Home Europa e Mondo Appello per il Forum Sociale Mondiale “Free Palestine”

Appello per il Forum Sociale Mondiale “Free Palestine”

Comitato Preparatorio Palestinese per il Forum Sociale Mondiale Free Palestine 2012
28 novembre – 1 dicembre 2012, Porto Alegre (Brasile

La Palestina occupata sta nel battito di ogni cuore libero in questo mondo e la sua causa continua ad ispirare la solidarietà di tutto il globo.

Il World Social Forum Free Palestine è un’espressione dell’istinto umano di unirsi per la giustizia e la libertà e un’eco dell’opposizione del World Social Forum all’egemonia neo-liberale, al colonialismo e al razzismo attraverso le lotte per le alternative sociali, politiche ed economiche per promuovere la giustizia, l’uguaglianza e la sovranità dei popoli.

Il Forum Sociale Mondiale Free Palestine sarà un incontro mondiale di ampie mobilitazioni popolari e della società civile provenienti da tutto il mondo. Ha lo scopo di:

1. Mostrare la forza della solidarietà con le richieste del popolo palestinese e con la diversità di iniziative e azioni volte a promuovere la giustizia e la pace nella regione.

2. Creare azioni efficaci per garantire l’autodeterminazione palestinese, la creazione di uno stato palestinese con Gerusalemme come sua capitale, e la realizzazione dei diritti umani e del diritto internazionale, attraverso:
a) la fine dell’occupazione israeliana e della colonizzazione di tutte le terre arabe e lo smantellando del Muro;
b) la garanzia dei fondamentali diritti di piena uguaglianza dei cittadini Arabo-Palestinesi di Israele , e
c) l’applicazione, la protezione e la promozione dei diritti dei profughi palestinesi al ritorno alle loro case e alle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell’ONU.

3. Essere uno spazio di discussione, di scambio di idee, di costruzione di strategie, e di pianificazione al fine di migliorare la struttura della solidarietà.

Esattamente 65 anni dopo che il Brasile ha presieduto la sessione dell’Assemblea generale dell’ONU che ha concordato la spartizione della Palestina, il Brasile ospiterà un diverso tipo di forum globale: un’opportunità storica per le persone provenienti da tutto il mondo per agire dove i governi hanno fallito. Persone da tutto il mondo si riuniranno per discutere di nuove visioni e azioni efficaci per contribuire alla giustizia e alla pace nella regione.

Facciamo appello a tutte le organizzazioni, movimenti, reti, sindacati di tutto il mondo ad aderire al Forum Sociale Mondiale Free Palestine che si terrà a Porto Alegre tra il 28 novembre e l’1 dicembre 2012. Vi chiediamo di aderire al Comitato internazionale del Forum Sociale Mondiale Free Palestine, il quale verrà istituito il più presto possibile.
La partecipazione a questo forum rafforzerà strutturalmente la solidarietà con la Palestina, promuoverà le azioni per l’attuazione dei legittimi diritti palestinesi, e denuncerà le responsabilità di Israele e dei suoi alleati rispetto al diritto internazionale. Insieme possiamo portare la solidarietà mondiale con la Palestina ad un nuovo livello.

Membri del segretariato:

1. PNGO – Rete delle ONG palestinesi
2. Stop the Wall – Campagna Popolare Palestinese contro il Muro dell’Apartheid
3. BNC – Comitato Nazionale Palestinese BDS
4. OPGAI – Iniziativa per la difesa della Palestina Occupata e delle alture del Golan
5. Alternatives rappresentate da Alternative Information Center e Teacher Creativity Center
6. Comitato Superiore di monitoraggio (che rappresenta le forze palestinesi all’interno di Israele)
7. Comitato Superiore per la commemorazione della Nakba
8. Jerusalem Action Network
9. Kairos Palestina
10. Unione Generale delle Donne Palestinesi
11. Coalizione delle Organizzazioni della Società Civile

Coordinamento: PNGO – Rete delle ONG palestinese

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Gaza, i frutti avvelenati della guerra

Barbara Spinelli
Repubblica, 21 novembre 2012 

Quando i conservatori israeliani se la prendono con ragionamenti troppo pacifisti, o con chi in patria critica la politica dell’occupazione, subito tirano in ballo l’Europa: “Questo è un tipico ragionamento ashkenazita; non ha alcun rapporto con il Medio Oriente!”, dice ad esempio Moshe Yaalon, già capo dell’esercito, oggi vice premier, rispondendo al giornalista Ari Shavit in un libro appena edito da Haaretz(Does this mean war?). L’ebreo ashkenazita ha radici in Germania e in Europa centrale, parla yiddish.

