché la questione è la rappresentata/o, non chi rappresenta. Bisogna spostare il problema, perché la rappresentanza è un dispositivo preciso che funziona sulla neutralità. Oggi c’è un tornaconto maschile di inclusione che passa per la cooptazione e la neutralizzazione. Parlo anche dei luoghi di lavoro”.

Giorgia: “Ho 29 anni. Sono emerse 3 questioni. Rapporto generazionale, rappresentanza, cura. Siamo tutte femministe storiche perché contemporanee. Il 50 e 50 è una risposta illusoria. Le quote rosa si sono trasformate in meccanismi di potere. Alla libertà si risponde con l’inclusione e la neutralizzazione dei conflitti”.

Wanda Tommasi: “Richiamo l’attenzione sulla ricchezza delle donne, del femminismo, le pratiche di relazione e la radicalità del partire da sé. C’è difficoltà a far capire che questa è già politica. Il conflitto vero sta nel sottrarre terreno al potere”.

Donatella Mascarelli: “Come mai in Italia, dove il femminismo è più forte che altrove in Europa, la condizione delle donne è la peggiore? Dobbiamo occupare la politica”.

Domenica Anna Di Salvo: “Sia nell’assemblea di ieri che nell’animata discussione del gruppo n. 7 è emersa in maniera appassionata, soprattutto da parte delle donne più giovani, la questione della precarietà e della mancanza di lavoro. Io credo che noi donne più anziane dobbiamo lasciarci attraversare e farci carico della drammaticità di questo problema e che, fermo restando le analisi che individuano nel neoliberismo, nella BCE e quant’altro, le cause della desertificazione dei posti di lavoro, dovremmo affrontare la questione in maniera sfaccettata e complessa cercando di trovare soluzioni. Quello che vorrei trasmettere alle donne più giovani ripensando la mia esperienza di lunghi anni di precariato in passato, è quel piccolo nucleo di felicità che mi veniva dalla scoperta che facevo insieme ad altre donne della soggettività femminile e del senso del mio essere donna. Questa nuova conoscenza di me stessa e il desiderio di intrecciare relazioni con colleghe e allieve a scuola mi hanno dato la forza di resistere al disagio che attraversavo e la consapevolezza che si può essere signore anche nei luoghi della sofferenza”.

Maria Grazia Campari, Milano: “Sul 50/50 ognuna avrà le sue opinioni, ciò che conta è sostenere quelle che desiderano entrare nelle istituzioni con una rete politica di relazioni tra donne, che decida quali siano le priorità per un lavoro di civilizzazione. Non si deve censurare o delegittimare un desiderio che esiste”.

Bia Sarasini, Roma: “Nel mio gruppo abbiamo lavorato molto sui concetti di precariato e precarietà. Qualcuna ha sostenuto che siamo tutte femministe storiche e che le differenze intergenerazionali sono insignificanti. Si può affermare lo stesso per la precarietà-precariato, che non sono solo una condizione delle giovani. Abbiamo parlato anche del reddito di cittadinanza e della proposta di darsi degli appuntamenti su temi come cura/sessualità/lavoro”.

Anna Picciolini, Firenze-Roma: “Si è parlato troppo poco di lavoro. Proviamo a costruire la rete a sostegno di quelle che vogliono entrare in politica, come proposto da Campari”.

Raffaella Molinari di Mantova: “Oggi viene riconosciuta dottore della Chiesa Ildegarda di Bingen, badessa e grande politica. Lei ci ha insegnato che esistono anche pratiche politiche invisibili”.

Simona Marino, Università Federico II di Napoli: “Nell’impegno sul territorio  possiamo incrociarci con altri movimenti. Nel gruppo quattro si è parlato molto di cura, ma senza accenti sacrificali. La cura è un’eccedenza che può diventare un elemento di lotta, perché se la cura diventa una parola della politica diventa una rottura. Individuare parole che possono accomunare in un percorso di lotta”.

Letizia Paolozzi, Roma: “Prima di cominciare circolavano fantasmi di contrapposizione tra giovani e meno giovani, tra la teoria e il fare, tra lo stare tra donne e lo stare nel mondo. Queste contrapposizioni sono cadute, stiamo dando prova di un metodo politico e della nostra capacità di governare. Siamo un esempio di relazioni tra donne, di una politica che non ha bisogno di mediazioni e che si basa sulle relazioni”.

Tristana di Napoli: “Nel mio gruppo si è parlato di precarietà e reddito di cittadinanza. Loretta ha messo in discussione la parola precarietà, che può essere una scorciatoia per trovare un punto in comune”.

Lidia, Ancona: “Vorrei che uscissimo di qui con un impegno comune per il futuro. Quanto alle donne che entrano nelle istituzioni: non credo che la cosa possa essere affidata unicamente al desiderio individuale né al numero. Il tema è collettivo. Preferirei parlare di responsabilità, piuttosto che di desiderio, che potrebbe essere scambiato per carrierismo. Non mi piace la separazione tra noi e le donne delle istituzioni”.

