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Sfruttati a morte

Michele Paris
www.megachipdue.info

Le disastrose condizioni in cui sono costretti a lavorare ogni giorno gli operai dei cosiddetti paesi emergenti sono apparse nuovamente in tutta la loro gravità agli occhi del mondo in seguito al rogo del fine settimana appena trascorso in una fabbrica tessile del Bangladesh che ha provocato una vera e propria strage. Il fuoco ha letteralmente intrappolato nella struttura non lontana dalla capitale, Dhaka, centinaia di lavoratori, molti dei quali non hanno potuto mettersi in salvo a causa dell’assenza delle più normali norme di sicurezza in un edificio in cui venivano prodotti articoli destinati ad importanti aziende occidentali.

Il bilancio provvisorio dell’incendio presso la Tazreen Fashions, situata nel distretto industriale di Ashulia, è di 112 morti e almeno 150 feriti. L’edificio che ospita la fabbrica di articoli di abbigliamento si sviluppa su nove piani, di cui gli ultimi tre ancora in costruzione. L’inferno è scoppiato sabato scorso attorno alle 18.45 con un corto circuito partito in un deposito di filati al piano terra. Il fuoco si è poi rapidamente diffuso ai piani superiori dove i dipendenti dell’azienda non avevano a disposizione nessuna scala di emergenza esterna all’edificio. Coloro che sono riusciti a mettersi in salvo lo hanno fatto passando attraverso le finestre e scendendo per mezzo di un’impalcatura esterna utilizzata per lavori di ristrutturazione in corso.

La Tazreen Fashions era stata aperta solo nel 2010 ed impiega circa 1.500 lavoratori che producono soprattutto magliette, polo e indumenti in pile per un fatturato annuo di 35 milioni di dollari. Al momento dello scoppio dell’incendio erano presenti in fabbrica almeno 600 operai impegnati in straordinari, con ogni probabilità per arrotondare uno stipendio minimo che in Bangladesh non arriva ai 40 dollari al mese.

Le grandi aziende occidentali che sfruttano il lavoro degli operai in paesi come il Bangladesh sono ovviamente ben consapevoli delle condizioni esistenti nelle fabbriche che consentono loro di raccogliere profitti enormi. Per ripulire la propria immagine di fronte all’opinione pubblica internazionale, tuttavia, esse hanno creato un sistema di facciata basato su audit condotti da presunte autorevoli compagnie di certificazione che dovrebbero verificare il livello di sicurezza dei luoghi di lavoro e che quasi mai corrisponde alla situazione reale.

Alla luce dei primi resoconti dopo la strage di sabato, la Tazreen Fashions non sembra fare eccezione. Infatti, per conto di Wal-Mart – il colosso americano della distribuzione noto per la compressione delle retribuzioni e dei diritti dei propri dipendenti o “associati” – in questa struttura era stato condotto un audit nel maggio 2011 che aveva evidenziato un “elevato rischio” sicurezza. Nell’agosto dello stesso anno c’è stato poi un altro sopralluogo a seguito del quale il rischio è stato abbassato a “medio”, mentre un ulteriore audit era in programma per il 2013.

I vertici di Wal-Mart hanno affermato di non essere in grado di confermare se Tazreen Fashions stava ancora fornendo i propri punti vendita, anche se l’associazione International Labor Rights Forum sostiene di avere rinvenuto tra le macerie alcuni documenti che indicano forniture in corso sia a favore di Wal-Mart che di altre corporation americane e di altri paesi. Secondo quanto riportato dai media in questi giorni, per far scattare la sospensione degli ordini emessi da Wal-Mart a causa di questioni legate alla sicurezza, una fabbrica deve essere valutata per tre volte ad alto rischio in un periodo di due anni.

Per l’organizzazione Clean Clothes Campaign di Amsterdam, che si batte per il miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi del terzo mondo, dal 2006 sono morte almeno 500 persone in incendi scoppiati nelle fabbriche del Bangladesh. In una dichiarazione rilasciata ai media nel fine settimana, la coordinatrice del gruppo, Ineke Zeldenrust, ha puntato il dito contro marchi come Wal-Mart, Tommy Hilfiger o Gap, i quali sarebbero consapevoli da anni di avere scelto di fare affari con fabbriche che sono vere e proprie “trappole mortali”, perciò la loro mancanza di volontà nel prendere provvedimenti “equivale a negligenza criminale”.

