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Gesù, il tempio e il sinedrio (Ma Gesù non fu laico?) di R.Saffioti

Raffaello Saffioti
Centro Gandhi

LA CHIESA GERARCHICO-MONARCHICA E LA CASTA SACERDOTALE NUOVO SINEDRIO. LA VIOLENZA DEL SACRO

 

Vi sono, nella storia, dei ritorni che costituiscono delle rivoluzioni,
come vi sono degli apparenti sviluppi di una rivoluzione iniziale
che sono semplici ritorni a posizioni prerivoluzionarie.
… Nelle religioni sviluppatesi sul messaggio di Gesù si ebbero  sviluppi
che costituirono restaurazioni o atteggiamenti prerivoluzionari.
Pertanto l’odierno revisionismo cristiano (… ) ha il carattere
di un nuovo Rinascimento, in quanto ritorno (rivoluzionario) alle fonti originarie (…).

Domenico Antonio Cardone (1957)

 

Da Gesù alla Chiesa

I Vangeli raccontano i discorsi e gli atti di Gesù nel Tempio e il suo conflitto col Sinedrio che gli causò il processo e la morte. Tra le pagine più forti e significative si trovano quelle sui profanatori cacciati dal Tempio, su Gesù davanti al Sinedrio e sui Farisei e la tradizione.

I Vangeli documentano in modo chiaro e inequivocabile l’aspra critica che Gesù fece del Tempio, della casta sacerdotale e del formalismo farisaico.

E’ arbitrario applicare quella critica alla Chiesa del nostro tempo, parlare di nuovo Sinedrio e di tradimento del Vangelo?

Il tema della  critica del Tempio, dopo quella fatta da Gesù, non è nuovo e risale alle origini della Chiesa. Recentemente è stato ripreso anche dalla rivista “Segno” (n. 334, aprile 2012). Viene richiamata la vicenda del diacono Stefano, narrata dagli “Atti degli Apostoli”. Il capitolo 7 riporta il discorso fatto da Stefano davanti al sommo sacerdote.

Alla fine del lungo discorso Stefano dice:

“Ma fu Salomone che gli edificò un Tempio. L’Altissimo però non abita in templi manufatti, come dice il profeta. Il cielo è il mio trono e la terra sgabello ai miei piedi; qual casa mi edificherete, dice il Signore, e quale sarà il luogo del mio riposo? Non è stata forse la mia mano a far tutto questo?”.

“Duri di cervice e incirconcisi di cuore e di orecchie, voi sempre resistete allo Spirito Santo: come furono i vostri padri, così siete voi”.

“Quali dei profeti non perseguitarono i vostri padri? Essi uccisero coloro che predicevano la venuta del Giusto, di cui voi, in questi giorni, siete stati i traditori e gli omicidi. Voi che avete ricevuto la Legge per ministero di Angeli e non l’avete osservata”. (Atti 7, 47-53)

Segue il martirio e Stefano viene ricordato come santo protomartire della Chiesa.

L’editoriale della rivista citata, firmato dalla Redazione, ha il titolo “Bisogno di chiesa e di critica della chiesa” e così conclude.

“In realtà la critica del cristianesimo nasce col cristianesimo. Nessuna religione come il cristianesimo – che poi propriamente non è una religione – ha portato con sé e in sé il germe della critica. La quale è ineliminabile nella chiesa e in nessun caso va soffocata e messa a tacere. La nuova fede, che uomini e donne avevano abbracciato e che si diffondeva piuttosto celermente, fin dall’inizio si alimenta e cresce con la critica profetica. Cosa sarebbe stato il cristianesimo senza la polemica di Paolo di Tarso sul tema della circoncisione e della condivisione con tutti i popoli della grazia di Dio? Ma le critiche e gli scontri finiscono per scoperchiare i comportamenti sbagliati, le deviazioni dalla verità, i tradimenti della fede che agitano la chiesa fin dalla sua nascita. Una malattia che non risparmia nessuno: né i vertici – perfino gli apostoli ne vengono investiti – né le comunità cristiane. Pensando a ciò che accade oggi, c’è da rimanere costernati! Sembrerebbe che, risalendo ai suoi inizi, si possa quasi giustificare lo stato di degrado del cristianesimo d’oggi, la sua scarsa capacità di edificazione. E tuttavia, se non venisse criticato bisognerebbe davvero preoccuparsi, perché vorrebbe dire che si è esaurita la spinta al rinnovamento e che il soffio dello Spirito santo, che indica la via da seguire, ha preso un’altra direzione. Si può pensare questo?” (pp. 5-6).

