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Delusione Hollande?

Anais Ginori
Affari & Finanza di Repubblica, 12 novembre 2012

Grande teorico del compromesso, François Hollande fa una politica economica a sua immagine e somiglianza: cerchiobottista. Il leader socialista vorrebbe ascoltare le richieste di tutti ma, così facendo, sembra invece non accontentare mai davvero nessuno. Con un record di impopolarità nei sondaggi, il leader socialista non riesce infatti a prendere una direzione chiara. Come un pendolo, il presidente francese ha alternato in questi primi sei mesi di mandato alcune misure in stile keynesiano (i suoi “emplois d’avenir”, contratti per i giovani finanziati dallo Stato) per poi piegarsi al tanto vituperato dogma dell’austerity denunciato in campagna elettorale.

Hollande ha infatti confermato nell’ultima Finanziaria gli obiettivi di bilancio del precedente governo (3% deficit/Pil nel 2013), deludendo alcuni economisti di sinistra che lo avevano sostenuto in campagna elettorale, come Daniel Cohen. «Adeguarsi totalmente agli impegni di bilancio richiesti da Bruxelles – spiega Cohen – comprometterà ancor di più crescita e occupazione». Dov’è la differenza con Sarkozy, si chiedono allora gli economisti di sinistra, quelli che tanta fiducia avevano puntato sul candidato della “gauche”.

La manovra finanziaria approvata dal governo, “la più pesante degli ultimi trent’anni” come ha detto il premier Ayrault, è quasi esclusivamente basata su un aumento delle tasse per le classi medie e ricche (20 miliardi), compresa la controversa aliquota eccezionale del 75% sui redditi superiori al milione di euro.

Altri 10 miliardi di euro provengono da una spending review soprattutto sulle spese nella difesa e nei trasferimenti agli enti locali. Una Finanziaria che scontenta l’elettorato di destra, contrario all’aumento della pressione fiscale e favorevole a maggiori tagli alla spesa pubblica. E non accontenta neanche tutta la gauche per via del diktat sul pareggio di bilancio che, tra l’altro, sembra lontano: la Commissione europea ha appena ritoccato al ribasso le stime di crescita per la Francia nel 2013: 0,4% anziché 0,8% inserito nella Finanziaria. Il governo sarà probabilmente costretto a nuovi aggiustamenti in corsa.

Non solo. L’economista Thomas Piketty, firmatario l’anno scorso di un appello in favore di Hollande, sostiene che la riforma fiscale è “completamente sbagliata” perché non va verso l’accorpamento tra imposte su reddito e capitale, concentrandosi invece sul reddito. Ma forse è nelle ultime settimane, con il famoso “rapporto Gallois”, che Hollande ha svelato ancora di più le sue contraddizioni e allarmato l’ala sinistra del partito. Louis Gallois, ex presidente delle Ferrovie e di Eads, è stato infatti incaricato nel luglio scorso di stilare una serie di proposte per rilanciare la competitività della Francia. Una situazione sempre più preoccupante. La bilancia commerciale è in rosso ormai dal 2002, con un record di deficit tra export e import pari a 70 miliardi di euro. La quota sulle esportazioni all’interno dell’Europa è passata negli ultimi dieci anni dal 12,7 al 9%, mentre quella tedesca è salita dal 21,4 al 22,4%. Nello stesso periodo, la parte di interscambio mondiale è scesa dal 5,1 al 3,3%. E il costo del lavoro (35,9 euro all’ora) è tra i più alti d’Europa, soprattutto a causa della legge sulle 35 ore.

Seguendo in parte le considerazioni di Gallois, Hollande ha deciso di varare 20 miliardi di credito d’imposta in favore delle imprese. Il presidente socialista si è clamorosamente smentito. In campagna elettorale aveva infatti negato che in Francia vi fosse un problema di costo del lavoro, in particolare rispetto alla Germania (il differenziale della manodopera è stimato dagli esperti tra il 10 e il 20%). Si è invece dovuto arrendere alle richieste del Medef, la Confindustria nazionale, nella speranza di convincere le imprese a non delocalizzare.

