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Benedetto XVI e la laicità cattolica di G.Codrignani

Giancarla Codrignani

La responsabilità assunte in questi giorni da Papa Benedetto XVI sono la dimostrazione più evidente della necessità espressa dal Concilio Vaticano II di aprire le porte alla collegialità, abbandonando le tentazioni dogmatiche a favore della pastoralità, valore evidentemente superiore.

Definire i matrimoni omosessuali “una grave ferita inflitta alla giustizia e alla pace” e aborto ed eutanasia “attentati e delitti contro la vita (che) chi vuole la pace non può tollerare” è una caduta di stile inaccettabile. La Chiesa ha il diritto di rivolgersi ai suoi fedeli ricordando la coerenza con i princìpi, ma non di riferirsi al vincolo della pace, comune a tutti gli umani, in relazione a condizioni di vita rese drammatiche proprio dai pregiudizi, a cui non è neppure immaginabile dichiarare guerra. Tanto più che il primo e più grave delitto e attentato contro la vita è proprio la guerra, che ancora resta giustificata nel catechismo cattolico.

Ma più grave è la mancanza di rispetto nei confronti dei fratelli omosessuali, tanto più che un teologo dovrebbe ripensare – ormai da gran tempo – il senso profondo della sessualità e della “natura” alla luce di quel Dio che è anche per lui Amore. La mia generazione ha pagato la crescita della coscienza a proprie spese: al liceo scoprendo i pronomi “strani” nei testi greci amorosi e, una volta recuperato il senso dell’essere persona sessuata in forma “etero” e riconosciuta la criminalità del nazismo nella priorità della persecuzione degli omosessuali, incontrando attorno a sé la persistenza dal pregiudizio. L’avanzamento culturale ha evidenziato quanto grande sia il numero dei discriminati per differenze che debbono far riflettere sulla ricchezza dell’umanità. Come donna mi è venuto solo tardivamente di pensare alle migliaia e migliaia di donne lesbiche che nei secoli furono sposate e generarono figli subendo, ignare quasi sempre anche a se stesse, la violenza del sesso legittimato e benedetto.

Oggi la crudeltà di giudizi non negoziabili dovrebbe essere evitata, soprattutto dopo che i casi di pedofilia non più celati, per essere quasi sempre a danno di bimbi e adolescenti maschi, hanno svelato che dietro le ombre di gravi delitti – che per la chiesa sono anche peccati – si delineano responsabilità dovute a concezioni deterministiche della corporeità e alla definizione dei comportamenti “naturali” o “innaturali” per dogma presunto.

Una delle donne invitate cinquant’anni fa al Vaticano II polemizzò sulla formula del matrimonio religioso fondato su mutuo aiuto, procreazione e – orribile in un sacramento che evidentemente riconosce nella benedizione del prete ai due sposi (che pur sono i reali ministri del rito) l’autorizzazione a “fare le brutte cose” – il remedium concupiscentiae. Ebbe infatti ad ammonire: “Voi padri conciliari ricordate che le vostre madri vi hanno concepito nell’amore e non nella concupiscenza”.

Anche questo è un segno che il Vaticano II ha dato indicazioni aperte a realizzazioni che – a dispetto di ogni disputa sulla discontinuità prodotta dal Concilio di Giovanni XXIII – vanno “oltre”: per la prima volta nei testi della Chiesa cattolica la Gaudium et Spes riconosceva che principio fondante del matrimonio è l’amore degli sposi. Perché mai dovremmo oggi sentire offensivo “per la giustizia e la pace” l’amore comunque si presenti (soprattutto nella laicità sociale degli stati) e il senso profondo di una sessualità e di una “natura” quando diventano per tutti – i credenti osservanti non sono obbligati dalla legge “permissiva” – diritti alla mutua assistenza, alla cura del prossimo, alla vita?

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