E’ opportuno citare un illustre e autorevole biblista, Ortensio da Spinetoli:

“Incomprensibili sono gli stravolgimenti della sua [di Gesù] identità: la missione profetica diventa ministero sacerdotale, addirittura fino al rango di sommo sacerdote – colui che in vita fu il suo  acerrimo nemico … La nuova immagine della divinità proposta da Gesù è rovesciata …

Gesù, che aveva annunziato la distruzione del tempio, quindi la fine del sacerdozio e del culto, vede proliferare luoghi e funzionari sacri. Il vasto assetto culturale e cultuale che si instaura sotto il nome di ‘cristianesimo’ è ben altra cosa che la continuazione della sua testimonianza. Sembra più un ibrido di giudaismo e paganesimo e dimostra, per lo meno fino ad oggi, l’irrealizzazione della sua utopia profetica.

… E’ sorprendente che la comunità cristiana, che pure ha conosciuto accesi dibattiti dottrinali cristologici e trinitari, non si sia reso conto, salvo le rimostranze dei riformatori del secolo XVI, di tali colossali distorsioni e non si sia mai provata a correggerle, soprattutto dopo che la ricerca biblica ha offerto una migliore conoscenza delle fonti cristiane.

La storia avrebbe certamente avuto un altro corso se la morte di Gesù in croce e la sua commemorazione rituale avessero conservato la loro portata originaria: il prezzo della sua resistenza ai tiranni per l’amore ai diseredati della famiglia umana.

Il ritorno di Gesù della storia non comporta la chiusura delle chiese o l’abbattimento degli altari, solo l’eliminazione di un culto magico e superstizioso instaurato in suo nome che attribuisce valore salvifico a delle semplici recitazioni a soggetto sacro, o, per dirla con Amos, delle celebrazioni ‘festive’, dei ‘frastuoni di canzoni’ (5, 21-23).

La ‘giusta chiave’ del Concilio è quella di chi lo ha voluto e indetto, un ‘aggiornamento e rinnovamento della Chiesa’: obiettivo che oggi sembra richiedere, più che una qualche riforma, una vera rifondazione” [1].

 

IL CINQUANTENARIO DEL CONCILIO VATICANO II

Perché ricordare il Concilio?

La ricorrenza del Cinquantenario del Concilio, uno degli eventi storici più importanti del secolo scorso, si sta rivelando occasione di dibattito all’interno e all’esterno della Chiesa cattolica.

Con il titolo “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” ha avuto luogo con successo il 15 settembre scorso a Roma un’ affollata assemblea convocata da oltre 100 associazioni, riviste, comunità, “tutte immerse nella grande platea cattolica italiana”, con partecipanti provenienti da tutte le parti d’Italia.

Serve ricordare questo evento e “ricordare gli eventi non significa portare indietro gli orologi, ma rielaborarne la memoria per scoprirvi anche significati rimasti nascosti e volgerli al futuro …” (Raniero La Valle, “Rocca”, n. 19, 1 ottobre 2012).

Il Concilio è variamente ricordato, variamente interpretato. [2]

Ribadito il principio “Ecclesia semper reformanda”, è stata posta la domanda:

“Come e da chi?”

La domanda, scomoda e difficile, rimane aperta dopo i primi dibattiti.

Ormai si pone una nuova domanda: Ma la Chiesa può essere riformata?

La Chiesa potrà essere riformata in senso evangelico, finché rimarrà la separazione nel Popolo di Dio tra la Gerarchia ecclesiastica e il laicato?

I sedici documenti approvati dal Concilio (quattro costituzioni, nove decreti, tre dichiarazioni) furono il risultato di un serrato dibattito interno in cui si svilupparono i semi preconciliari e si verificò una dialettica tra maggioranza e minoranza destinata a proseguire dopo il Concilio.

I documenti,   quindi, non sono un complesso monolitico e non sono esenti da limiti, ambiguità e contraddizioni.

 

Severità religiosa per il Concilio (Aldo Capitini)

Uno studio rigoroso dei documenti conciliari fu fatto da Aldo Capitini, che si professava “un libero religioso nonviolento”, nel suo libro Severità religiosa per il Concilio (De Donato, 1966).

La ricerca di Capitini, fatta dal punto di vista della sua dottrina della “religione aperta”, tendeva a verificare fino a che punto col Concilio la Chiesa cattolica si fosse effettivamente aperta.