Non è l’unica retromarcia del Presidente. Quando era candidato all’Eliseo, aveva infatti criticato gli aumenti dell’Iva varati da Nicolas Sarkozy (la cosiddetta “Iva sociale”), promettendo che non avrebbe adottato una misura tanto iniqua, che mette le mani nelle tasche di tutti i cittadini, indiscriminatamente. Il presidente ci ha ripensato. I nuovi crediti d’imposta appena decisi saranno infatti finanziati attraverso un aumento dell’Iva. L’incremento del tasso normale passerà nel 2013 dal 19,6 al 20% e quello intermedio, su ristorazione ed edilizia, dal 5,5 al 7%. Secondo il governo, i nuovi crediti d’imposta dovranno servire a rilanciare assunzioni e investimenti, mentre il costo del lavoro dovrebbe ridursi di circa il 6%.

Anche in questo caso, però, Hollande delude da una parte e dall’altra. Da sinistra, lo accusano di fare un “regalo” alle imprese caricandolo sulle spalle delle famiglie. Un provvedimento impopolare: 6 francesi su 10, secondo un recente sondaggio, sono contrari all’aumento dell’Iva appena varato. D’altra parte, c’è chi all’opposto critica il Presidente per il poco coraggio. Il rapporto Gallois chiede infatti uno “shock” per l’economia francese, una terapia d’urto per curare il malato prima che sia troppo tardi. L’ex presidente di Eads ha proposto un piano di 30 miliardi di sgravi fiscali tra quelli a carico delle imprese (20 miliardi) e dei lavoratori (10 miliardi). Il provvedimento avrebbe dovuto essere finanziato per due terzi con le imposte dirette sul Welfare, come la Csg, e solo per un terzo da quelle indirette, come l’Iva. Hollande ha invece preferito un meno traumatico “patto” per la competitività, riducendo la somma totale a 20 miliardi. Diversa anche la tempistica: il provvedimento sarà applicato in modo graduale, su un periodo di 3 anni.

Uno ‘shock’ depotenziato. Molti esperti dubitano che ci sarà l’impatto positivo auspicato da Gallois sul sistema industriale francese. Anche il Fondo monetario internazionale ha lanciato l’allarme sul declino della seconda economia d’Europa. Per recuperare competitività l’alleggerimento dei contributi sociali appena deciso non sarà sufficiente. La Francia, sostiene l’Fmi, dovrà rassegnarsi a diminuire anche la spesa pubblica (56,1% del Pil) e la pressione fiscale (45% del Pil). Per il momento, il governo non ne parla e sta anzi cercando di approvare nuove misure dal valore più simbolico che reale. Uno dei provvedimenti allo studio è la “exit tax” per tassare le plusvalenze dei gruppi che vogliono delocalizzare. Così anche il governo ha promosso un tavolo di concertazione tra Medef e sindacati per attuare riforme nel mercato del lavoro.

Un’agenda governativa che procede a rilento, mentre la disoccupazione ha superato il 10%, oltre la “soglia psicologica” dei 3 milioni di senza lavoro. La stampa non risparmia le critiche alla maggioranza socialista. Non solo gli organi della destra, come Le Figaro magazine che ha scritto in copertina: ‘Basta tasse!’. Anche il Nouvel Observateur s’interrogava, qualche mese fa, sulla scarsa preparazione del governo e ora Libération tratta da “dilettanti” alcuni ministri, che moltiplicano gaffe e passi falsi. Sulla situazione economica le incertezze dell’esecutivo sono lampanti. “Hollande ha sottostimato la crisi?” si domandava qualche giorno fa Le Monde in prima pagina. Il presidente socialista, famoso per la sua capacità di “sintesi” quando era segretario del Ps, dovrà insomma prima o poi dare una sterzata da una parte o dall’altra. A meno di non voler rischiare la paralisi.

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