Danila (del gruppo 6): “Non c’è stato uno scambio vero con le donne che sono nelle istituzioni, mi sarebbe piaciuto sapere quali sono i guadagni e quali gli scacchi, per esempio: le donne riescono a immettere pratiche femministe nelle istituzioni? Il grande rimosso è la sessualità, tema che alle giovani interessa molto”.

Caterina, Torino: “Ho paura che le parole di noi ‘grandi’ soffochino quelle delle più giovani”.

Giulia, Torino: “Sento molte urgenze, non si dovrebbe perdere tempo. C’è la questione della 194, la legge 40, le dimissioni in bianco. Il pensiero delle donne deve arrivare da tutte le parti, non restare confinato nei nostri luoghi. Non c’è solo il 50/50, sono possibili altri dispositivi, come la doppia preferenza di genere”.

Giordana Masotto: “Un motivo di felicità è che ci sono parole autonome di noi tutte contemporanee. Una ha detto: sui contenuti ci divideremo, sulle pratiche possiamo stare insieme. Il pensiero femminista ha prodotto moltissimo ed è andato in direzioni diverse. Qui c’è stata contaminazione. I contenuti possono prendere strade diverse, le pratiche politiche possono essere il luogo in cui si creano connessioni. A livello di pratica politica, quello che ci può far convergere è trovare un’altra misura di giudizio con le donne che operano nelle istituzioni. A me non interessano le forme di democrazia, per esempio quella partecipata. Alle donne che operano nelle istituzioni voglio rivolgere domande che ci interessano, per esempio: il loro agire mette in discussione il potere?”.

Loredana Aldegheri, Verona: “Abbiamo visto qui che le nostre pratiche sono  irreversibili, che il tempo non le ha consumate, che sono il contrario di ogni usa-e-getta”.

Maria Benvenuti, Milano: “Fatta salva la continua invenzione di nuove pratiche politiche, voglio appoggiare il desiderio di quelle che entrano nelle istituzioni, sento questa urgenza. Spero di guadagnare questo da Paestum, un nuovo legame tra femminismo e istituzioni”.

Lia Cigarini, Milano: “Le donne mettono in gioco la soggettività, laddove il lavoro era merce. Le posizioni degli economisti sono tronche perché non mettono in rilievo la soggettività. Non si tratta di dare vita a un’organizzazione, ma di dire e praticare pubblicamente quello che sappiamo nei luoghi in cui ci troviamo, con la consapevolezza che quello che si dice e si agisce è un valore universale e non è solo delle donne, non va autoconfinato nel “tra-donne”.

Marina, Roma: “Siamo in guerra. Da troppo tempo siamo sotto attacco e non reagiamo: la 194, i consultori, Miss Italia, la legge 40, la scuola. Spero che individuiamo obiettivi concreti e forme di lotta”.

Alessandra Bocchetti, Roma: “Comincio da un paradosso: tutte sappiamo che un governo senza le donne ormai è impresentabile anche per gli uomini. E che cosa lo ha reso impresentabile? La nostra forza. Ma con queste donne che sono al governo c’è un vuoto di relazione. La questione allora è come governare chi ci governa. Il 50/50 da solo non riesce a dare conto del grande progetto. Non è questione di equità né di rappresentanza di genere. Si tratta di presenza responsabile in tutti i luoghi in cui si decide. Non si tratta di giustizia, né di potere. Si tratta di fare insieme, di un equilibrio da realizzare. Serve anche una forte opinione pubblica delle donne, che preoccupi chi ci governa. La nostra libertà è venuta al mondo quando una donna si è chiesta quale Dio avrebbe potuto mai stabilire che un genere era destinato a subire l’altro. Il patriarcato è stato ferito quando una donna ha detto a un uomo: tu sarai padre solo quando e se lo voglio io. È stato un affronto mortale, e noi oggi dobbiamo difenderci da quello che ne è seguito. Non si tratta di salvare il mondo, ma di viverci meglio”.

Katia Ricci. “Sono di Foggia. Alessandra Bocchetti ha detto che per la rivoluzione femminista sono stati sufficienti la parola e il gesto di una  donna. Dunque non serve la rappresentanza del 50 e 50, ma serve far leva sulla propria soggettività e desiderio e sulla relazione con coraggio e forza dovunque si è collocate, dalla scuola a qualsiasi altra istituzione. Non credo ci sia bisogno di una ulteriore rete generale, possiamo usare quelle che già ci sono, per esempio quella delle Città Vicine”.

Dopo molte e disparate proposte come quella di una nuova rete italiana e/o intereuropea femminista, o di fare rete su argomenti specifici, Lea Melandri in chiusura ha invitato a costruire insieme il post-Paestum, continuando con le nostre pratiche, rendendole visibili e continuando il confronto prima del prossimo appuntamento a un nuovo Paestum. Un fortissimo applauso, uno sventolio di mani è l’immagine di gioia che ha chiuso questo indimenticabile incontro.

Questo scritto è frutto di un’elaborazione di appunti e ricordi e parole di Katia, Cornelia, Anna e Pina. tratto dal sito della libreria delle donne di milano

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