“Mi interessava, accingendomi a questa ricerca, vedere se quel vasto gruppo di persone cattoliche avrebbe, superando disgraziate posizioni del passato, ripreso e svolto, con energia di amore, elementi autentici evangelici” (p. 15).

“Bisogna dire con la dovuta severità religiosa, che il Concilio, salvo le eccezioni, è passato accanto a questi tre temi [nonviolenza, libertà, socialismo], e specialmente al terzo, senza rendersi conto della sostanza religiosa che è implicita in essi. Quindi, non solo l’aggiornamento in essi risulta alquanto faticoso o generico e insufficiente se non ignaro, senza avere assunto quei temi come cosa propria, e spesso sembra di sentire il fiato grosso di chi non riesce a tenere il passo, ma soprattutto è mancato quell’atto religioso che, nei momenti vivi e creativi, si pone di colpo avanti alle stesse punte ‘laiche’ più decise, in virtù di una coscienza religiosa dell’orizzonte che non può non rendere ‘più rivoluzionari’. Tutto quello che la Chiesa romana può guadagnare dal Concilio in altre parti, per semplificazioni e ammodernamenti, non compensa minimamente ciò che ha perduto qui, in queste vere e proprie ‘occasioni perdute’. Starebbe ora ai generosi e avanzati cattolici che ‘speravano’, decidere, e avviarsi a cooperare ad una riforma religiosa, a meno che essi non siano entrati giovani e pieni di ardite speranze negli anni del Concilio, e ne siano usciti vecchi, disposti ad accontentarsi del poco!” (pp. 92-93).

“Il Concilio è stato un immenso lavoro, e il tanto che è stato elaborato ed enunciato poteva essere tralasciato e concentrato in poco, ma un contributo rinnovatore” (p. 135).

Ovviamente diversi sono i giudizi provenienti dall’interno della Chiesa cattolica.

 

La dialettica all’interno del Concilio

Nella dialettica interna al Concilio, tra maggioranza e minoranza, si confrontarono e scontrarono  due correnti teologiche, due concezioni diverse dello stesso Concilio, della Chiesa e del suo rapporto col mondo.

Giulio Girardi scrisse:

“Nella concezione della Chiesa, il Concilio conservatore difendeva come fondamentale il carattere gerarchico, fondato sull’infallibile autorità personale (ex sese e non ex consensu ecclesiae) del papa, mentre il Concilio innovatore riscopriva come fondamentale il ‘popolo di Dio’ e pertanto il carattere popolare e comunitario della Chiesa e delle relative autorità. Si contrapponevano così due ecclesiologie.

… non esiste nel Vaticano II un solo punto di vista né un solo principio unificante, ma per lo meno due. Ora, con sicura (inevitabile) schematizzazione, penso che i punti di vista e i principi unificanti siano l’antropocentrismo, che interviene nel Vaticano II come principio di innovazione, e l’ecclesiocentrismo, che interviene come principio di continuità.

… L’aspetto più innovativo del Vaticano II è stato senza dubbio la ‘apertura della Chiesa al mondo’, cioè il riconoscimento del valore positivo, dal punto di vista della fede, del processo di secolarizzazione fondato sulla relativa autonomia dell’uomo. Autonomia che comporta il valore autonomo dell’amore umano. Compito, questo, che si presentava al Vaticano II per il fine centrale che perseguiva (secondo l’indicazione di Giovanni XXIII, nel discorso d’apertura del Concilio: ‘presentare il deposito della fede attraverso categorie culturali in raccordo con le esigenze del mondo moderno’). Bene, la caratteristica più rilevante e provocatrice del mondo moderno e della sua cultura, in relazione alla Chiesa, è la laicità, cioè la rivendicazione dell’autonomia dell’uomo e delle realtà terrene rispetto alla religione e alla Chiesa.

… In questo preciso punto il Vaticano II rappresenta un cambio di direzione, antropologico e antropocentrico: è questa la novità più caratteristica. Ed è questo, mi sembra, il principio unificante del Concilio innovatore”. [3]

Il “dualismo” delle correnti conciliari si ritrova, al di là dell’apparenza, nei documenti conclusivi, approvati quasi all’unanimità.

Interessa notare che probabilmente la storiografia dominante ancora ignora l’intreccio e i riflessi nei lavori conciliari dei movimenti storici interni ed esterni alla Chiesa.