E lo stereotipo non è diverso da quello usato ai tempi di Bush figlio: l’America è Marte e virile, il nostro continente è Venere e fugge la spada. L’ashkenazi tornò come altri ebrei in Terra Promessa, ma ha i riflessi della vecchia Europa. Lo storico Tom Segev racconta come erano trattati gli ebrei tedeschi, agli esordi. Li chiamavano yekke: erano ritenuti troppo remissivi, cervellotici, e poco pratici. L’Europa è icona negativa, e lo si può capire: ha idee sulla pace, ma in Medio Oriente è di regola una non-presenza, una non-potenza. Lo scettro decisivo sempre fu affidato all’America.

Tale è, per Yaalon, il vizio di chi biasima Netanyahu e gli rimprovera, in questi giorni, la guerra a Gaza e la tenace mancanza di iniziativa politica sulla questione palestinese. Lo stereotipo dell’ashkenazita mente, perché ci sono ashkenaziti di destra e sinistra. Era ashkenazita Golda Meir. Sono ashkenaziti David Grossman, Uri Avnery,
Amira Hass, pacifisti, e espansionisti come Natan Sharansky. Ma lo stereotipo dice qualcosa su noi europei, che vale la pena meditare. Nel continente dove gli ebrei furono liquidati siamo prodighi di commemorazioni contrite, avari di senso di responsabilità per quello che accade in Israele. Predicando soltanto, siamo invisi e inascoltati.

Eppure l’Europa avrebbe cose anche pratiche da dire, sulle guerre infinite che i governi d’Israele conducono da decenni, sicuri nell’immediato di difendersi ma alla lunga distruggendosi. Ne ha l’esperienza, e per questo le ha a un certo punto terminate, unendo prima i beni strategici tedeschi e francesi (carbone, acciaio) poi creando un’unione di Stati a sovranità condivisa.

Le risorse mediorientali sono quelle acquifere in Cisgiordania, gestite dall’occupante e assegnate per l’83% a Israele e colonie. Tanto più l’Europa può contare, oggi che l’America di Obama è stanca di mediazioni fallite. È stato quasi un colpo di fucile, l’articolo che Thomas Friedman, sostenitore d’Israele, ha scritto il 10 novembre sul New York Times: provate la pace da soli, ha detto, poiché “non siamo più l’America dei vostri nonni”. Non potremo più attivarci per voi: “Il mio Presidente è occupato-My President is busy”. Anche gli ebrei Usa stanno allontanandosi da Israele.

È forse il motivo per cui pochi credono che l’offensiva si protrarrà, ripetendo il disastro che fu l’Operazione Piombo Fuso nel 2008-2009. Ma guerra resta, cioè surrogato della politica, e solo all’inizio la vulnerabilità di Israele scema. Troppo densamente popolata è Gaza, perché un attacco risparmi i civili e non semini odio. Troppo opachi sono gli obiettivi. Per alcuni il bersaglio è l’Iran, che ha dato a Hamas missili per raggiungere Tel Aviv e che ha spinto per la moltiplicazione di lanci di razzi su Israele. Per altri la guerra è invece propaganda: favorirà Netanyahu alle elezioni del 22 gennaio 2013.