Oltre alle grandi compagnie transnazionali, anche i governi dei paesi che ospitano questi opifici sono complici delle continue stragi che si registrano. In Bangladesh, d’altra parte, l’industria tessile impiega più di 3 milioni di lavoratori, in gran parte donne, ed alimenta esportazioni pari a 18 miliardi di dollari all’anno, facendo di questo poverissimo paese il secondo esportatore di prodotti di abbigliamento nel mondo, dopo la Cina.

Gli operai del Bangladesh sono tra i meno pagati del pianeta e le loro condizioni hanno portato a numerose proteste e scioperi in questi anni, spesso repressi duramente dalle forze di polizia. Come ha ricordato l’altro giorno il New York Times, proprio quest’anno il corpo senza vita dell’attivista Aminul Islam, che si batteva per migliori condizioni di lavoro e per l’aumento delle retribuzioni dei lavoratori bengalesi, è stato ritrovato nei pressi della capitale Dhaka con evidenti segni di tortura.

Le dichiarazioni di turbamento rilasciate dopo la strage dal primo ministro, Sheik Hasina, non sembrano perciò esprimere tanto il cordoglio per le vittime quanto piuttosto il timore che l’episodio possa generare complicazioni che minaccino la competitività del Bangladesh, a tutto vantaggio dei paesi vicini, impegnati in una corsa al ribasso per offrire le condizioni più vantaggiose alle grandi aziende multinazionali.

Per queste ragioni è iniziata subito un’operazione di contenimento dei danni da parte del governo centrale. Contro i familiari delle vittime, giunti sul luogo del disastro per chiedere notizie dei loro cari intrappolati nella fabbrica e per denunciare poi i ritardi nei soccorsi, sono stati ad esempio impiegati gas lacrimogeni da parte delle forze di sicurezza.

L’associazione delle aziende bengalesi esportatrici di prodotti tessili ha invece promesso compensazioni pari a circa 1.200 dollari per ogni vittima del rogo, una cifra irrisoria per cercare di comprare il silenzio dei parenti dei lavoratori deceduti. Queste iniziative, in ogni caso, non hanno per ora calmato gli animi tra i lavoratori del Bangladesh, come ha chiarito la manifestazione di protesta organizzata lunedì a Dhaka dagli operai del settore tessile e dai familiari delle vittime di Tazreen Fashions.

Secondo quanto riportato dalla testata locale on-line bdnews24, lunedì il ministro del Lavoro bengalese, Ahmed Raju, avrebbe poi organizzato dei team di ispettori da inviare nelle fabbriche del paese per accertare le condizioni di sicurezza, mentre allo stesso tempo è stata annunciata la chiusura di quelle strutture che non dispongono di sufficienti uscite di emergenza.

Queste ed altre misure, annunciate come al solito all’indomani di stragi orribili per placare lo sdegno dell’opinione pubblica, hanno però ben poche probabilità di essere messe in atto e, comunque, farebbero ben poco per migliorare in maniera sensibile la situazione generale. Il rischio quotidiano che corrono i lavoratori del Bangladesh è d’altra parte stato confermato dalla notizia di un nuovo incendio scoppiato lunedì in un’altra fabbrica tessile alla periferia di Dhaka che non avrebbe però fatto alcuna vittima.

Quella di sabato alla Tazreen Fashions è la più grave sciagura dovuta ad un incendio su un luogo di lavoro in Bangladesh e segue di poco più di due mesi quella che in circostanze analoghe in Pakistan è stata la peggiore strage in assoluto tra i disastri industriali. In quella occasioni a morire in un incendio furono oltre 300 operai di una fabbrica di Karachi – Ali Enterprises – che riforniva anch’essa marchi di abbigliamento occidentali e che allo stesso modo era stata da poco sottoposta a quelli che avrebbero dovuto essere rigorosi accertamenti per verificare l’esistenza delle basilari norme di sicurezza sui luoghi di lavoro.

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