 

SEMI DEL CONCILIO

Nei cinquant’anni trascorsi dall’inizio del Concilio è cambiato il mondo, è cambiata la Chiesa, siamo cambiati anche noi stessi e quelli che erano giovani sono diventati anziani.

Come è cambiata la Chiesa e come sono cambiati i cattolici?

Il tema “cambiamento” è interessante per la ricerca storica e per la direzione del nostro futuro, da cercare decifrando “i segni dei tempi”.

Ricordiamo il clima che respirammo in quella che fu chiamata “una primavera della Chiesa” nel radiomessaggio di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962. Il Concilio alimentò attese e speranze sia all’interno che all’esterno della Chiesa.

 

Apertura del Concilio al mondo e alla storia

“Giuseppe Ruggieri, in un libro di piccola mole, ma prezioso, Ritrovare il Concilio, ha sostenuto che ‘l’aspetto più innovativo dell’evento conciliare fu l’attenzione alla storia’, il riconoscimento della storia come luogo teologico” [4].

Conseguenza dell’apertura al mondo e alla storia fu la ricerca dei “segni dei tempi”.

“I segni dei tempi”, sono parole di Gesù riportate nel Vangelo di Matteo (16,3), riprese da Giovanni XXIII nella Costituzione Apostolica “Humanae salutis”, di indizione del Concilio, del 25 dicembre 1961 e nell’enciclica “Pacem in terris” del 1963. Si ritrovano anche nella Costituzione conciliare “Gaudium et spes”.

 

Semi del Concilio sono sparsi in vari suoi documenti :

nella Costituzione su la Sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”;

– nella Costituzione sulla Chiesa “Lumen Gentium”;

– nella Costituzione “La Chiesa nel mondo contemporaneo”, “Gaudium et spes”;

– nella Dichiarazione sulla libertà religiosa “Dignitatis humanae”;

– nella Costituzione sulla Divina Rivelazione “Dei Verbum”;

– nel Decreto su l’Ecumenismo “Unitatis redintegratio”.

Uno dei semi più fecondi fu l’aver posto al centro della Chiesa non più la gerarchia ma il “Popolo di Dio”. Il grande teologo conciliare Marie-Dominique Chenu disse che era avvenuta una “rivoluzione copernicana della Chiesa”. In quel seme è stato visto “il succo stesso del Concilio” (Enzo Mazzi).

La generazione che è cresciuta alla scuola del Concilio in questi cinquant’anni è maturata e, divenuta adulta, ha preso coscienza dei limiti dell’educazione cattolica tradizionale, preconciliare, proseguendo nel cammino del rinnovamento innescato dal Concilio.

In questo processo di crescita e maturazione, divenuto sempre più familiare il contatto con la Sacra  Scrittura, Parola di Dio consegnata ad ogni cristiano, è apparsa sempre più evidente ed intollerabile la contraddizione della Chiesa gerarchico-monarchica e della casta sacerdotale con il Vangelo.

 

FRUTTI DEL CONCILIO

Basta scorrere l’elenco delle associazioni, riviste, comunità che hanno convocato l’assemblea di Roma “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” per avere un’idea dei frutti prodotti dal Concilio all’interno della Chiesa italiana.

Spulciando quell’elenco, troviamo tra i movimenti, tralasciando le riviste e le associazioni:

il movimento “Beati i costruttori di pace”, il CIPAX (Centro Interconfessionale per la Pace), il movimento delle “Comunità cristiane di base”, il MIR (Movimento Internazionale per la Riconciliazione), il movimento “Noi siamo Chiesa”, il movimento “Pax Christi”.

Da quell’assemblea è emerso chiaro il bisogno di proseguire sulla via del rinnovamento, ma è rimasta anche la difficoltà di rispondere alla domanda di riforma della Chiesa.

E’ da notare che la parola“gerarchia” è assente nei Vangeli.

Nel post-Concilio è stato il movimento delle “comunità cristiane di base” a percorrere tenacemente la strada del rinnovamento aperta dal Concilio [5], “per una chiesa laica”.