Altro è il male di cui soffre Israele, e che lo sfibra, e che gli impedisce di immaginare uno Stato palestinese nascente. Un male evidente, anche se ci s’incaponisce a negarlo. Sono ormai 45 anni – dalla guerra dei sei giorni – che la potenza nucleare israeliana occupa illegalmente territori non suoi, e anche quest’incaponimento ricorda i vecchi nazionismi europei. Nel 2006 i coloni sono stati evacuati da Gaza, ma i palestinesi vi esercitano una sovranità finta (una sovranità morbida, disse Bush padre, come nella Germania postbellica). Il controllo dei cieli, del mare, delle porte d’ingresso e d’uscita, resta israeliano (a esclusione del Rafah Crossing, custodito con l’Egitto e, fino alla vittoria di Hamas, con l’Unione europea). Manca ogni continuità territoriale fra Cisgiordania (la parte più grande della Palestina, 5.860 km²; 2,16 milioni di abitanti) e Gaza (360 km²; 1,6 milioni). I palestinesi possono almeno sperare nella West Bank? Nulla di più incerto, se solo si contempla la mappa degli insediamenti in aumento incessante (350.000 israeliani, circa 200 colonie). Nessun cervello che ragioni può figurarsi uno Stato palestinese operativo, stracolmo di enclave israeliane.

Se poi l’occhio dalle mappe si sposta sul terreno, vedrà sciagure ancora maggiori: il muro che protegge le terre annesse attorno a Gerusalemme, le postazioni bellicose in Cisgiordania, le strade di scorrimento rapido riservate agli israeliani, non ai palestinesi che si muovono ben più lenti su vie più lunghe e tortuose. Un’architettura dell’occupazione che trasforma le colonie in dispositivi di controllo (in panoptikon), spiega l’architetto Eyal Weizman. È urgente guardare in faccia queste verità, scrive Friedman, prima che la democrazia israeliana ne muoia. Forse è anche giunto il tempo di pensare l’impensabile, e chiedersi: può un arabo israeliano (1.5 milioni, più del 20% della popolazione) riconoscersi alla lunga in un inno nazionale (Hatikvah) che canta la Terra Promessa ridata agli ebrei, o nella stella di Davide sulla bandiera? Potrà dire senza tema: sono cittadino dello Stato d’Israele, non di quello ebraico?

Questo significa che anche per Israele è tempo di risveglio. Di una sconfitta del nazionalismo, prima che essa sia letale. Separando patria e religione nazionale, la pace è supremo atto laico. Risvegliarsi vuol dire riconoscere i guasti democratici nati dall’occupazione. Le menti più acute di Israele li indicano da anni. Ari Shavit evoca i patti convenienti con Bush figlio, gli evangelicali Usa, il Tea Party: “Patrocinato dalla destra radicale Usa, Israele può condurre una politica radicale e di destra senza pagare alcun prezzo”. Può sprezzare le proprie minoranze, tollerare i vandalismi dei coloni contro palestinesi e attivisti pacifisti. David Grossman ha scritto una lettera aperta a Netanyahu: l’accusa è di perdere ogni occasione per far politica anziché guerre (Repubblica, 6 novembre 2012). L’ultima occasione persa è l’intervista di Mahmoud Abbas alla tv israeliana, l’1 novembre: il capo dell’Autorità palestinese si dice disposto a tornare come turista a Safad (la città dov’è nato a nord di Israele). “Nelle sue parole – così Grossman – era discernibile la più esplicita rinuncia al diritto del ritorno che un leader arabo possa esprimere in un momento come questo, prima dei negoziati”. Abbas s’è corretto, il 4 novembre: la volontà di chiedere all’Onu il riconoscimento dell’indipendenza aveva irritato Netanyahu, e Obama di conseguenza ha sconsigliato Abbas. Quattro giorni dopo, iniziava a Gaza l’operazione “Pilastro della Difesa”.

L’abitudine alla guerra indurisce chi la contrae, sciupa la democrazia. In Israele, allarga il fossato tra arabi e ebrei, religiosi e laici. Vincono gli integralisti, secondo lo scrittore Sefi Rachlevsky che delinea così il volto della prossima legislatura: una coalizione fra Netanyahu, i nazionalisti di Yisrael Beiteinu, e ben quattro partiti che vogliono – come l’Islam politico – il primato della legge ebraica (halakha) sulle leggi dello Stato. In tal caso non si tornerebbe solo alle guerre nazionaliste europee, ma alle più antiche guerre di religione. Stupefacente imitazione, per un paese dove l’Europa è sì cattivo esempio. 

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