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“Napoli in un orto” di A.Bifulco

Aldo Bifulco
Cdb Cassano – Napoli

“Napoli in un orto” è il titolo di un libro prodotto dalla casa editrice Marotta&Cafiero gestita da un gruppo di giovani di Scampia. Un’esperienza interessante e singolare non solo per il luogo dove nasce, ma, soprattutto, per le modalità con le quali operano questi giovani. Una scheda di autocertificazione accompagna i loro libri in cui si legge che si è stampato su carta riciclata rivive natural, con licenza creative commons, privilegiando le produzioni dal basso e gestendo gli utili in modo responsabile con finanza etica.

Il libro mi consente di fare alcune riflessioni che intendo condividere. Intanto questo libro nasce in uno studio medico, di un’ omeopata, ed è frutto dei colloqui tra il medico ed un paziente-amico. Li accomuna “l’origine umile e popolare, una sintonia valoriale, il desiderio di una vita semplice e comunitaria, una disponibilità all’ascolto, l’attenzione verso gli ultimi, un’affinità spirituale”.

“Napoli in un orto è un insieme di racconti, è un libro di ricette, è uno schedario scientifico di ortaggi, è un calendario speciale che privilegia i prodotti di stagione, è un libro che bagna il proprio inchiostro tra le radici e il sapore della nuda terra”.

L’autrice, Rosa Orfitelli, ha fatto della stagionalità il centro del suo messaggio per una corretta alimentazione. Ma la stagionalità è “ anche preservare la memoria del proprio popolo,…non perdersi nel delirio di onnipotenza del globale…è un atto di amore e rispetto verso se stessi”.

Il libro vuole essere, altresì, una denuncia verso una politica ed un’economia che hanno creato le condizioni per una crisi dell’agricoltura e dell’agricoltura di qualità. Alimentazione ed agricoltura rappresentano un binomio inscindibile. E’ la comparsa dell’agricoltura ad avviare nel solco della storia la nostra civiltà e a garantire la sopravvivenza e la prosecuzione della nostra specie fino ai nostri giorni.

Il ritorno alla terra, auspicato da Carlo Petrini, presidente di Slow Food che, anche ques’anno, ha aperto a Torino, “il Salone del Gusto e Terra Madre”, non è nostalgia del passato o una forma di snobismo tipica di qualche intellettuale irrequieto: è una necessità storica ineludibile, perché probabilmente saranno “i cibi a cambiare il mondo”.

La campagna italiana è assalita dal cemento ed il suolo consumato appare irrimediabilmente perduto, considerando “ il tempo storico”. Contemporaneamente alla terra si chiede uno sforzo produttivo intensivo, stressandola con tecniche e prodotti di origine chimica che ne determinano, nel tempo, la sterilità. Tutto ciò ha una ricaduta anche sul paesaggio, vanto dell’identità nazionale, che appare trasformato e, soprattutto, sempre più fragile.

La Campania, la mia regione, ha subito le ferite più profonde per queste, ma anche per altre scelte scellerate. La fertilità del suolo campano, che ha consentito agli antichi di parlare di Campania Felix, avrebbe dovuto suggerire la scelta della vocazione agricola di questo territorio. D’altra parte se l’agricoltura fosse stata individuata come uno dei settori trainanti per l’economia dell’intero territorio italiano, questa terra, per le sue caratteristiche e qualità, avrebbe dovuto essere considerata una risorsa nazionale, da salvaguardare come patrimonio comune.

Invece quella triade perversa composta da alcuni industriali del nord, la camorra, e la cricca di amministratori locali corrotti hanno ridotto parte del fertile territorio della Campania in una pattumiera. Nella pancia di un’intera area, tra la provincia di Napoli e Caserta la camorra ha vomitato un mix di rifiuti tossici e veleni micidiale.

La stessa area è, attualmente, interessata da “roghi tossici”, un’altra modalità messa in atto da gruppi criminali, per far sparire attraverso i falò ogni sorta di veleno proveniente da ogni svariata direzione. E’ stata presentata alcuni giorni fa una “querela” firmata da 35.000 cittadini nei confronti di tutte le istituzioni politiche, Regione, Provincia e Comuni dell’area interessata, accusati di “inerzia colposa” nei confronti di un fenomeno documentato da anni e pubblicizzato con ogni mezzo.

Fa parte di questo gruppo il parroco di Caivano, Don Maurizio Patriciello, uno dei punti di riferimento del “coordinamento comitati fuochi” promotore di questa battaglia decisiva per la salute e l’ambiente, protagonista, suo malgrado, dell’increscioso e paradossale episodio con il Prefetto di Napoli che ha fatto il giro della rete e della stampa nazionale.

Individuare strategie culturali e politiche per chiedere e partecipare al recupero e alla conservazione del territorio ancora disponibile, è per me un impegno prioritario, anche perché, considerando tempi non brevi, c’è la speranza che Napoli e la Campania possano risorgere.

Bisogna chiedere, innanzitutto, la bonifica dei territori devastati, finanziando e utilizzando la ricerca di alcune università che stanno studiando tecniche di decontaminazione dei suoli e delle acque, utilizzando particolari specie vegetali. Saranno le piante a restituirci un territorio sano? Ma chi pagherà questa bonifica lunga e complessa?

Una cattiva interpretazione del “federalismo” potrebbe addossare il danno a chi ne ha subito la beffa. I responsabili di questo ecocidio, per lungo tempo lasciato sotto silenzio, non possono rimanere impuniti; responsabili diffusi su tutto il territorio nazionale e, pertanto, questa bonifica dovrebbe diventare una vera e propria questione nazionale.

Mentre auspichiamo che si instauri nel mondo “una nuova civiltà contadina” e guardiamo con interesse al progetto dei “Mille orti in Africa”, come strategia per contrastare la pratica del land grabbing, il furto di terra praticato dalle multinazionali e da alcuni Stati, pensiamo che sia necessario, anche qui, difendere a denti stretti la parte di territorio salvato alla devastazione ed ancora utile per l’agricoltura, evitando disegni perversi di eventuali cementificazioni e di utilizzazioni improprie.

A Scampia, come anche altrove, ci sono piccoli lembi di territorio, spazi incolti, che possono essere recuperati creando “piccoli orti urbani”, microesperienze di resistenza contro propositi speculativi, per sperimentare, magari, tecniche di agricoltura biologica. Sono nati, in questi anni, piccoli orti in alcune scuole, nel centro diurno di igiene mentale “la Gatta blu”, nel Carcere circondariale, ed ora ci apprestiamo a convogliare le nostre energie verso gli “spazi pubblici più aperti”. Il libro “Napoli in un orto” sta fungendo come apripista, o come “scavatrice” per avviare nuovi solchi.

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