 

“Per una chiesa laica”

“La via della laicità è quella che , superando l’opposizione tra popolo e capi religiosi connessa al sistema sacerdotale di Israele e identificando laos (popolo) e kleros (parte, sorte), può coinvolgere la comunità cristiana in un cambiamento radicale di strutture mentali e istituzionali veramente promettente. Solo una chiesa in cui cessi la distinzione tra popolo e casta sacerdotale può essere definita come una comunità, un popolo sacerdotale. ‘Il clero è diventato una classe e come tale ha avuto il monopolio dell’amministrazione dei sacramenti. Ha avuto in mano le chiavi della stazione di rifornimento senza esserne il padrone e ha creato nel popolo una coscienza di dipendenza totale al punto da pensare che è solo con la mediazione del sacerdote che può incontrarsi con Dio. Ora bisogna eliminare il telefonista e inventare una comunicazione diretta per il popolo ’. Fuori di questo orizzonte si ritorna alla ‘economia’ del Vecchio Testamento.

Una chiesa laica è quella in cui nessuna struttura storica e nessun ministero vengono sacralizzati perché santo è solo il nome di Dio e la sua volontà rivelataci in Gesù Cristo. Una chiesa laica non si aggrapperà alla sua ortodossia e non la difenderà come un possesso sacro ed immutabile, ma come popolo di Dio in cammino, si sentirà chiamata a cercare sempre, senza sosta, la verità che è solo di Dio e che da Lui solo a noi viene come dono del suo amore. In una chiesa laica, se non esistono mediatori tra noi e Dio all’infuori di Gesù, se non si danno ‘sacre’ potestà e ministeri infallibili quali bocche della verità, ma semplicemente ministri secondo la multiforme grazia del Signore, a nessuno sarà lecito sottrarsi al confronto, al dialogo, alla ricerca. Anzi, come potrà chi non può concedere deleghe non sentirsi stimolato alla partecipazione e invogliato al confronto fraterno? Una chiesa senza magisteri infallibili non sarà forse più vivacemente sospinta verso Colui che è il solo Maestro (Matteo 23, 8)?”. [6]

I fondamentali diritti umani fanno parte ormai di un patrimonio universale, consacrato nei documenti internazionali (Dichiarazioni e Convenzioni prodotte a partire dal sec. XVIII).  Ma prima di essere una conquista storica, la promozione dei diritti umani è un’esigenza del Vangelo.

E’ credibile la Chiesa quando predica al mondo il rispetto dei diritti umani, se non li rispetta al suo interno?

Nel documento della Pontificia Commissione sulla Giustizia e la Pace (pubblicato il 10 dicembre 1974) “La Chiesa e i diritti umani” si legge:

“Perché la sua missione evangelica sia efficace, la chiesa deve prima e soprattutto stimolare nel mondo il riconoscimento, l’osservanza, la protezione e la promozione dei diritti della persona umana, cominciando con un attento esame di se stessa, una severa considerazione sul modo e la misura in cui i diritti fondamentali vengono osservati ed applicati all’interno della sua stessa organizzazione” (n. 62). [7]

Il tema dei diritti umani è presente anche nella “Gaudium et spes”.

Ma il rispetto dei diritti umani è compatibile con la struttura piramidale dell’istituzione ecclesiastica?

In questi cinquant’anni molte sono state le vittime dell’autoritarismo della Chiesa.

Recentemente il  teologo cattolico Hans Kung ha fatto appello ai preti e ai fedeli praticanti affinché si oppongano alla gerarchia cattolica per una rivoluzione dal basso.

“In una intervista esclusiva al The Guardian, Kung, che è stato a stretto contatto con il papa quando collaboravano da giovani teologi, ha descritto la chiesa come ‘un sistema autoritario’ paragonandolo alla dittatura tedesca durante il nazismo.

‘L’obbedienza incondizionata richiesta ai vescovi che giurano fedeltà al papa mediante la sacra promessa è tanto estrema quanto quella dei generali tedeschi obbligati a giurare fedeltà a Hitler’, ha infatti affermato”. [8]

 

LA CHIESA PUO’ RIFORMARSI DA SE’?

Riflettendo sulla storia della Chiesa e considerando la sua costituzione gerarchico-monarchica, si dovrebbe pensare che una auto-riforma in senso evangelico sia più che difficile, impossibile.

E’ da pensare, invece, che saranno i movimenti storici a produrre la riforma cattolica, dopo quella protestante.


Una lezione della storia bimillenaria della Chiesa cattolica.

Come è stato possibile che la barca di Pietro non affondasse nelle tempeste della storia?

E’ sufficiente rispondere che non è affondata per la garanzia promessa da Gesù, secondo il racconto evangelico?

Non è affondata, piuttosto, perché ha avuto la capacità di adeguarsi ai movimenti storici, dimostrando la sua doppia natura di casta meretrix.

Così è avvenuto che dopo aver lottato per conservare il suo potere temporale, nella plurisecolare età costantiniana, dopo essere stata spogliata a Porta Pia nel 1870 con la forza del moto risorgimentale italiano, ora riconosce la provvidenzialità di quell’avvenimento.

Così è avvenuto con la sua avversione alla modernità. Dopo aver resistito e lottato contro la modernità, ha cambiato posizione accettando, come ha fatto con il Concilio, la laicità, “cioè la rivendicazione dell’autonomia dell’uomo e delle realtà terrene rispetto alla religione e alla Chiesa”.

Chi non ha mai letto il Sillabo, l’enciclica di Pio IX del 1864 “sugli errori del tempo”, può credere che con quella enciclica siano state condannate le più importanti conquiste del pensiero moderno?

 

CADRA’ IL MURO DEL “SACRO”?

Nel corso di questi cinquant’anni abbiamo visto cadere tanti muri, come il Muro di Berlino nel 1989 che ha segnato un’epoca.

Ma nel panorama generale della globalizzazione restano altri muri da abbattere, come quello che divide i ricchi dai poveri.

Un altro muro è quello del “sacro”.

La repressione subita dalle “comunità cristiane di base” dopo il Concilio  ha svelato le difficoltà che s’incontrano nel tentare di aprire delle crepe nel muro del “sacro”.

Ma è da quella esperienza che nasce il sogno di una chiesa senza casta sacerdotale.

 

La violenza del sacro.

Enzo Mazzi, fondatore della Comunità dell’Isolotto a Firenze, ha scritto:

“La sacralità, intesa come astrazione, separazione e contrapposizione fra le varie dimensioni della nostra esistenza, è la proiezione di un’angoscia irrisolta, di una frattura interna, di una mancanza di autonomia e infine di una alienazione della propria soggettività nelle mani del potere. Al fondo della crudeltà insensata che tutt’ora insanguina il mondo c’è la persistenza di un senso alienato dalla vita derivante dal dominio del sacro e dalla sua penetrazione nella società moderna. La violenza del sacro è la più radicalmente distruttiva. Non si supera la cultura della violenza se non si libera ognuno di noi e l’umanità intera dal dominio del sacro (cfr. Enzo Mazzi, Cristianesimo ribelle, Manifestolibri, Roma 2008).

… Il sogno che cova in molti, più o meno consapevolmente, è un nuovo Sinai, cioè un nuovo incontro col mistero e col sacro, che testimoni e riveli la sacralità di tutto il creato e di ogni donna e uomo senza più bisogno della separatezza del sacro reificato e della sua gestione da parte della casta sacerdotale. Un nuovo Sinai che faccia incontrare e intrecciare e contaminare il sacro con la vita quotidiana.

E’ il sogno espresso ad esempio da padre Ernesto Balducci, con la forza e la chiarezza che gli erano consuete, nella Tavola rotonda sulla Violenza del sacro al Convegno delle comunità di base sulla Laicità (Firenze, 1987). ‘Io sono convinto – egli disse – che non ci può essere cultura di pace se non con la eliminazione del sacro: la fine del sacro è la fine della cultura di guerra … dobbiamo liberarci dalla cultura del sacro perfino nella nostra vita di fede’.” [9]

Mentre esplodeva nel mondo il movimento per la pace, nel 2003, Enzo Mazzi disse:

“E’ proprio questa eliminazione del sacro reificato l’esperienza che fecero le comunità del primo annuncio del Vangelo. I primi cristiani vivevano al di fuori delle strutture sacrali: celebravano l’eucaristia in casa, non nel tempio, anzi furono gettati fuori dal tempio, non avevano sacerdoti, i loro ministri erano presbiteri, cioè anziani, rifiutarono le parole sacrali. Il loro momento espressivo era la cena; non c’erano fra di loro gerarchie ma ministeri, quindi anche questa struttura sacrale del clero non esisteva. La loro collocazione nella società era di tipo ‘laico’. Quando è avvenuto l’inserimento delle comunità cristiane negli spazi del potere c’è stata la sacralizzazione della chiesa. (…) Il Cristianesimo è divenuto il sigillo della sacralità della cultura di guerra. E rimane tale anche quando condanna a parole la guerra. La sua funzione di sacralizzazione della violenza è strutturale, va oltre le parole e i documenti. Il sacro reificato ce lo portiamo dentro nel profondo e se lo porta nel profondo la società nel suo insieme. (…) E’ anche sul profondo che bisogna incessantemente lavorare. (…) Si grida e con forza contro la guerra e contro l’ingiustizia, ma non si toccano gli aspetti strutturali e simbolici della religione del sacro. (…) La proprietà del Vangelo invece è quella di metterci in una intransigente lotta contro il sacro dovunque esso si trovi, non solo quello che si annida nel tempio. La fede cristiana ci rende intransigenti nei confronti di qualsiasi sacralizzazione che è alienazione dell’uomo.

… Fine del sacro reificato, fine della casta dei preti deputata a gestire questo stesso sacro reificato, fine della cultura della sacralità della guerra. Questo è il sogno realistico e possibile che ci portiamo dentro anche a nostra insaputa quando condanniamo la guerra e manifestiamo per la pace. (…) Un nuovo mondo possibile chiede relazioni umane nuove e comunità cristiane nuove, che si liberano e liberano dalla violenza del sacro, violenza profonda, strutturale e simbolica”. [10]

 

Dal Cinquantenario del Concilio alla storia dei Concili

Il dibattito in corso sul Cinquantenario del Concilio è destinato a divenire sempre più intenso e profondo, occasione per porre temi e problemi che vanno al di là del Cinquantenario stesso.

Un contributo significativo al dibattito è venuto dalla rivista “MicroMega” (7/2012, “La Chiesa gerarchica e la Chiesa di Dio”) dalla quale sarebbe interessante riprendere il tema della storia dei Concili per conoscere meglio la storia della Chiesa, la cui conoscenza, da parte dei cattolici, non può darsi per scontata.

La storiografia ufficiale conta ventuno Concili, a incominciare dal Concilio di Nicea, del 325, convocato dall’imperatore Costantino.

“Perché è improponibile un Concilio, tanto meno Vaticano”, è il titolo dell’articolo di Luigi De Paoli, che si legge nel numero richiamato di “MicroMega”.

Ci sono quelli che auspicano un Vaticano III, per proseguire nella riforma della Chiesa.

Ma da quanto finora è stato scritto, non è pensabile una riforma strutturale ad opera di un’assemblea costituita solo dai Vescovi e dal loro Capo.

Quanta distanza corre tra il Concilio di Gerusalemme del quale ci dicono gli Atti degli Apostoli (nel capitolo 15) e i 21 Concili della storia della Chiesa!

Come non ricordare S. Paolo che ebbe l’ardire di riprendere pubblicamente Pietro in Antiochia, come si legge nella lettera ai Galati (2, 11):

 

“Ma quando Cefa venne ad Antiochia, io mi opposi a lui apertamente, perché egli si era reso degno di biasimo”.

E’ pensabile in un’assemblea odierna della Chiesa gerarchica che un Vescovo si alzi a “opporsi apertamente” al Romano Pontefice?

 

La Chiesa vista dal card. Martini

“La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi . Queste cose però esprimono quelli che noi siamo oggi? (…) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione”.

(Dall’ultima intervista al card. Martini – Padre Georg Sporschill e Federica Radice, 8 agosto 2012)

 

DOMANDE CONCLUSIVE


Quali strade ha preso la generazione di giovani cresciuti alla scuola del Concilio?

La risposta non è facile e la domanda  pone una traccia di ricerca storica.

“A differenza di quanto avvenne negli anni immediatamente successivi al Concilio, quando il dissenso nei confronti di scelte effettuate dal Vaticano ritenute poco in sintonia col Vangelo si manifestava in uno scontro aperto, oggi tale disagio assume le forme di uno ‘scisma silenzioso’ che vede un gran numero di credenti abbandonare la fede, mentre altri scelgono la via di una spiritualità vissuta nel privato, senza più alcun legame con la chiesa istituzionale”. [11]

 

“C’è salvezza per la Chiesa?”

“Questa domanda è stata formulata da uno dei più rinomati e fecondi teologi dell’area del cattolicesimo: lo svizzero-tedesco Hans Kung. (…) A causa del suo libro che mette in discussione l’infallibilità papale, è stato duramente punito dall’ex Inquisizione. Non ha abbandonato la Chiesa ma, come pochi, si è impegnato nella sua riforma …

Il libro di Hans Kung ‘C’è salvezza per la Chiesa?’ (Paulus, 2012) esprime un grido quasi disperato per i cambiamenti necessari e, al tempo stesso, una manifestazione generosa di speranza che queste cose sono possibili e necessarie, se davvero essa non vuole entrare in un deplorevole collasso istituzionale. Sia chiaro, di sfuggita, che quando Kung e io stesso, parliamo di Chiesa, intendiamo in primo luogo la comunità di quelli che accettano di farsi coinvolgere dalla figura e dalla causa di Gesù. Il nocciolo della questione, pertanto, risiede nell’amore incondizionato, nella centralità dei poveri e invisibili, nella fratellanza di tutti gli esseri umani e nella rivelazione che siamo figli e figlie di Dio e Gesù stesso lascia intravedere che era ‘il figlio’ di Dio che ha assunto la nostra contraddittoria umanità. Questo è il senso originario e teologico di chiesa.

Ma storicamente, la parola chiesa è stata adoperata per indicare la gerarchia (dal papa fino ai preti). …

Ora quello che sta in crisi profonda è la seconda comprensione di chiesa che Kung chiama ‘sistema romano’ oppure ‘chiesa-istituzione gerarchica’ ossia la ‘struttura monarchico assolutista del comando’.” [12]

 

Chi è dentro e chi è fuori della Chiesa?

L’assioma “extra ecclesia nulla salus” (“fuori della Chiesa non c’è salvezza”) ha una lunga storia e si fa risalire a Cipriano, vescovo di Cartagine (martire, decapitato nel 258). Il Concilio ha aggiornato l’immagine della Chiesa, ma rimane e che senso ha la domanda: chi è dentro e chi è fuori della Chiesa?
Palmi, ottobre 2012

 


[1] ORTENSIO DA SPINETOLI, “Rifondare non riformare”, in “Adista Notizie”,  “concilio anticoncilio”, p. 21, n. 32, 15 settembre 2012.

[2] All’incontro di Roma ho offerto due contributi col titolo: 1) “La Chiesa e l’allegoria dei Sileni. Erasmo da Rotterdam cinquecento anni fa”, sul tema della riforma della Chiesa; 2) “Aldo Capitini la nonviolenza e il Concilio”, una proposta di lettura del libro di Capitini Severità religiosa per il Concilio, del 1966. Il secondo dei contributi è stato pubblicato sul sito della Comunità cristiana di base “I viandanti” (www.iviandanti.org). Entrambi i contributi sono stati pubblicati dal periodico on line “il dialogo” (www.ildialogo.org).

[3] GIULIO GIRARDI, “Un Concilio o due? Un’ipotesi interpretativa” (nella rivista “Segno”, Anno XXXVIII, N. 334, aprile 2012, pp. 54-55, 57). Girardi, recentemente scomparso, fu perito conciliare, considerato uno dei maggiori filosofi e teologi del secondo Novecento.

[4] CARLO MOLARI, “Le varie interpretazioni del Vaticano II”, in “Adista Documenti” del 20.10.2012 e sul sito : www.viandanti.org

[5] E’ difficile  anche liberarsi da parole della vecchia cultura del dominio e lo ha fatto notare  uno dei padri della nonviolenza moderna, Danilo Dolci. “Di solito si considera ‘basso’ quanto, in alcun modo organizzato, rischia di sfarsi atomizzandosi; e ‘base’ quanto sta come a fondazione di umane piramidi, in contrapposizione a ‘vertice’. Pur non volendo ignorare l’attuale condizione umana, ovviamente non accetto questa dicotomia come inevitabile e mi riferirò a ‘basso’ e a ‘base’ come a quanto non è ancora intimamente correlato al centro e deve diventarlo” (Danilo Dolci, Verso un mondo nuovo, Einaudi Editore, 1965, p. 27, nota 1).

[6] AA.VV.,  I diritti umani nella Chiesa cattolica, Claudiana Editrice, 1981, pp. 82-83).

[7] Nella rivista internazionale di teologia “Concilium”, n. 4/1979 , “La Chiesa e i diritti dell’uomo”, p. 114.

[8] “Hans Kung. Il teologo cattolico invita alla rivoluzione per mettere fine all’autoritarismo della chiesa”, dal sito: www.ildialogo.org.

[9] ENZO MAZZI, Il ritorno del sacro, dal sito: www.guerrepace.org.

[10] ENZO MAZZI, “Ma all’amore non serve la violenza della sacralità”, dal sito: www.cdbchieri.it.

[11]  Bruno D’Avanzo, “Chiesa gerarchica e Chiesa Popolo di Dio”, nella rivista “Koinonia”, n. 9, settembre 2011, p. 8.

[12] “C’è salvezza per la chiesa?” di L. Boff, dal sito : www.cdbitalia.it.

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